Riprendiamo da LIBERO del 26/02/2026, a pag. 37, con il titolo "Mai più una Crans Montana. Alla scuola ebraica lezioni di psicologia e prevenzione" l'intervista di Claudia Osmetti a Dalia Gubbay.
Claudia Osmetti
La tragedia di Crans-Montana.
Quell’incendio, infame, la notte di Capodanno, 200 chilometri più a nord, in quella Svizzera che si credeva il Paese modello della sicurezza e del rigore e, invece, s’è svegliata nel 2026 ferita a morte: 41 vittime, 115 feriti. E poi Milano. Che ha vissuto lo stesso dramma, si è data da fare nello stesso modo, ha sperato, pianto, patito alla stessa maniera. C’è un filo rosso che lega il Canton Vallese e il capoluogo lombardo e non è (solo) perché due dei sei ragazzini italiani che hanno perso la vita in quel disastro studiavano e avevano un futuro sotto la Madonnina, non è (solo) perché tutti e undici i sopravvissuti nostri connazionali sono passati dal Niguarda di piazza Ospedale maggiore, non (solo) perché lì sono ancora ricoverati in otto: c’è una comunità, quella ebraica milanese, che a Crans è sempre stata di casa.
«Io ero là quando è successa la tragedia», racconta la vice-presidente e assessore alle Scuole Dalia Gubbay, «siamo rimasti tutti traumatizzati perché molte famiglie ebraiche milanesi frequentano da sempre Crans che considerano un luogo sicuro, tant’è che lì c’è anche una sinagoga. Il primo pensiero è stato che fosse un attentato, purtroppo sono i giorni che corrono. Il secondo la preoccupazione che qualcuno, tra i nostri figli o conoscenti, potesse essere coinvolto: per un caso fortuito non è andata così, anche se tre ragazze ebree sono tra le vittime, due di Losanna e una francese. Il terzo pensiero, però, è stato cosa possiamo fare, adesso, noi, qui, a Milano, a quasi tre mesi di distanza, per i nostri ragazzi e per quelli che non ci sono più?». Gubbay è una che non si perde d’animo, milanese fino al midollo non la spaventa il rimboccarsi le maniche e l’affrontare i problemi: così ha contattato il professor Fabio Sbattella, che è a capo del dipartimento di Psicologia dell’emergenza all’università Cattolica e ha messo in piedi un progetto che non guarda unicamente al passato (cioè a quanto è accaduto a Crans) ma che è rivolto soprattutto al futuro (cioè a come si possono prevenire situazioni del genere), Sbattella, tra l’altro, nella scuola ebraica di via Sally Mayer non è nuovo: dopo il pogrom terroristico del 7 ottobre del 2023 ha già collaborato con la comunità. «Ci siamo visti come amici», spiega Gubbay, «perché oramai lo siamo diventati, e io mi sono messa a piangere tra le sue braccia. Abbiamo iniziato a parlare del fuoco e di quel che rappresenta, che non è solo una ragione di pericolo ma anche un elemento di fascinazione, per esempio. E a quel punto ho capito che i ragazzi sarebbero rimasti colpiti da un discorso simile». È nata in questo modo l’iniziativa “Accendere e spegnere il fuoco - Psicologia della prevenzione e del coraggio” che da un lato spiega ai ragazzi (ma non solo a loro, anche agli insegnanti e al personale scolastico che è visto come punto di riferimento dai più piccoli: ché bisogna ricordarsi sempre che al Constel, in quei minuti maledetti del flashover, non c’erano solo adolescenti in festa per l’anno nuovo ma anche adulti e quarantenni che stavano lavorando) quali sono le corrette competenze situazionali, cosa fare, come comportasi in casi analoghi e dall’altro fa da sostegno per elaborare quanto è accaduto.
A metà strada tra la psicologia e la prevenzione, insomma. «Nell’emergenza non basta conoscere le regole, bisogna anche avere la percezione del rischio, la capacità di leggere i segnali di crisi, la prontezza che trasforma un’emozione in un’azione efficace. Il fuoco è un simbolo ambivalente, è una risorsa ma anche una minaccia: durante i nostri incontri vengono fatte anche delle esercitazioni pratiche». Il progetto è rivolto agli studenti delle superiori: «È anche il nostro modo di onorare le vittime del Constellation e di trasformare il dolore in qualcosa che possa servire, la memoria come protezione attiva. Ci è venuto spontaneo attivarlo e i ragazzi hanno già risposto positivamente perché sono molti interessati, lo legano a qualcosa che è veramente successo e che li tocca da vicino, per cui partecipano convinti».
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