Riprendiamo da LIBERO di oggi, 09/03/2026, a pag. 5 con il titolo "Moran Elaluf - «Il regime dosa le sue forze. Le 4 fasi dell’azione alleata. L’ultima è la più difficile»", la cronaca di David Zebuloni.
David Zebuloni
Nove giorni sono trascorsi dall’inizio dell’operazione congiunta israelo-americana "Ruggito del Leone" contro il regime iraniano e il suo impero terroristico in Medio Oriente, e in Israele molti cittadini si dicono sorpresi. Nonostante le sirene continuino a suonare senza sosta, giorno e notte, i missili iraniani non sembrano aver provocato le stragi che molti temevano. «Non c’è dubbio che i sistemi di difesa di Israele siano tra i migliori al mondo, e questo fa certamente la differenza. Inoltre qui operano anche sistemi americani giunti nella regione: si tratta quindi di uno sforzo congiunto. Presumo che vi siano anche altri attori nell’area che partecipano alle operazioni di intercettazione», spiega in un’intervista a Libero Moran Elaluf, esperta di controterrorismo della Reichman University. Tuttavia, non è soltanto merito della difesa israeliana. «Il regime non sta ancora lanciando missili su larga scala», sottolinea l’esperta. «Non sono ancora state registrate raffiche di decine o centinaia di bombe sparate contemporaneamente. Pertanto, non credo sia corretto sottovalutare le capacità degli ayatollah. La situazione attuale non dimostra affatto che un’escalation non possa verificarsi in seguito». Non c’è dubbio che il contesto in cui operano i Pasdaran sia particolarmente complesso: il regime è sottoposto a bombardamenti molto pesanti. I satelliti ne monitorano costantemente le attività, individuano i siti di lancio e li colpiscono. "Personalmente, non ho dubbi che cercheranno di preparare delle sorprese", rivela l'Elaluf. "Abbiamo già visto che Hezbollah si è unito allo sforzo terroristico. Gli Houthi non ancora, ma probabilmente perché il regime preferisce conservarli per una fase successiva, nel caso in cui Hezbollah dovesse subire un colpo significativo". Quindi, seguendo la linea tracciata dalla ricercatrice, il motivo per cui l’Iran non starebbe ancora impiegando l’intero arsenale a sua disposizione sarebbe essenzialmente di natura strategica. Teheran potrebbe aver scelto di calibrare con relativa cautela la propria risposta, evitando per ora un impiego massiccio dei missili e mantenendo parte delle proprie capacità militari come riserva per eventuali fasi successive del conflitto.
«Da un lato il regime deve dimostrare di essere in grado di lanciare missili in tutta la regione, come ha promesso più e più volte. Dall’altro lato, però, deve anche preservare le proprie scorte per il futuro», spiega Moran. «Gli ayatollah sono consapevoli di essere entrati in una lunga battaglia di sopravvivenza, e se lanciassero ora tutta la loro artiglieria, praticamente esaurirebbero subito tutte le loro possibilità».
Nonostante ciò, secondo l’esperta israeliana, di fronte alle superpotenze militari di Israele e Stati Uniti, il tempo del regime iraniano è limitato. «Per vincere, Israele sta attuando un piano militare ordinato e strutturato, studiato meticolosamente e suddiviso in quattro fasi», racconta. «Nella prima fase si neutralizzano le capacità di attacco del regime attraverso attacchi aerei, sia per eliminare minacce dirette a Israele, sia per ridurre i pericoli interni in Iran nei confronti della popolazione. La seconda fase dovrebbe prevedere l’uscita in strada degli oppositori del regime, ma non siamo ancora arrivati a quel punto.
Proprio oggi, Trump ha invitato i manifestanti a restare cauti».
Per quanto riguarda la terza fase, secondo Elaluf, se le forze di terra riuscissero realmente a prendere il controllo fisico delle istituzioni governative, ciò dovrebbe portare alla sostituzione del regime o all’elezione di una nuova leadership, prima temporanea e poi permanente. «La quarta e ultima fase, quella multidimensionale, riguarda il trattamento dei circuiti di attacco all’interno delle infrastrutture globali dell’Iran e di Hezbollah: cellule terroristiche dormienti sparse nel mondo, in particolare in Europa, e le reti di finanziamento dei regimi del terrorismo», conclude. «Se si vuole davvero garantire la rimozione di future minacce, questa è la fase più critica».
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