Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 24/02/2026, a pag. 3 con il titolo "Tutti gli occhi su Ali Larijani, tra guerra e sopravvivenza" l'analisi di Tatiana Boutourline.
Tatiana Boutourline
A pochi giorni dall’ennesimo round negoziale sul dossier nucleare di Teheran in calendario giovedì 26 febbraio a Ginevra, l’uomo del momento non è il felpato ministro degli Esteri Abbas Araghchi e tantomeno il presidente riluttante Massoud Pezeshkian (“sono un medico, non un politico”, va ripetendo da un po’ davanti alle critiche che montano). In queste ore a catalizzare le attenzioni degli osservatori è il segretario del Supremo consiglio per la Sicurezza nazionale, Ali Larijani. E’ lui a venire immortalato mentre concede selfie davanti a un santuario, lui a voltarsi per un saluto sulla scaletta di un aereo, lui che campeggia sulle prime pagine dei giornali, perché è in partenza per Muscat, o di ritorno da Doha oppure da Mosca, lui che tiene banco in interviste analizzate sillaba dopo sillaba dagli iranologi. “Dall’inizio di gennaio è Larijani a guidare di fatto il paese”, scrive Farnaz Fassihi sul New York Times, e secondo Fassihi, la visibilità del segretario del Supremo consiglio per la Sicurezza nazionale sarebbe il frutto di una precisa investitura da parte della Guida Suprema, Ali Khamenei. Per tracciare la sua ascesa, Fassihi ha intervistato sei funzionari iraniani, uno dei quali affiliato all’ufficio di Khamenei, tre appartenenti al corpo dei pasdaran e due ex diplomatici della Repubblica islamica e tutti hanno concordato sul ruolo apicale assunto in queste settimane da Larijani. “Hanno una consuetudine di lunga data – ha detto l’analista conservatore Nasser Imani al New York Times parlando del rapporto tra Larijani a Khamenei – Si fida di lui, della sua esperienza, della sua mente affilata, del suo pragmatismo”. E dando per assodato che sarà guerra a dispetto dei balletti diplomatici di Ginevra tra Abbas Araghchi, Steve Witkoff e Jared Kushner, Imani ha sottolineato che le responsabilità che sta per sobbarcarsi Larijani saranno della massima importanza. Approntare piani di guerra, gestire la resistenza agli americani, garantire la sopravvivenza del sistema khomeinista nel caso in cui la prima linea del regime fosse colpita, Larijani sarebbe coinvolto a tutti i livelli.
Del resto l’uomo del momento non fa niente per sottrarsi alle speculazioni crescenti. Sarà lui oggi a consegnare la risposta di Teheran ai mediatori di Muscat in vista dei colloqui di giovedì a Ginevra, assicura il capo dell’associazione dei giornalisti omaniti. E nel frattempo, se le cose come temono molti insider di regime, si mettessero male, Larijani si prepara al comando. “Siamo pronti”, ha detto in una recente intervista ad al Jazeera. “Negli ultimi sette, otto mesi abbiamo individuato le nostre debolezze e abbiamo corretto la rotta. Non vogliamo la guerra e non saremo i primi a iniziarla, ma se ce la imporranno, risponderemo”.
Imparare una lezione dalla Guerra dei dodici giorni è l’imperativo che guida le mosse del regime dalla fine di giugno ed è non solo plausibile, ma anche probabile che nelle segrete stanze siano effettivamente stati stilati dei piani dettagliati per la successione non solo a Khamenei, ma anche ai vertici politici e militari. Stando al New York Times, nella cerchia strettissima che mira a garantire la sopravvivenza
della Repubblica islamica in caso di attacco figurerebbero accanto a Larijani, il consigliere militare Yahya Rahim Safavi, il capo del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, l’ex presidente Hassan Rohani, il capo di gabinetto Ali Asghar Hejazi e l’ammiraglio Ali Shamkhani, nuovo dominus del neonato Consiglio per la Difesa. Altri analisti descrivono un possibile triumvirato formato da Larijani, Ghalibaf e Rohani, o in alternativa da Larijani, Ghalibaf e Shamkhani. Ma queste geometrie non possono prescindere dal fatto che a dispetto dei piani d’emergenza del regime, le conseguenze di un conflitto sono difficili da prevedere e come sottolinea l’esperto dell’International Crisis Group, Ali Vaez, benché sia poco visibile e molto vulnerabile, il leader supremo resta il collante che tiene insieme il sistema.
Senza Khamenei, la ricerca del “Delcy d’Iran” rischia di deflagrare in una lotta tra notabili assetati di potere e d’altra parte finché resta Khamenei è difficile immaginare un passaggio netto di poteri che premi Larijani a discapito degli altri papabili. Sì il capo del Consiglio per la Sicurezza nazionale tiene i rapporti con Mosca e con Pechino, ha ordinato i massacri di gennaio, condivide il dossier nucleare con Araghchi, ma la storia politica di ogni uomo forte di Teheran da Ali Akbar Hashemi Rafsanjani a Mahmoud Ahmadinejad insegna che ogni volta che il papabile di turno inizia a volare troppo alto, Khamenei s’industria per farlo schiantare a terra. Nella similitudine della volpe che conosce molte cose e del riccio che ne conosce una sola, la Guida Suprema è il riccio e il suo stile di leadership è sempre lo stesso divide et impera, punire chi pecca d’ambizione e coltivare sempre centri di potere alternativi (per esempio il Consiglio per la difesa che presiede l’altrettanto rapace ammiraglio Shamkhani).
Larijani è alla sua quarta avventura da predestinato. La prima inizia nel 1961 quando torna in Iran da Najaf come figlio di un ayatollah che impalma la figlia di un fedelissimo di Ruhollah Khomeini. La seconda parte da un incontro con Rafsanjani e si concretizza da capo della tv di stato. La terza è quella da conservatore lucido contro il populismo di Ahmadinejad. A ogni tornante, Larijani è caduto, e contro ogni pronostico si è sempre rialzato. Lo descrivono come un uomo pragmatico, ma il suo pragmatismo è da intendersi come la capacità di muoversi attraverso le correnti con la furbizia di chi sa ritrovare, nonostante tutto, un nuovo un posto al sole.
Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostante
lettere@ilfoglio.it