Riprendiamo dal RIFORMISTA del 08/02/2026, a pagina 7, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Perché il trauma del 7 ottobre ha compattato Israele"

Iuri Maria Prado
Benjamin Netanyahu ha reso pubblici cospicui stralci di un dossier contenente rapporti, dichiarazioni, testimonianze, resoconti di riunioni ministeriali negli anni passati e fino al 7 ottobre del 2023, la data in cui migliaia di miliziani e civili palestinesi invadevano Israele perpetrando il più grande massacro di ebrei dal tempo della Shoah.
A giustificazione della scelta di renderlo pubblico, il primo ministro ha spiegato che quel lavoro di raccolta – fatto davanti al “Comptroller” di Stato, tanto per intendersi una specie di garante etico-amministrativo-finanziario – era stato interrotto dalla Corte Suprema per intralciare l’accertamento della verità sui fallimenti di Intelligence e militari del 7 ottobre. Ne è venuta una prevedibile polemica di marca perlopiù domestico-elettorale, con alcuni pronti a difendere Netanyahu proprio alla luce di quelle carte e altri pronti invece a condannarlo. Ma quel dossier e le reazioni che ha suscitato sono importanti per altro, e da un altro punto di vista rispetto a quello del confronto interno.
A Bibi Netanyahu alcuni riconoscono la scusante di aver proposto a suo tempo, e più volte, l’eliminazione dei capi di Hamas, a cominciare da Yahya Sinwar. Lui, Bibi, lo rivendica, accusando i servizi di sicurezza e i vertici militari di aver lavorato contro quel suo progetto di eliminazione chirurgica. Un’altra parte di osservatori giudica irrilevante la polemica, argomentando che il fallimento che ha portato al 7 ottobre è stato generale, un disastro di sottovalutazione che ha impedito di intraprendere le uniche due iniziative necessarie: eliminare Hamas e riprendere il controllo di Gaza. Ma il fatto che in Israele ci si divida e ci si accapigli in modo anche feroce sui diversi profili di questa faccenda e sulle relative responsabilità non fa ombra su una consapevolezza pressoché comune: e cioè che Gaza, inavvertita come pericolo esistenziale sino al 7 ottobre, non potrà e non dovrà più essere un pericolo per Israele.
Molto banalmente, il Sabato Nero ha chiarito agli israeliani le ragioni di esistenza di Israele, una società costruita esattamente affinché cose simili, lì, non potessero accadere. Israele da quel giorno ha preso a interrogarsi e a lacerarsi sui propri fallimenti, ma in modo esattamente contrario rispetto all’immagine che di quelle lacerazioni offrivano gli osservatori e i mezzi di informazione occidentali. Non si trattava e continua a non trattarsi di recriminazioni sul presunto maltrattamento dei palestinesi, sulla cosiddetta occupazione e, insomma, sulle presunte cause che dal punto di vista maggioritario occidentale avrebbero determinato quella selvaggia aggressione: si trattava invece della capitolazione dell’idea che la società palestinese potesse non rappresentare un pericolo esistenziale nonostante la propria radicalizzazione. Si trattava, soprattutto, della tragicamente guadagnata consapevolezza che la società palestinese non può essere lasciata libera di acquisire capacità offensive, perché se le acquisisce le usa.
In questo senso lo Stato ebraico si è ricompattato proprio mentre le sue tribù bisticciavano, e si è ricompattato nonostante l’antipatia di molti per Bibi. Al disastro, alla frantumazione è andata invece l’ideologia palestinese. Perché il 7 ottobre è il corpo di Aldo Moro nella Renault Rossa.
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