Riprendiamo da IL TEMPO del 09/03/2026, a pag. 4, con il titolo "Se per la sinistra non tutti gli oppressi devono essere liberati", l'analisi di Federico Punzi.
Federico Punzi
Pronta a smascherare le contraddizioni e le ipocrisie della sinistra come i conflitti mediorientali. Il copione prevede la massima indignazione e mobilitazione, come abbiamo visto nei mesi scorsi, se Israele risponde a un pogrom di ebrei come non se ne vedevano dalla Seconda Guerra Mondiale eliminando la minaccia terroristica di Hamas e degli altri proxies iraniani. In questo caso ben vengano scioperi generali, occupazioni, sabotaggi, flottiglie eccetera.
Nessuno invece ha mosso un dito, nemmeno un piccolo sit-in organizzato davanti all'ambasciata iraniana, per le 30 o 40 mila vittime in pochi giorni a inizio anno della repressione del regime iraniano. Anzi, quando Stati Uniti e Israele hanno deciso di intervenire per provare a causare la caduta di quel regime, che oltre a massacrare il suo popolo minaccia tutti i vicini con armi terribili, le condanne e le proteste sono magicamente riaffiorate, ma sempre contro Usa e Israele, persino ignorando gli espatriati iraniani che vivono in Europa o negli Usa e che in questi giorni guardano con speranza agli attacchi e scendono in piazza con le bandiere persiane, israeliane e americane.
La sinistra segue uno schema oppressi/oppressori che funziona in automatico ma a intermittenza. Non tutti gli oppressi sono meritevoli di essere «liberati». Sicuramente i palestinesi dall'«occupazione» israeliana, alcuni non si vergognano a chiamarla addirittura apartheid. Sicuramente i migranti, che dovremmo accogliere tutti in Europa. Sicuramente i neri e le minoranze dal cosiddetto «razzismo sistemico». Sicuramente le donne dal «patriarcato bianco».
Non, appunto, i ragazzi e le ragazze iraniane dal loro regime. Né ovviamente venezuelani e cubani. Per non parlare delle ragazze musulmane vittime del «patriarcato arabo-islamico».
No, in quel caso siamo noi che non apprezziamo la «diversità culturale». In questi casi, se qualcuno agisce, mosso anche ovviamente da ragioni geopolitiche e di sicurezza nazionale, viene accusato di destabilizzare, gettare il mondo nel caos. Ma la democrazia non si esporta con le bombe, non hanno un piano per il «dopo», e così via con tutto l'armamentario retorico che ben conosciamo.
Ma il filo rosso che unisce le cause considerate dalla sinistra meritevoli di indignazione e mobilitazione è evidente. Hanno tutte un connotato fortemente anticapitalista e antioccidentale, sono cioè strumentali ad attaccare ciò che rappresenta la civiltà occidentale, le sue radici giudaico-cristiane e la sua storia di successo. E non c'è niente che rappresenti tutto questo meglio di due potenze capitaliste, fortemente orgogliose della propria identità e determinate a difenderla se necessario con le armi, come Israele e Stati Uniti.
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