Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 17/03/2026, a pagina 7, l'analisi di Mariano Giustino: "Trump in pressing su Europa e Nato «Ci aiutino a riaprire lo Stretto» ma Bruxelles pensa a un’alternativa".
Mariano Giustino
L’Iran ha dichiarato di essere pronto a portare la guerra in Medio Oriente “fin dove necessario”, lanciando lunedì attacchi in tutta la regione, e Donald Trump ha risposto intensificando le pressioni sulle potenze mondiali, affinché contribuiscano a riaprire una rotta marittima bloccata dalla Repubblica islamica. A destare preoccupazione, però, sono soprattutto le ripercussioni derivanti dal blocco dello Stretto di Hormuz. Gli attacchi iraniani contro le navi nel Golfo Persico hanno indotto molte compagnie di navigazione a evitarne completamente il transito, causando gravi danni all’economia globale. I prezzi globali del petrolio, infatti, sono aumentati del 40-50% a seguito degli attacchi sferrati dall’Iran e da suoi proxy contro le navi nello Stretto di Hormuz in rappresaglia per la guerra lanciata da Stati Uniti e Israele. Ieri i ministri degli Esteri dell’Unione europea si sono riuniti per discutere dell’estensione della missione navale contro il blocco nel Mar Rosso, in modo da elaborare una strategia per arginare le ripercussioni commerciali. L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha ribadito il clima di forte preoccupazione sulle conseguenze del blocco per le forniture di petrolio e anche per quanto riguarda l’impiego di fertilizzanti: “Se quest’anno ci sarà carenza di fertilizzanti, l’anno prossimo dovremo affrontare una carenza di cibo”. Sul piano militare, l’Unione europea sta valutando di rafforzare la missione navale Aspides. La decisione non sarebbe immediata, ma sarebbero in corso valutazioni interne su come utilizzare al meglio gli strumenti già a disposizione e su un eventuale adattamento del mandato. Tra gli elementi al vaglio, figurano i contributi navali dei Paesi Ue e la capacità della missione, che attualmente opera nel Mar Rosso, nel Golfo Persico e nel Golfo di Aden, di intercettare le minacce. Ma il presidente Usa esercita una pressione crescente soprattutto sull’Europa, chiede che si formi una coalizione di Paesi con il compito di riaprire lo Stretto di Hormuz e spera di annunciarla entro la fine della settimana. Secondo quattro fonti a conoscenza della questione, interpellate da Axios, il governo statunitense sta anche valutando l’opzione di impadronirsi del terminal petrolifero dell’isola iraniana di Kharg, nel Golfo Persico. In sostanza, se le petroliere continueranno a essere bloccate nel golfo, Washington potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di impadronirsi dell’isola. Una mossa questa che richiederebbe il dispiegamento di forze di terra americane. E nel frattempo, Trump ha chiesto a Paesi come Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Gran Bretagna di inviare navi da guerra per scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, dal quale transita un quinto del petrolio mondiale. Il tycoon ha messo in guardia i Paesi dell’Alleanza Atlantica dicendo che quanto sta accadendo nel Golfo Persico “è molto dannoso per il futuro della NATO” e ha minacciato di rinviare il vertice previsto con il leader cinese Xi Jinping. Alle richieste di Trump sono seguite le prime risposte. A Downing Street, il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato di essere impegnato alla elaborazione di un piano “fattibile” per riaprire lo Stretto di Hormuz, ma ha precisato che qualsiasi iniziativa in tal senso non sarebbe una missione Nato. Mentre Giappone e Australia hanno fatto presente di non avere in programma alcun dispiegamento navale. Intanto la guerra continua. Ieri, i Guardiani della rivoluzione hanno dichiarato di aver preso di mira Tel Aviv e l’aeroporto Ben Gurion in Israele, nonché basi militari utilizzate dalle forze statunitensi negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che Teheran “non ha mai chiesto un cessate il fuoco e nemmeno di negoziare”, smentendo le affermazioni fatte il giorno prima dal presidente americano, secondo cui l’Iran starebbe cercando un accordo per porre fine alla guerra. In un’intervista alla CBS, Araghchi aveva infatti affermato che l’Iran non vede alcun motivo per avviare colloqui con Washington, promettendo che Teheran avrebbe continuato la guerra con la sua “autodifesa, fin dove è necessario”. Ma le operazioni militari iraniane sono mirate a paralizzare i propri nemici e le loro economie. Ieri un drone ha provocato un incendio in un serbatoio di carburante vicino all’aeroporto di Dubai, causando disagi al traffico, mentre un missile ha ucciso un civile nella sua auto ad Abu Dhabi e un altro drone ha innescato un incendio in un’area che ospita infrastrutture petrolifere nell’emirato orientale di Fujairah. Dall’altro lato, a più di due settimane dall’inizio della guerra in Medio Oriente, la portavoce militare israeliana, il generale di brigata Effie Defrin, ha dichiarato che gli israeliani hanno bisogno ancora di almeno altre due settimane di guerra perché hanno ancora “migliaia di obiettivi da colpire in Iran e se ne identificano di nuovo ogni giorno”. Su un altro fronte chiave del conflitto più ampio, Israele ha annunciato l’avvio di “operazioni di terra limitate” contro Hezbollah, sostenuto dall’Iran, nel Libano meridionale, “con l’obiettivo di rafforzare l’area di difesa avanzata”.
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