Riprendiamo da IL TEMPO del 17/02/2026, a pag. 8, con il titolo "Su Arbel Yehoud, Albanese batta un colpo", il commento di Susanna Campione.
È notizia di questi giorni. Arbel Yehoud è stata tenuta in ostaggio a Gaza per 482 giorni e violentata quotidianamente da uomini diversi. Lo ha raccontato al Daily Mail, a un anno dal suo rilascio, senza voler aggiungere dettagli, tanto profondo è lo choc che ha riportato. Ha tentato il suicidio per sottrarsi alla violenza, credendo che fosse l'unico modo per porre fine alla barbarie.
Rapita durante il massacro del 7 ottobre, è stata liberata nel gennaio 2025. La sua storia è quella di tante donne che nei conflitti armati pagano il prezzo più alto: trattate non soltanto, come avveniva in passato, da prede ma come vere e proprie armi belliche. Il corpo femminile, potente perché in grado di procreare, diviene il vero terreno della guerra. Devastato per sfregio ma soprattutto per privarlo della possibilità di generare, così il popolo sottomesso viene condannato all'estinzione.
Sappiamo che vengono impartite vere e proprie istruzioni su come violentare i corpi femminili per renderli incapaci di avere una discendenza. Francesca Albanese su questo orrore non ha avuto niente da dire. Una donna, giurista, specializzata in diritti umani, esperta di diritto internazionale, relatrice speciale dell'Onu non ha ritenuto di levare la propria voce in difesa di Arbel, simbolo delle tante donne martoriate nei conflitti armati. Eppure che nelle zone attraversate da conflitti si consumino violenze sulle donne utilizzate come arma di guerra è fatto notorio, ovvero un fatto che secondo il diritto, come l'avvocato Albanese sa, è indubitabile e incontestabile: non può esservi incertezza. Lo hanno testimoniato le vittime del 7 ottobre ma anche quelle della guerra in Ucraina e, risalendo nel tempo, in Kosovo, in Afghanistan, in Ruanda, ovunque vi sia o vi sia stato un conflitto armato. Eppure la condanna non arriva.
Non una parola, segno che la violenza sulle donne viene ancora catalogata, filtrata attraverso l'ideologia. Ti difendo non perché sei una donna oltraggiata ma perché appartieni alla mia parte, altrimenti ti condanno al silenzio. Questi crimini sono ancora oggetto di valutazione a seconda di chi li commette e della zona geografica in cui vengono perpetrati. Eppure sono crimini contro l'umanità e dovrebbero essere condannati universalmente.
Un disegno di legge a mia prima firma intende introdurre nel nostro ordinamento il reato di violenza sessuale sulle donne come arma di guerra affinché questo crimine non resti impunito. È un reato universale: chi si rende colpevole di questa condotta deve essere perseguito anche se non è di nazionalità italiana e ovunque abbia commesso il fatto.
Non solo, la legge dovrà tutelare tutte le donne, a prescindere dal Paese in cui subiscano questa atrocità e dall'etnia alla quale appartengano, nessuna esclusa. Se la violenza corre su binari sempre nuovi dobbiamo avere il coraggio di perseguirla con nuovi strumenti ma soprattutto di affrontarla senza partigianeria. La nostra coscienza civile non si può acquietare soltanto con le manifestazioni di piazza, con le giornate commemorative, dove ognuno partecipa con la propria bandiera: deve spingerci a guardare anche nei teatri di guerra dove gli stupri ancora, nella migliore delle ipotesi, sono considerati un'inevitabile conseguenza del conflitto.
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