Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 24/02/2026, a pag. 1-I con il titolo "Noi iraniani vivi " il commento di Tatiana Boutourline.
Tatiana Boutourline
Roma. “Non possiamo voltare pagina”, dice Kaveh. Ha vent’anni, studia ingegneria, non ha ancora preso la patente, anche se ne avrebbe bisogno come l’aria, ma non ha tempo dice, non ne ha perché a Teheran si muove tutto troppoveloce e domani chissà cosa accadrà. “Magari la guerra, magari la morte”. Da cinque giorni Kaveh è tornato a manifestare, assieme a tanti suoi coetanei a Mashad, a Shiraz, a Isfahan, nelle università che sono il fiore all’occhiello del regime, come la Sharif, l’ateneo di Kaveh, che lui però preferisce chiamare con il nome prerivoluzionario Aryanmehr, perché “non si può fingere che sia tutto normale”. Nello spiazzo delle chiacchiere, sui gradini, sotto agli alberi spogli dove ha fumato le prime sigarette, Kaveh grida “libertà”, “morte al dittatore”, “Pahlavi tornerà”.
E grida talmente forte che la sera ha la voce roca, eppure è felice, dice, felice di camminare fianco a fianco con i suoi amici. Di vivere. “Vivo e mi basta”, gracchia la voce. A Teheran è così, nessuno si lamenta. “Sarebbe indecente dopo i massacri, sacrilego. Noi vivi dobbiamo combattere, essere morali in un mondo immorale. Per noi la felicità è questo, per gli altri chissà”, dice al Foglio. Gli altri, sono i bassiji e secondo Kaveh non sembrano per niente felici. Sono tesi, hanno la barba ispida, gli occhi inespressivi, oppure cupi, rabbiosi, afflitti. A volte li conosci – racconta Kaveh – li hai avuti accanto a lezione, li hai incrociati nella caffetteria, a uno hai prestato una felpa perché aveva freddo, un altro ha preteso una sigaretta e non ti ha neppure ringraziato. “Hanno più paura di noi – dice Kaveh – anche se sono armati, anche se il rettore è dalla loro parte e ci minaccia”.
Hanno paura perché a Teheran la guerra è sulla bocca di tutti e ogni evento, un’esplosione, la caduta di un elicottero militare, la notizia del tentato assalto al compound dell’ayatollah Ali Khamenei sulla via Pasteur pare il segno di qualcosa di più grande. Nei parcheggi degli ospedali, dove di notte si tengono le riunioni al vertice dei pasdaran, stazionano i mezzi armati, nelle moschee svuotate di fedeli si tengono le munizioni e così nelle scuole. Ma intanto mentre davanti alle università si svolgono marce e sit-in, mentre si agitano i manganelli, e in aria volano droni di ricognizione c’è ancora posto per scene surreali con ragazzi come Kaveh che appendono sugli alberi topolini di peluche (perché per i manifestanti Khamenei è il topo perennemente rintanato nel bunker) e i bassiji che si arrampicano sugli alberi per salvare l’onore della Guida suprema. “Il fatto che siano armati non li rende meno ridicoli. Qualsiasi cosa accada noi vinceremo e loro prima o poi marciranno nei bunker. Lo spieghi agli analisti che dicono che la guerra ci ricompatterà? La Repubblica islamica è morta”, sentenzia Kaveh.
Uno studio pubblicato questo mese dall’Università di Stanford (“Protests in Teheran 2009-2024, overview of a comprehensive digital archive”) ricostruisce la parabola discendente del rapporto tra i manifestanti e il regime. Grazie all’analisi di 96.106 video, foto e dispacci giornalistici provenienti dalla provincia di Teheran, Matin Mirramezani, Mohsen Amiri e Mohsen B. Mesgaran hanno documentato lo svolgimento di 8.522 proteste, in media una ogni tre giorni in un lasso di tempo di sedici anni.
Ciò che emerge chiaramente da questo studio è che le manifestazioni “non sono un fatto eccezionale ma una caratteristica strutturale” e che lo scollamento tra il regime e gli iraniani ha subìto negli ultimi anni un’accelerazione esponenziale.
Basti pensare alla distanza siderale tra le istanze dell’Onda verde e i topolini di peluche che ridicolizzano Ali Khamenei sugli alberi spogli delle università. Nel 2009 quando gli iraniani scesero in piazza per opporsi alla rielezione fraudolenta di Mahmoud Ahmadinejad, la protesta si faceva forte di continui rimandi alla religione e quando nelle piazze risuonavano slogan come “Allahu Akbar” oppure “Ya Hussain Mirhossein” (accostando il nome del candidato “riformista” Mir Hossein Moussavi a una figura centrale dell’escatologia sciita come l’imam Hussein) il senso della contestazione era che il regime aveva tradito non solo le sue promesse, ma i suoi valori. Consumato nel sangue degli omicidi di stato, il patto tra la Repubblica islamica e i suoi cittadini si andava sfilacciando, ma nelle piazze la maggioranza esprimeva ancora la speranza, per quanto nebulosa, che qualcuno sarebbe potuto arrivare, che qualcuno da dentro il sistema avrebbe potuto correggere la rotta. Il sistema era iniquo,inefficiente e corrotto e ciò nonostante, nessuno
riusciva a immaginare un’alternativa, non la maggioranza silenziosa almeno. Questo fino all’elezione di Hassan Rohani – sottolineano i ricercatori di Stanford – perché già alla fine del suo primo mandato il clima è iniziato a cambiare, e dal 2017-2018, quando sono scoppiate massicce manifestazioni contro il carovita, gli slogan sono diventati più radicali, e se il leader supremo compare sui cartelli, l’appellativo più educato che può essergli riservato è “diktator”, ossia dittatore. Nel frattempo i rimandi coranici sono scomparsi dalle piazze, chi scende per strada sceglie metafore che evocano il folklore, la poesia e la mitologia. Khamenei è Zahak, il demone serpente del poema epico Shahnameh, e i manifestanti sono tanti piccoli Kaveh, in memoria del fabbro leggendario che lo sconfisse. Dal 2022, sono tornate in auge le canzoni popolari e i ritornelli del ’79, come “colpirò chi colpisce mio fratello”, sono stati riveduti e corretti in “colpirò chi colpisce mia sorella”.
E’ un altro Iran quello che scende per strada, un Iran che non solo non si riconosce in chi lo governa, ma che non sembra disposto a rintanarsi sconfitto nel guscio. E il nodo per la Repubblica pare davvero impossibile da sciogliere, perché il dilemma sta sempre nel quesito posto da Henry Kissinger, ossia stabilire se la Repubblica islamica sia una nazione o una causa. Perché a ogni occasione, sulla tomba di un figlio ammazzato, o sui gradini di un’università, gli iraniani seguitano a disconoscere la causa.
Ed è in questo clima tesissimo, all’ombra del braccio di ferro tra ragazzi disarmati e pasdaran armati fino ai denti, che si riaprono, a Ginevra, i colloqui nucleari.
“Sei con noi o con loro?”, chiedevano i cartelli che innalzavano i manifestanti nelle piazze del 2009, era giugno, il presidente era Barack Obama e gli appelli giocavano sull’assonanza tra il cognome del presidente americano e la locuzione “ba ma” che, in persiano, significa “con noi”. Erano ancora piazze innocenti quelle, piazze che s’indignavano per i brogli e rivendicavano la legittimità del voto, piazze ancora disposte a scegliere tra il poliziotto buono e il poliziotto cattivo. Le piazza delle riforme dall’alto, del gradualismo, dell’evoluzione pacifica del sistema. Sennonché poi, quell’estate, partirono i lacrimogeni e i manganelli. Deflagrò la furia dei bassiji. Arrivarono i proiettili. “Sto bruciando!”, sussurrò una studentessa di filosofia freddata da un cecchino appostato sopra a un tetto. Si chiamava Neda Agha Soltan, aveva 26 anni, un telefono filmò l’esplosione del colpo, la caduta, il volto rigato di sangue, il corpo steso sull’asfalto. Poche ore dopo, il video degli ultimi istanti di Neda approdò sui principali quotidiani internazionali e le piazze tramortite seguitarono a chiedersi cosa avrebbe detto Obama, perché pareva impossibile che l’America tacesse. E invece fu proprio così, Obama pensò che fosse più saggio eludere la domanda e non interferire (“con il senno di poi si è trattato di un errore”, ha ammesso di recente), e il suo secondo mandato finì per partorire l’accordo nucleare detto Jcpoa. Sono trascorsi quasi diciassette anni dall’estate in cui i manifestanti iraniani invocavano il suo nome e stavolta il presidente sulla bocca di tutti è Donald Trump, che ha ripudiato il deal di Obama e non vuole la guerra, Trump che ha promesso agli iraniani “help is on the way” e nel frattempo ha mandato la sua “beautiful armada” nel Golfo Persico e Steve Witkoff e Jared Kushner a Ginevra, Trump che dal regime pretende la capitolazione, un deal migliore di quello di Obama, o semplicemente un accordo che gli salvi la faccia.
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