Fischiare Israele, applaudire Iran e Cina: L'Italia, insieme a tutto l'Occidente, ha perso la testa
Commento di Deborah Fait
Deborah Fait
C’è qualcosa di profondamente marcio quando uno stadio olimpico, tempio dello sport, della lealtà, della competizione pulita, diventa un tribunale ideologico dove Israele viene fischiato come un colpevole designato, mentre Iran e Cina sfilano tra applausi educati, se non addirittura calorosi. È il mondo alla rovescia, la morale in saldo, il cervello lasciato all’ingresso insieme ai biglietti.
Israele viene fischiato. Fischiato! L’unico Paese del Medio Oriente che abbia elezioni vere, stampa libera, giudici indipendenti, diritti civili. Fischiato mentre combatte per esistere, mentre seppellisce i suoi morti, mentre difende i suoi cittadini da chi predica apertamente il suo sterminio. Fischiato non per quello che fa, ma per quello che è: l’ebreo tra le nazioni, quello che non può mai avere ragione. Si fischia l’unica democrazia del Medio Oriente, mentre si battono le mani a regimi che incarcerano donne, sterminano minoranze, censurano, torturano. Non conta più chi reprime e chi si difende, ma chi è politicamente odiabile e chi conviene non disturbare.
E si applaude l’Iran, dove le donne vengono arrestate per una ciocca di capelli e impiccate per dissenso. Dove hanno appena aggiunto 7 anni al premio Nobel per la pace, Narges Mohammadi, già in galera a Teheran, 7 anni e 150 frustate aggiuntive. Ma l'Iran è stato applaudito.
E applausi alla Cina, dove milioni di uiguri finiscono nei campi di rieducazione, dove Hong Kong è stata strangolata nel silenzio complice dell’Occidente, dove la libertà è un reato. Ma niente fischi. Niente indignazione. Lì la coscienza fa finta di non vedere, perché è scomodo, perché non è di moda, perché non fa guadagnare like. E anche la Cina è stata applaudita.
È la nuova etica selettiva: si odia Israele perché è consentito, perché è facile, perché non costa nulla. Anzi, dà una patente morale a basso prezzo. La stessa ipocrisia la ritroviamo per strada. A Milano, città devastata da cortei che nulla hanno a che fare con la pace e tutto con la violenza, vetrine spaccate, auto incendiate, muri imbrattati, poliziotti all'ospedale. Non protesta: vandalismo ideologico. Non solidarietà: odio travestito da impegno civile. Ma anche lì, silenzio. O peggio, giustificazioni. “Rabbia comprensibile”, dicono i sinistri. Comprensibile per chi? Per chi distrugge una città europea in nome di una causa che non conosce, ripetendo slogan imparati su Instagram o su TikTok?
Il problema non è la giustizia. Il problema è Israele.
Le Olimpiadi dovrebbero unire, ma diventano l’ennesimo palcoscenico di un odio normalizzato. Le piazze dovrebbero chiedere diritti, ma diventano arene di distruzione. In mezzo abbiamo una società che applaude i carnefici e fischia chi si difende.
Non è coraggio. Non è idealismo. È vigliaccheria morale. Ed è anche per questo che gli stadi fischiano, le città bruciano e la verità non trova più spazio: perché l’ipocrisia fa meno rumore delle bombe ma altrettanti danni.
Israele viene fischiato per il semplice fatto di esistere. È il colpevole perfetto: abbastanza piccolo per essere aggredito, abbastanza democratico da non rispondere con la paura, abbastanza ebreo da rendere l’odio socialmente accettabile. Fischiarlo non costa nulla, anzi fa sentire “giusti”.
È la nuova religione laica, il wokismo che sta distruggendo il mondo: i diritti umani valgono solo contro chi li rispetta. I veri regimi no, quelli non si toccano. Sono scomodi, fanno paura, meglio lisciarli dalla parte giusta.
Così le città vengono distrutte, l’Occidente applaude i carnefici mentre accusa le vittime. Non è ignoranza. È una scelta. Ed è una vergogna che non fa più nemmeno rumore.
Israele è l’unico Paese che si può odiare senza pagare pegno. L’ebreo del mondo, ancora una volta, che si rifiuta di morire come vorrebbero tanti delinquenti. Distruggere l’Occidente va bene, purché lo si faccia urlando slogan contro Israele. E così gli stadi diventano fogne morali, le piazze campi di demolizione.
Non è cecità. È complicità.
A ridosso delle Olimpiadi, per completare la carrellata di odio, arrivano anche le parole di Francesca Albanese intervistata da Al Jazeera dove era seduta accanto al capo del terrorismo di Hamas, Khaled Mashal. Dire che “Israele è il nostro nemico comune” non è una critica politica: è una semplificazione brutale che trasforma uno Stato in un capro espiatorio globale. Non si attacca un governo, una legge o una strategia: si indica un bersaglio assoluto. È il linguaggio di chi non vuole capire, ma accusare; non distinguere, ma condannare. Detto da una funzionaria ONU, suona ancora più grave. Quando il “nemico comune” è sempre lo stesso, quando la complessità sparisce e resta solo la colpa collettiva, la storia, quella vera, bussa forte alla porta gridando contro la mistificazione in atto da troppi anni . Ignorarla non rende quelle parole meno pericolose. Le rende solo più irresponsabili.
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