Riprendiamo da IL TEMPO del 18/03/2026, a pag. 10, con il titolo "Ucciso il «gangster» di Teheran Da Israele appello agli iraniani «Ora potete rovesciare il regime»", l'analisi di Francesca Musacchio.
Ali Larijani è stato ucciso. Altro duro colpo per il regime degli ayatollah che ieri ha perso il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, figura chiave del sistema di potere e già inserito nella lista delle taglie statunitensi da 10 milioni di dollari. È stato eliminato in un raid israeliano notturno durante il quale è stato ucciso anche Gholamreza Soleimani, comandante della forza paramilitare dei Basij e altri 300 membri della stessa milizia. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, lo ha definito un «gangster che gestiva l'Iran», l'uomo che teneva insieme apparato militare, sicurezza interna e proiezione esterna del regime. Il ministro degli Esteri, Gideon Sa'ar, ha sintetizzato così: «Avevamo messo una taglia su di lui, lo abbiamo ucciso gratis». Nelle stesse ore, le Forze di difesa israeliane hanno colpito anche Akram al-Ajouri, capo militare della Jihad islamica palestinese, organizzazione sostenuta da Teheran e coinvolta nell'attacco del 7 ottobre. Ajouri viveva in Iran ed era uno dei punti di raccordo tra la Repubblica islamica e le sue milizie proxy. Dall'inizio dell'offensiva israelo-statunitense del 28 febbraio, la lista degli eliminati eccellenti si è allungata in modo sistematico. In poche settimane sono stati colpiti la Guida Suprema Ali Khamenei, il consigliere per la sicurezza Ali Shamkhani, il comandante dei Pasdaran Mohammad Pakpour, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh e altri vertici dell'apparato militare e dell'intelligence. A questi si aggiungono figure operative della Quds Force tra Teheran e Beirut, responsabili del coordinamento con Hezbollah e con le milizie regionali. Una sequenza che disegna una strategia precisa: decapitare il sistema decisionale iraniano. «Stiamo destabilizzando il regime iraniano nella speranza di dare al popolo iraniano l'opportunità di scacciarlo», ha detto in un video messaggio il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che poi ha ammesso che «non sarà facile» annientare il regime, «ma se perseveriamo, daremo al popolo l'opportunità di poter prendere il loro destino nelle proprie mani». Un appello a ribellarsi che sarebbe stato confermato anche nei colloqui con gli Stati Uniti. Secondo il Washington Post, che ha rivelato il contenuto di un cablogramma partito dall'ambasciata Usa a Gerusalemme lo scorso venerdì, Israele considera possibile una rivolta interna, pur ritenendo probabile una repressione violenta da parte dei Pasdaran. Tuttavia, l'obiettivo rimarrebbe quello di aumentare la pressione militare per aprire una frattura politica interna, con una catena di comando sotto pressione. Il risultato, al momento, è il nuovo leader, Mojtaba Khamenei, mai apparso pubblicamente. Le sue condizioni restano incerte, mentre atti ufficiali e nomine continuano a emergere senza una presenza diretta. In questo vuoto, il peso dei Pasdaran cresce, ma senza una leadership stabile il rischio è la frammentazione. Il regime, infatti, non è ancora collassato. Secondo le valutazioni condivise tra Israele e Washington, Teheran è pronta a «combattere fino alla fine». I Pasdaran mantengono il controllo operativo e la capacità di repressione sarebbe intatta. Ma la sequenza di eliminazioni ai vertici ha già prodotto l'effetto della perdita progressiva di figure chiave, sostituite in tempi rapidi o rimaste senza un successore chiaro. La scommessa è sulla reazione della popolazione, che potrebbe scendere in piazza, e su un apparato pronto a soffocarla. La richiesta di Israele a Washington, quindi, è quella di prepararsi a sostenere i dimostranti in caso di proteste.
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