Donne che resistono Michela Ponzani
Le Fosse Ardeatine dal massacro alla memoria 1944-2025
Einaudi euro 23
Queste parole sono contenute nei ringraziamenti che aprono il saggio “Donne che resistono” (Einaudi, 2025) di Michela Ponzani, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata oltre che autrice e conduttrice televisiva di programmi culturali per Rai Storia e La7. Nel 2024 è stata insignita dell’onorificenza di Ufficiale al merito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
In ogni epoca la resistenza delle donne dinanzi alle tragedie della Storia, la ribellione al sopruso e l’anelito alla libertà da regimi criminali sono stati temi ampiamenti trattati dalla storiografia e dalla letteratura. Mai come in questi giorni, pensando alle donne iraniane e di molti paesi del mondo, scrivere e riflettere di “resistenza” è un modo per non permettere che certe atrocità possano cadere nell’oblio.
Per questo il saggio di Michela Ponzani pur riportandoci al 24 marzo 1944, giorno dell’atroce massacro tedesco delle Fosse Ardeatine, è di stringente attualità.
Il saggio, sulla forza e la risolutezza di mogli, madri e figlie delle vittime della strage nello scoprire la verità, pone al centro le memorie di queste donne che impararono a resistere con coraggio e spirito di sacrificio, fedeli ai loro ideali e riuscirono a trasformare quella strage nel più grande monumento alla Resistenza.
Per prime, dopo l’eccidio, si recarono alle cave in un pellegrinaggio doloroso per identificare le vittime e anche se la carneficina delle Fosse Ardeatine fu un massacro di soli uomini furono le donne a pretendere degna sepoltura per i 335 morti, rimasti per mesi in quelle cave di pozzolana abbandonate: erano artisti, studenti, commercianti, contadini, professionisti uccisi solo perché ebrei o antifascisti.
“Questo libro – scrive l’autrice – racconta la vita delle donne che rimasero a vivere il lutto di un massacro trasformato in mausoleo, soffermandosi sull’uso pubblico di una strage divenuto monumento nazionale (il primo della storia repubblicana), simbolo dell’eredità sofferta dell’antifascismo, da sempre oggetto di una memoria divisa”.
Con una scrittura empatica la storica, che da anni raccoglie le memorie dell’Anfim, l’associazione nata per il diritto al riconoscimento di una degna sepoltura, pretesa dai familiari delle vittime della strage delle Ardeatine, racconta il lutto di quelle donne, entra con rispetto nel vissuto delle protagoniste che si trovarono non solo ad attendere invano il ritorno dei familiari, a cercare notizie in una Roma funestata dalle squadracce fasciste ma dovettero prendersi cura dei figli rimasti orfani, rimboccarsi le maniche fra mille sacrifici, spesso in condizioni di estrema povertà, e confrontarsi con la solitudine alla fine del conflitto in una città che voleva tornare a vivere e dimenticare. E fu sempre grazie alla determinazione delle donne che i criminali nazisti come Erich Priebke furono portati sul banco degli imputati e sempre quelle madri e quelle figlie si ribellarono alla decisione degli angloamericani di coprire con una colata di cemento i corpi dei loro cari. Perché anche se il rischio era una emergenza sanitaria seppellire in quel modo le vittime avrebbe significato anche la loro cancellazione.
“Riconoscere un corpo – scrive Ponzani – significa dare un nome a chi se n’è andato e un volto al dolore di chi resta”.
Lottarono quindi per dare a ogni corpo un nome, una identità e una giusta sepoltura e con l’aiuto del dottor Attilio Ascarelli fu possibile ricostruire e identificare le vittime grazie a piccoli dettagli come una lettera, un pezzo di stoffa, un pettinino.
E infine far riposare quei poveri resti in un unico ambiente, il Mausoleo delle Ardeatine, che diventerà luogo di una memoria condivisa.
L’autrice ricorda che alle Ardeatine morirono anche 75 ebrei (sebbene secondo nuove ricerche il numero potrebbe salire a 79), che non hanno voluto rinnegare la loro identità religiosa…gente che iniziò a soffrire ben prima della strage alle Ardeatine, quando nel 1938 molti persero il lavoro, la possibilità di studiare nelle scuole pubbliche o di insegnare nelle università italiane, con i beni sottratti e mai più restituiti.
Il saggio di Ponzani racconta anche una storia di sentimenti lacerati, di amori che restano nel cuore per l’eternità, di volti scolpiti in foto in bianco e nero che raccontano una giovinezza senza fine, di figlie che non riescono ad accettare che qualcun altro prenda il posto del padre o di nonni che pensano di fare il bene dei nipoti togliendoli alle madri rimaste sole e in difficoltà.
“I figli delle Ardeatine, cresciuti nell’Italia del dopoguerra, sono stati a lungo dimenticati da un mondo che aveva fretta di tornare a vivere, un po’ come è accaduto a chi è tornato dall’inferno dei lager”. Cosa resterà quando l’ultimo testimone della Shoah non ci sarà più? Si chiedono gli storici.
E’ nostro dovere continuare a raccontare per tramandare la memoria, per contrastare l’oblio del tempo e la scomparsa dei sopravvissuti: “Finchè avremo voce, non smetteremo di raccontare” afferma la pronipote di una delle vittime.
“Anche se Kappler aveva imposto il silenzio sull’eccidio delle Ardeatine per impedire ai morti di continuare a sopravvivere nei vivi… le donne avevano lottato, insieme ai loro figli, proprio in nome di chi non c’era più: col coraggio di resistere, affinchè non fosse disperso il ricordo di un massacro, nel mondo dei vivi”.
Giorgia Greco