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Newsletter di Giulio Meotti
Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 18/03/2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: Contro questo Giudice

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Contro questo Giudice". 


Giulio Meotti

Il giudice Holden di “Meridiano di sangue”

Un plotone d’esecuzione politico-giudiziario, dove l’indagato – prima ancora che imputato – è messo al muro non per prove schiaccianti, ma per una presunzione di colpevolezza mediatico-culturale che precede e surroga il processo.

Questa è stata spesso la magistratura italiana.

Il meccanismo delle indagini preliminari lunghissime, delle intercettazioni a strascico, delle misure cautelari applicate con generosità sconcertante (spesso in regime di carcere o arresti domiciliari per reati che poi finiscono in prescrizione o assoluzione piena): il danno non è solo alla libertà personale, è alla reputazione, al lavoro e alla famiglia. E quando, dopo anni, arriva l’assoluzione perché “il fatto non sussiste”, il plotone ha già sparato a salve, ma il condannato è inchiodato per sempre.

Da Tortora a Contrada e in mezzo decine di altri casi eccellenti, questa è la triste storia d’Italia.

Una corrotta cultura giudiziaria di sinistra, a partire dalla fine degli anni Ottanta, ha sostituito il principio di legalità con una missione salvifica: moralizzare il Paese e combattere il “sistema”. Un’autocandidatura a paladina etica.

Correnti di ispirazione giacobina hanno dominato l’Associazione Nazionale Magistrati orientando nomine, carriere e sensibilità interpretative. E il CSM.

Risultato? Un garantismo a geometria variabile: inflessibile con gli avversari politici di turno (berlusconiani, renziani o meloniani), morbido con i propri referenti culturali o con i reati “socialmente accettabili” (l’immigrazione in testa).

Il Pubblico Ministero è parte della stessa magistratura del giudice: stessa formazione, stessa carriera, stessi orizzonti culturali, stessi ambienti sociali. Un’asimmetria spaventosa: il PM è “collega” del giudice, amico, ex compagno di corso e di corrente. La terzietà del giudice ne esce mortificata quando il PM e il giudice sono fratelli siamesi, forgiati nello stesso stampo, concorso, scuola, circoli elitari, correnti. Un’incestuosa commistione.

Gianrico Carofiglio, Michele Emiliano, Pietro Grasso, Franco Roberti, Federico Cafiero de Raho, Roberto Scarpinato, Luigi de Magistris, Antonino Ingroia, Gerardo D’Ambrosio, Giuseppe Ayala e Felice Casson dicono niente?

Tutti transitati dalla toga al seggio rosso.

La separazione delle carriere nasce da qui: dal bisogno di spezzare questa consanguineità pericolosa, per restituire al giudice la reale imparzialità che la Costituzione pretende.

In Italia i pubblici ministeri (PM) e i giudici appartengono allo stesso ordine della magistratura. Possono passare da funzione requirente (PM) a giudicante (giudice) durante la carriera.

In Francia la situazione è simile all’Italia, ma i pubblici ministeri sono collegati al Ministero della Giustizia. Il passaggio tra giudice e PM è raro.

In Germania le carriere sono separate. I giudici sono indipendenti. I pubblici ministeri sono funzionari dell’esecutivo e dipendono dal ministero della giustizia del Land. Non fanno parte dello stesso ordine.

In Spagna c’è separazione netta. I giudici appartengono alla carrera judicial. I pubblici ministeri appartengono al Ministerio Fiscal. Sono corpi distinti.

Nel Regno Unito la separazione è totale. I giudici non fanno indagini. L’accusa è gestita dal Crown Prosecution Service (l’attuale premier Keir Starmer ne era a capo). Gli investigatori sono la polizia.

E poi c’è la questione della gogna mediatica orchestrata o tollerata.

Le procure scaricano verbali, ordinanze cautelari, richieste di rinvio a giudizio sui giornali prima ancora che l’indagato ne abbia copia integrale. Titoli a nove colonne, foto in manette, servizi del Tg che anticipano la colpevolezza. Il processo mediatico si conclude in 48 ore con sentenza di condanna popolare; quello vero può durare 10-15 anni e finire con un proscioglimento. Ma il plotone ha già eseguito la condanna sociale irreversibile.

Quando una parte consistente della magistratura si arroga il ruolo di contrappeso politico al governo eletto, quando interpreta la Costituzione in senso “progressista” contro la volontà del legislatore, quando usa il diritto penale come arma di regolazione dei conti etico-politici, allora diventa un plotone ideologico.

La riforma in discussione (separazione carriere, revisione del CSM, disciplina più stringente) non è un attacco alla magistratura: è un tentativo di riportarla dentro i binari costituzionali.

Il vero pericolo per la democrazia non è limitare un potere che ha dimostrato di poter abusare; è lasciare che quel potere continui a crescere senza contrappesi. Perché quando il plotone spara a comando ideologico, non resta più nessuno a difendere il singolo contro lo Stato.

Da elettore saltuario e svogliato che crede sempre meno nella democrazia, non mi faccio alcuna illusione che la riforma passi: la magistratura, assieme ai media, alle università e alla burocrazia, è uno dei centri di potere del Progressoriato, come lo ha brillantemente definito un’accademica americana. Un’“élite manageriale” (James Burnham) che odia il popolo e considera la democrazia un fastidio da gestire con inchieste e sentenze.

Antonin Scalia, in basso secondo da sinistra

Fossi stato al governo ai magistrati italiani avrei imposto anche un corso obbligatorio su Antonin Scalia, il compianto giudice della Corte Suprema americana.

L’ho conosciuto, un grande, uno dei nove sacerdoti del diritto americano. Scalia diceva di essere “uno dei pochi che è voluto diventare giudice per diminuire il potere dei giudici”.

Come se il suo alter ego fosse il Giudice di Meridiano di sangue di Cormac McCarthy.

Scalia era un baluardo contro ciò che definiva “attivismo giudiziario”. Era il campione dell’originalismo: l’idea che la Costituzione degli Stati Uniti debba essere interpretata secondo il suo significato originale, senza adattamenti a valori moderni o opinioni personali dei giudici.

Detestava i magistrati militanti, i magistrati impegnati, i magistrati che vogliono cambiare il mondo, i magistrati attivisti giudiziari, i magistrati celebrità, i magistrati che scrivono la legge anziché servirla, i magistrati iscritti a Magistratura Democratica, quella che nel dicembre 1971 a Roma approva la seguente mozione: “Il nostro comune assunto teorico è che l’attuale giustizia è una giustizia di classe”.

Scalia definì il sistema giudiziario italiano “una ricetta per l’ingiustizia”.

“Sarei molto preoccupato se dovessi essere processato da un sistema giudiziario come quello italiano. Considero una pessima idea la mancata separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante. In America un sistema giudiziario come il vostro sarebbe assolutamente inaccettabile. Un sistema in cui giudice e accusatore sono intercambiabili mi pare una ricetta per l’ingiustizia”1.

Secondo Scalia, il fatto che in Italia il pubblico ministero rispondesse del suo operato all’ordine dei magistrati e non al governo o agli elettori, come negli Stati Uniti, era ridicolo.

Le differenze tra la giustizia americana e quella italiana, a parte una grande Costituzione e non la “costituzione più bella del mondo”? Scalia: “Noi siamo più fortunati dei magistrati italiani. Non svolgiamo indagini. E il sistema giudiziario americano non produce divi, i magistrati non si espongono al pubblico. Io tengo conferenze in molte università ma non appaio mai in televisione. Una volta sola, all’aeroporto, il mio nome ha attirato l’attenzione di un impiegato: mi aveva scambiato per l’attore Jack Scalia. I giudici in molte parti del mondo sono arrivati a credere che hanno il mandato di decidere le più grandi questioni morali. Chi pensa che i giudici riflettano le idee del popolo ha bisogno di farsi visitare”.

Cos’altro aggiungere al grande magistrato italoamericano, se non una croce al referendum? In una vera democrazia i giudici servono la legge, non la usano per regolare i conti con chi non gli piace.

giuliomeotti@hotmail.com