Riprendiamo dal RIFORMISTA del 17/02/2026, a pagina 1, l'editoriale del direttore Claudio Velardi dal titolo: "A Gaza la storia bussa alla porta e l’Italia tentenna".
Dopodomani, giovedì 19 febbraio, la storia busserà alla porta di Washington con la prima riunione del Board of Peace, la forza di stabilizzazione internazionale per Gaza. Non sarà un semplice vertice, ma uno spartiacque: da una parte chi vuole costruire concretamente la pace in Medio Oriente, dall’altra chi preferisce parlarne nei salotti o urlare slogan nelle manifestazioni. E l’Italia, in questo passaggio cruciale, rischia di restare a guardare dallo spioncino.
Il Board of Peace non è un convegno per anime belle. È una macchina operativa complessa, il cui cuore è il CMCC (Civil-Military Coordination Center), un centro che ho visto con i miei occhi in Israele: un nucleo dove militari italiani lavorano già oggi, sotto pressione, fianco a fianco con colleghi del CENTCOM americano, dell’IDF israeliano e di una ventina di altri Paesi. Lì non si discute in astratto: si coordinano gli aiuti, si garantisce la sicurezza, si gettano le basi per la ricostruzione.
Tra questa realtà e il chiacchiericcio politico romano si apre un abisso. Di fronte alla concretezza dell’impegno, larga parte della politica italiana sembra scegliere la via dell’inerzia. Dall’opposizione, Elly Schlein e Giuseppe Conte competono a colpi di slogan – “genocidio”, “cessate il fuoco” – ma quando si presenta un’iniziativa internazionale concreta per garantire proprio quel cessate il fuoco e avviare la ricostruzione, arretrano. Si invoca un generico “intervento dell’ONU”, senza spiegare quale ONU e con quali strumenti, oppure si evoca l’idea di estendere missioni sul modello UNIFIL a Gaza, nonostante le evidenti criticità già emerse in Libano.
Nel cosiddetto campo largo prevale la retorica: indignarsi è semplice, agire molto meno. Anche Matteo Renzi resta defilato, con una postura politica sempre più priva di visione. Carlo Calenda, che spesso dimostra capacità di analisi, ha liquidato il Board of Peace con un tweet in cui lo definisce una “congrega di dittatori, affaristi e approfittatori” e un progetto immobiliare “stile Palm Beach”. Ridurre un centro di coordinamento per la sicurezza a una speculazione edilizia significa non cogliere che in quelle stanze si decide se a Gaza arriveranno acqua, infrastrutture e stabilità, oppure soltanto nuove macerie.
Quanto al Governo, a Giorgia Meloni e Antonio Tajani va riconosciuto uno sforzo: l’Italia è presente e prova a partecipare. Ma è una presenza prudente, quasi timorosa. Si invoca l’articolo 11 della Costituzione e la tutela della sovranità nazionale per giustificare un impegno misurato. Eppure quello stesso articolo, nella sua seconda parte, impegna l’Italia a favorire le organizzazioni internazionali che promuovono “la pace e la giustizia”. Il CMCC e il Board of Peace rispondono precisamente a questa logica. Appellarsi alla Costituzione per frenare l’azione non è cautela: rischia di diventare immobilismo.
Mentre i militari italiani al CMCC lavorano concretamente per migliorare le condizioni dei palestinesi e contribuire alla stabilità regionale, la politica romana sembra oscillare tra neutralità e diffidenza. Il risultato è la solita Italietta che evita di scegliere, che non aderisce pienamente ma nemmeno contrasta apertamente, e che ancora una volta fatica ad assumersi fino in fondo la responsabilità del proprio ruolo internazionale.
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