Riprendiamo da IL RIFORMISTA di oggi, 10/03/2026, a pagina 3, l'intervista di Niram Ferretti a Daniel Pipes dal titolo "«Operazione di polizia contro il regime». Parola a Daniel Pipes".
Niram Ferretti
Daniel Pipes, tra i maggiori esperti internazionali di Medio Oriente e fondatore del Middle East Forum, ha accettato di rispondere alle nostre domande sulla guerra in corso in Iran.
La decisione di Donald Trump di unirsi a Israele nell’attaccare la Repubblica islamica dell’Iran ti ha sorpreso?
«Sì. Trump sorprende costantemente non solo me, ma tutti. Disprezza i paradigmi intellettuali, è orgoglioso di prendere decisioni istintivamente e annuncia sempre le sue azioni come se fossero un successo sbalorditivo. Nessun presidente ha mai agito in questo modo, e probabilmente nessun altro lo farà mai più. Scegliendo lui, i conservatori hanno optato per un’avventura audace. A volte immagino che noi americani stiamo vivendo nel Medioevo, sotto un re che decide arbitrariamente il nostro destino».
Quali sono, a tuo avviso, i principali fattori che determineranno l’esito della guerra?
«Tre, tutti riguardanti le reazioni dell’opinione pubblica – iraniana, americana e araba – e sono i fattori fondamentali che stabiliranno se la guerra sarà una vittoria o una sconfitta per gli alleati occidentali.
La popolazione iraniana si solleverà per rovesciare i suoi oppressori? Questa è la domanda cruciale dell’intero conflitto. Da quanto ne sappiamo, la questione non è stata affrontata prima dell’attacco del 28 febbraio, ma è motivo di “speranza e preghiera” per la coalizione USA-Israele.
L’elettorato americano sosterrà una guerra prolungata? I sondaggi suggeriscono un diffuso scetticismo negli Stati Uniti, un atteggiamento che non farà che aggravarsi e ampliarsi se i combattimenti continueranno per più di qualche settimana. Le preoccupazioni per l’inflazione e le elezioni di medio termine di novembre aggravano la vulnerabilità dell’amministrazione.
Infine, gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo, il cui stile di vita e modello di business sono profondamente sconvolti dai missili e dai droni iraniani: si avvicineranno agli Stati Uniti e a Israele oppure aiuteranno l’Iran facendo pressione per la fine del conflitto? Finora sembra che i governi si stiano muovendo verso l’alleanza, mentre molti dei loro cittadini spingono per un’intesa pacifica con l’Iran».
Hai definito la campagna USA-Israele una “operazione speciale di polizia”. In che senso?
«A differenza dell’attacco russo all’Ucraina, che è una vera guerra perché non conosciamo l’esito sul campo di battaglia, l’attacco israelo-americano all’Iran è una conclusione scontata, come quando la polizia circonda un agglomerato criminale. Come in un’operazione di polizia, la domanda non è chi prevarrà, ma come verrà portata a termine: se sono state violate le leggi, quanti danni collaterali sono stati inflitti, quali conseguenze politiche ne derivano e così via. Lo stesso vale per l’attuale guerra di Israele contro Hezbollah e per le precedenti guerre contro Hamas».
Secondo te, quale sarà l’esito più probabile della campagna militare?
«La domanda chiave riguarda la sopravvivenza o meno del regime iraniano. È molto difficile prevederlo finché i numerosi nemici del regime resteranno a casa. Si ribelleranno in seguito? I criminali del governo riusciranno a reprimerli? Propendo nel prevedere la sopravvivenza del regime».
È necessaria una rivolta interna per rovesciare il regime degli ayatollah?
«Sì, a meno che le forze curde non si dimostrino più forti del previsto o che forze straniere non occupino il Paese, due ipotesi che mi paiono improbabili».
Michael Rubin del Middle East Forum ha scritto di recente: “Quando si ha a che fare con regimi canaglia e i loro rappresentanti, la forza bruta conta più della diplomazia”. Sei d’accordo?
«Sì. Gli accordi diplomatici con i regimi totalitari – Munich Agreement, la distensione, Oslo Accords, la Sunshine Policy, il Joint Comprehensive Plan of Action – finiscono quasi sempre per aiutarli e danneggiare le democrazie».
Perché allora il governo degli Stati Uniti ha avviato una trattativa diplomatica con Teheran?
«Perché la forza bruta non è un’opzione spontanea nelle democrazie. Preferiamo discutere le cose e risolverle. Mio padre, che lavorava come consigliere di Ronald Reagan per l’Unione Sovietica, si lamentava del fatto che il Dipartimento di Stato sapesse come stipulare trattati di pesca con Ottawa, ma non come affrontare Mosca».
In che misura il crollo del regime iraniano rimodellerebbe il Medio Oriente?
«Come ho scritto in un recente articolo, “la fine della Repubblica islamica dell’Iran promette a quasi 100 milioni di iraniani la possibilità di libertà e prosperità. Offre a circa 500 milioni di mediorientali una riduzione di sabotaggi e violenze e affranca sostanzialmente due miliardi di musulmani dal veleno dell’attuale ideologia totalitaria più vitale: l’islamismo”».
Se il regime crollasse, l’Iran rimarrebbe un Paese unito?
«È un argomento intrigante perché i madrelingua persiani rappresentano solo la metà della popolazione iraniana. In altre parole, come Russia, Cina ed Etiopia, l’Iran è un impero terrestre che include molti popoli sottomessi: azeri, gilaki e mazandarani, curdi, arabi, lur, beluci e turcomanni. Molti di questi popoli vogliono l’autonomia o l’indipendenza. Non sono d’accordo con l’opinione comune secondo cui l’integrità territoriale dell’Iran debba essere preservata. Perché accusare gli imperi marittimi britannici, francesi e di altri Paesi di essere stati imperialisti e poi accettare la permanenza degli imperi terrestri? Anche questi devono essere smantellati».
Quali ripercussioni avrebbe su Hamas un eventuale crollo del regime di Teheran?
«Lo priverebbe di armi, denaro, supporto diplomatico e appoggio ideologico. Ma, dato quanto sia già ridotto il potere di Teheran, Hamas sarà privata del suo sostegno anche se il regime continuasse ad arrancare».