Riprendiamo dal RIFORMISTA del 26/02/2026, a pagina 5, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Il ‘fisioterrorista’ di Medici Senza Frontiere"

Iuri Maria Prado
«Siamo indignati e condanniamo fermamente l’uccisione del nostro collega». Così si esprimeva Medici Senza Frontiere nell’estate del 2024, quando l’esercito israeliano eliminava Fadi Al-Wadiya, fisioterapista nei ranghi dell’organizzazione umanitaria. Israele sosteneva allora che l’operatore dividesse il proprio curriculum tra le corsie degli ospedali di Gaza e la manifattura di ordigni. Nei giorni scorsi è arrivata la conferma – senza che la notizia sia stata smentita in modo convincente – che quel “collega” era effettivamente un esponente della Palestinian Islamic Jihad.
Solerti nel diffondere la propria indignazione al momento dell’operazione israeliana, i vertici di Medici Senza Frontiere non hanno finora ritenuto di dover spendere una parola sul profilo del dipendente che stipendiavano, nonostante il doppio ruolo – tutt’altro che commendevole – di terrorista in uniforme sanitaria. Non solo: l’organizzazione non si limitava a impiegarlo, ma sosteneva economicamente anche la sua famiglia. È possibile che fosse bisognosa di assistenza, ma in un contesto in cui l’Autorità Palestinese prevede sussidi ai familiari dei militanti, un’organizzazione umanitaria potrebbe forse destinare priorità e risorse a chi non è inserito in circuiti di militanza armata.
Il punto non è l’assistenza in sé, bensì il contesto in cui essa si inserisce. Operare in strutture dove gruppi armati trovano riparo o copertura espone inevitabilmente a interrogativi sulla neutralità e sull’affidabilità. Se tra il personale figurano soggetti coinvolti in attività militanti, la credibilità dell’intera missione umanitaria ne risente. In questi casi, l’assunzione di responsabilità e la trasparenza dovrebbero precedere ogni altra reazione.
Eppure, quando Israele ha chiesto all’organizzazione di fornire nomi, cognomi e profili del personale operativo nell’area, la risposta è stata un’ulteriore protesta: un “cinico tentativo di impedire alle organizzazioni di fornire servizi in Palestina”, è stato sostenuto. Ma la richiesta di chiarimenti su chi opera in un teatro di guerra segnato dalla presenza di gruppi come Hamas o la Jihad islamica non può essere liquidata come un capriccio.
La questione, al di là delle polemiche, riguarda la coerenza tra principi dichiarati e pratiche effettive. In contesti ad altissimo rischio politico e militare, la neutralità non è solo un’affermazione di principio: è una condizione che va dimostrata con rigore, soprattutto quando emergono elementi che mettono in dubbio la distinzione tra operatori umanitari e militanti armati.
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