Armi in cambio di risorse. Gli Emirati investono in Africa
Analisi di Giuseppe Mistretta
Testata: Il Riformista
Data: 10/02/2026
Pagina: 6
Autore: Giuseppe Mistretta
Titolo: Armi in cambio di risorse. Gli Emirati investono in Africa (e non si fanno scrupoli)

Riprendiamo dal RIFORMISTA del 10/02/2026, a pagina 6, l'analisi di Giuseppe Mistretta dal titolo "Armi in cambio di risorse. Gli Emirati investono in Africa (e non si fanno scrupoli)"

Giuseppe Mistretta
L'espansione degli interessi degli Emirati Arabi Uniti nel Corno d'Africa. E gli emiri non si fanno scrupoli a finanziare anche i criminali stragisti, come le milizie RSF del Sudan.

Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, le nuove tensioni fra Etiopia ed Eritrea e il protrarsi della guerra civile in Sudan sono solo alcune delle crisi che attraversano il Corno d’Africa. Dietro queste situazioni complesse si intravede, direttamente o indirettamente, la longa manus degli Emirati Arabi Uniti.

Il governo di Abu Dhabi ha da tempo inserito l’Africa tra le proprie priorità geo-strategiche, destinando ingenti finanziamenti – non sempre trasparenti – al sostegno sia di governi in carica sia di gruppi di opposizione, in particolare nella fragile regione del Corno. L’obiettivo immediato è assicurarsi una rete di accessi portuali sulla sponda africana del Mar Rosso e dello stretto di Bab el-Mandeb, rafforzare il controllo sui traffici marittimi, migliorare le capacità di contrasto ai ribelli Houthi filo-iraniani dello Yemen e accrescere la propria influenza sugli equilibri regionali.

A ciò si aggiunge l’interesse per le risorse minerarie. Oro, diamanti e pietre preziose provenienti dalle miniere africane sono centrali nella strategia emiratina di diventare un hub mondiale del settore. Secondo dati del Ministero del Commercio degli EAU, nel 2024 le importazioni di oro dal Sudan avrebbero raggiunto circa 2 miliardi di dollari, mentre quelle dall’Etiopia si attesterebbero poco sotto il miliardo.

Anche se non sempre dichiarato esplicitamente, l’obiettivo strategico più ambizioso è influenzare gli sviluppi politici, economici ed energetici dell’Africa lungo un arco che va dal Mar Rosso fino all’Atlantico. Da qui discende una fitta rete di relazioni e partnership con governi, capi militari, fazioni e gruppi di opposizione in Stati considerati cruciali: i legami con le leadership etiopica e mauritana; il sostegno militare e logistico alle milizie RSF sudanesi, in guerra da due anni contro il governo di Khartoum; la presenza economica nella Repubblica Centrafricana, trainata dall’oro; il supporto operativo e politico al generale Haftar nella Libia orientale; gli accordi per forniture militari in cambio di diritti minerari con i Paesi del Sahel governati da giunte golpiste; i rapporti consolidati con Senegal e Marocco sul piano commerciale e della difesa.

Nel perseguire questi obiettivi, gli Emirati mostrano scarsa attenzione agli scrupoli etici, sia per quanto riguarda le forniture di armi e droni da combattimento, sia rispetto ai destinatari di tali armamenti, purché in grado di controllare territori e snodi commerciali di rilevanza strategica per Abu Dhabi.

Sul sostegno armato alle milizie del generale Hemetti in Sudan, la diplomazia emiratina ha più volte tentato di smentire ogni coinvolgimento militare diretto e le proprie responsabilità nel protrarsi del conflitto e delle tragedie umanitarie. Diverso l’atteggiamento tenuto durante la guerra in Etiopia (2020-2022), con epicentro nel Tigray, quando Abu Dhabi non fece mistero delle forniture di droni e mezzi blindati al governo di Addis Abeba. Nel 2021 furono individuati via satellite oltre cento voli cargo della Fly Sky Airlines per il trasporto di droni iraniani, cinesi e turchi, oltre a blindati emiratini, alle Forze federali etiopi: armamenti che contribuirono a un bilancio di centinaia di migliaia di morti.

Oggi Abu Dhabi è tra i maggiori investitori in Africa, con finanziamenti che superano i 110 miliardi di euro, inclusi quelli destinati alla difesa e alla sicurezza. Queste risorse sono impiegate anche in iniziative contro il terrorismo jihadista di Al Qaeda, ISIS e gruppi affiliati nel Sahel, in Somalia, Kenya, Nigeria e nel Mozambico settentrionale, oltre che per la tutela degli interessi geo-strategici emiratini. Tra le società più attive figurano DP World per la logistica portuale, ADNOC nel settore energetico, Masdar per le rinnovabili e Al Dhara per l’agricoltura.

Gli approvvigionamenti alimentari costituiscono un capitolo meno controverso rispetto alle forniture militari, ma altrettanto centrale nella strategia emiratina. Gli EAU importano circa il 90 per cento dei prodotti agricoli e non dispongono di terre fertili sufficienti. L’Africa, per disponibilità di superfici e vicinanza geografica, è quindi un obiettivo primario, anche in funzione del controllo dei porti. Gli interessi agricoli principali si concentrano in Etiopia, Sudan, Kenya, Tanzania e Mozambico, lungo la costa orientale del continente.

Al tempo stesso, gli Emirati rappresentano per l’Africa un mercato strutturato e affidabile per l’export di prodotti ortofrutticoli, di cui il continente ha crescente necessità. Dopo una fase di diffidenza, anche l’Europa – Italia compresa – si sta progressivamente aprendo a collaborazioni in Africa con Abu Dhabi. Un’apertura che ha però un costo in termini di valori, diritti umani e Stato di diritto: sensibilità che, del resto, appaiono in netto declino anche nel Vecchio Continente.

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