La guerra finirà a Hormuz (La Turchia a metà strada fra Washington e Teheran)
Analisi di Micol Flammini
Testata: Il Foglio
Data: 15/03/2026
Pagina: 1
Autore: Micol Flammini
Titolo: La guerra finirà a Hormuz, soluzioni armate e negoziati fra missili e droni (anche in Turchia)

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 15/03/2026, a pag. 1/XV, con il titolo "Il Libano che non arriva mai", l'analisi di Micol Flammini.

Micol Flammini
Micol Flammini

La trappola dello Stretto di Hormuz tra mine, droni e rotte obbligate.  Parla Di Paola | Il Foglio
Dallo Stretto di Hormuz passa circa il 20% del petrolio mondiale, Stati Uniti e Europa cercano di garantire il passaggio nello stretto con piani militari o tentativi diplomatici, ad ora tutti fallimentari. La Turchia continua a tenere una posizione estrememente prudente nel timore di ripercussioni più violente da parte di Teheran

Roma. Lo Stretto di Hormuz è la calamita, tutto e tutti cercano una soluzione per liberare la via attraverso la quale transita il venti per cento del petrolio mondiale. Fino a quando la Repubblica islamica dell’Iran continuerà a usare la paura del suo blocco bersagliando chi transita, a meno che non si tratti di amici di Teheran, la guerra non finirà. Quindi in questo momento si fanno piani militari e piani diplomatici. Gli Stati Uniti dispiegano fino a cinquemila uomini, secondo il Wall Street Journal: una spedizione per operazioni mirate, ma non di grandi dimensioni. Gli europei, secondo il Financial Times, con Francia e Italia negoziano con il regime l’apertura di Hormuz. Roma ha smentito, la Francia ha risposto dicendo che è stato il presidente Emmanuel Macron per primo a parlare con l’iraniano Masoud Pezeshkian per sottolineare la necessità di “garantire la libertà di navigazione dello Stretto di Hormuz”, quindi non c’è nulla di segreto. Hormuz catalizza l’attenzione, ma attorno continuano a volare missili e soprattutto droni. Per la terza volta un missile è stato intercettato nello spazio aereo della Turchia e ad abbatterlo sono state le difese della Nato. Ankara ha protestato moderatamente, la Repubblica islamica ha negato di averla attaccata. Fra tutti gli attori coinvolti, la Turchia fa da spettatore. Il presidente Recep Tayyip Erdogan dispensa condanne moderate, chiede di non esagerare, ma tiene a freno giudizi e commenti, ponendosi a metà strada fra Washington e Teheran. Anche la Turchia ha le sue navi in attesa nello Stretto di Hormuz, quattordici in tutto, soltanto una è riuscita a passare. Il ministro dei Trasporti turco, Abdulkadir Uraloglu, ha sottolineato che il permesso le era stato accordato soltanto perché l’imbarcazione aveva primafatto scalo in un porto iraniano. Sembra impossibile chiedere ad Ankara di scegliere dove e con chi stare, prima dell’attacco all’Iran si muoveva da regista in medio oriente, fra il piano di ricostruzione di Gaza, il sostegno al presidente della Siria Ahmed al Sharaa e i rapporti sempre più stretti con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Quel medio oriente non esiste più, dopo la guerra sarà cambiato, ci saranno nuovi ruoli da assegnare. Chi invece si è schierato, a chilometri di distanza, è il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ieri ha incontrato a Parigi Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che si propone come alternativa in un Iran senza regime. Quell’alternativa, chiunque sarà, rimane lontanissima e ieri lo ha detto anche Donald Trump ammettendo che rovesciare il regime “è un ostacolo molto grande”. 

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