Occidente apri gli occhi!
Analisi di Abnousse Shalmani (tradotta da Mauro Zanon)
Testata: Il Foglio
Data: 16/03/2026
Pagina: 2
Autore: Abnousse Shalmani
Titolo: Occidente, apri gli occhi

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 16/03/2026, a pagina 2 dell'inserto internazionale, l'analisi di Abnousse Shalmani, tradotta da Mauro Zanon e originariamente pubblicato su Occidente, apri gli occhi, dal titolo: "Occidente, apri gli occhi".

Abnousse Shalmani - Wikipedia
Abnousse Shalmani
Iraniani in protesta contro la Repubblica Islamica, 200 davanti al  consolato: “Morte agli ayatollah” - la Repubblica
Per Shalmani il presidente francese Macron non capisce la natura oppressiva del regime islamico in Iran. La democrazia non sarebbe un imposizione occidentale, ma un ritorno alle radici della Persia

Sei anni dopo che l’ayatollah Khomeini lasciò la villetta di Neauphle-le-Château dove era vezzeggiato notte e giorno da giornalisti e intellettuali della gauche per fare ritorno in Iran e instaurarvi una Repubblica islamica, la scrittrice Abnousse Shalmani fece il viaggio inverso: abbandonò Teheran per rifugiarsi con la famiglia a Parigi, affermandosi negli anni come una delle più importanti scrittrici e intellettuali nel dibattito delle idee francese. La reazione dell’Eliseo dopo l’intervento di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran rivela, scrive Shalmani sul Point, quanto Parigi fatichi a comprendere la posta in gioco della rivoluzione persiana contro quarantasette anni di tirannia. “La lettura della prima reazione di Emmanuel Macron al salutare intervento israelo-americano contro la mollahrchia, il 28 febbraio – “Lo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran comporta gravi conseguenze per la pace e la sicurezza internazionale (…). L’escalation in corso è pericolosa per tutti. Deve cessare (…). Anche il popolo iraniano deve poter costruire liberamente il proprio futuro. I massacri perpetrati dal regime islamico lo squalificano e richiedono che la parola sia restituita al popolo (…). Fedele ai propri princìpi e consapevole delle proprie responsabilità internazionali, la Francia chiede una riunione urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite” –, ho sentito crescere in me una rabbia puramente emotiva e allo stesso tempo una stanchezza intellettuale. La prima immagine che mi è venuta in mente è quella del presidente francese che all’Onu,nel settembre 2022, stringe la mano al defunto presidente iraniano Ebrahim Raisi, soprannominato il “macellaio di Teheran” (per aver presieduto alla morte di migliaia di oppositori della teocrazia negli anni ’80-’90), mentre Mahsa Amini era appena stata assassinata dalla polizia morale, dando inizio a quella che continuo a chiamare La rivoluzione persiana contro i mullah. Poi ho pensato alla pace e alla sicurezza internazionale che la Repubblica islamica vìola da quarantasette anni in Iran, Libano, Israele, Yemen, Siria, Iraq, ma anche in occidente attraverso attentati indiscriminati ed esecuzioni di oppositori. E ho pensato anche al diritto internazionale calpestato da quarantasette anni dai mullah, alla popolazione iraniana dissanguata, alle grida di libertà, alla disperazione di fronte ai massacri di massa, ai discorsi che gli iraniani non hanno mai smesso di pronunciare e che l’occidente non ha voluto ascoltare, ho pensato alle mani vuote di fronte alle armi da guerra schierate dalla mollahrchia e ho comunque sorriso immaginando il Consiglio di sicurezza ricordare che la guerra è un male. Mi sono chiesta come il presidente di una democrazia occidentale potesse scrivere questo, senza provare vergogna, senza ricordare i circa cinquantamila morti di gennaio, senza contare gli arresti quotidiani e le esecuzioni segrete, senza ricordare che il caos in medio oriente ha origine nella teocrazia, fonte ideologica e finanziaria di tutte le tensioni, di tutti gli attentati, di tutte le destabilizzazioni, di tutti i morti, dell’impossibilità della pace. Da una parte un ricercatore piuttosto serio solitamente che immaginava possibile negoziare con il presidente iraniano Massoud Pezeshkian che farebbe parte dei “dei buoni” – ricordo ai distratti che Pezeshkian è stato eletto grazie alla defunta guida suprema Ali Khamenei, che gli ha permesso di commettere massacri della popolazione dal suo arrivo al potere nel 2024, invocando regolarmente la distruzione di Israele; dall’altra una ricercatrice sempre molto ideologizzata che paragona il futuro dell’Iran a quello dell’Iraq, della Libia, della Siria o dell’Afghanistan – ricordo ancora una volta ai distratti che la Persia ha quasi 4.000 anni, che quando Shah Abbas I (1588-1629) salì al potere, fu il primo sovrano al mondo a distinguere il potere religioso da quello politico e istituì un mecenatismo reale che ha lasciato ai posteri i più bei esempi di innovazioni architettoniche esistenti, come la grande moschea di Isfahan o la cattedrale armena del Santo Salvatore nel quartiere di Nuova-Jufla. Le miniature iraniane e la calligrafia erano allora al loro apice e il loro rappresentante più famoso, l’artista Reza Abbasi, dipingeva scene erotiche in cui l’androginia dei personaggi continua a stupire per la sua modernità, così come fu uno dei primi artisti orientali a rappresentare gli europei senza farne delle caricature. La Persia di Abbas I il Grande fu il primo esempio di globalizzazione culturale, al crocevia delle culture ottomana, mongola, cinese e occidentale, il cui influsso perdura ancora oggi nelle arti, ma anche nell’arte di vivere, e se insisto su Shah Abbas I è perché ritroviamo questa laicità originaria nella Costituzione iraniana del 1906, secondo cui le arti hanno sempre costituito un solido baluardo contro il fondamentalismo religioso. Questo spiega perché in Iran, dopo la rivoluzione islamica, le opere d’arte non sono state distrutte, nascoste alla vista sì, ma mai distrutte, a differenza dei talebani che hanno fatto saltare in aria i Buddha di Bamiyan, il che spiega la qualità e la modernità del cinema iraniano nonostante i mullah, il che dà senso ai fotografi, pittori, architetti, stilisti, scultori iraniani che hanno continuato a brillare in tutti i continenti…insomma, la democrazia in Iran non è un’importazione occidentale, ma un ritorno alle origini storiche. Un giornalista della radio pubblica parla del “potere quasi assoluto” di Khamenei, come se fosse possibile relativizzare il suo potere totale, che da trentasette anni tiene nelle sue mani tutte le leve del potere; e ovunque, sulle labbra di troppi franco-iraniani e francesi di sinistra esclusivamente, “l’antimperialismo” e “l’antisionismo” che rasentano l’isteria, riprendendo gli stessi argomenti degli anni ’70, minimizzando i crimini della mollahrchia per un odio compulsivo verso l’America e Israele, riproponendo la funesta associazione tra la sinistra e gli islamisti che ha dato vita alla mollahrchia. E come se non bastasse, la rabbia contro il figlio dell’ultimo scià dell’Iran, che sarebbe solo una montatura dei media occidentali, il tutto detto con aria di disgusto, come se gli iraniani fossero troppo stupidi per capire cosa rappresenta Reza Pahlavi, continuità storica e garante democratico, e la relativizzazione infantilizzante della gioia degli iraniani all’annuncio della morte del tiranno Ali Khamenei, perché, capite, e mi scuserai la familiarità, caro lettore, gli iraniani sono troppo stupidi per capire che un intervento esterno non può, non deve avere successo. Sarebbe dare ragione a coloro che, come me, pensano che un’ingerenza esterna sia indispensabile per salvare stupidamente vite umane che valgono sempre più delle ideologie che servono solo a tessere sacchi mortuari. Morire per le idee, d’accordo, ma di morte lenta, cantava Georges Brassens. E se smettessimo di morire per alimentare ideologi che hanno portato solo alla disperazione e celebrassimo finalmente la vita e la democrazia ritrovate a partire da domani?”. 

(Traduzione di Mauro Zanon)

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