Riprendiamo dal RIFORMISTA del 07/02/2026, a pagina 2 il commento di Luca Sablone: "Va detto ad alta voce: meglio maiali sionisti che giovani del Partito democratico".
Va detto ad alta voce: meglio maiali sionisti che giovani del Partito democratico. Non per gusto della provocazione, ma per una ragione culturale precisa. Il sionismo è una tradizione politica, ha una storia, un lessico, una pluralità di correnti, conflitti interni, autocritica. Invece scrivere «Meglio maiale che sionista. Questo non è antisemitismo», firmato dai Giovani Democratici di Bergamo, è uno slogan che riflette un’ignoranza politica perché trasforma un concetto complesso in un insulto identitario. Mettiamo da parte l’offesa in sé. Ciò che davvero preoccupa è il fatto che un’organizzazione giovanile di un partito – che magari domani sarà classe dirigente – non sappia distinguere tra critica a uno Stato, opposizione a un governo e negazione di un diritto collettivo. Il sionismo nasce come movimento di emancipazione nazionale di un popolo perseguitato. Si sviluppa dentro la cultura politica europea, socialista e liberale. E vede tra i massimi esponenti figure come Ben Gurion, Rabin, Peres. Leader che hanno negoziato e pagato con la vita o con l’isolamento politico le proprie scelte. «Nessuno è obbligato a condividere l’idea di uno Stato nazionale ebraico», si dirà. Ma negare solo agli ebrei ciò che si riconosce a ogni popolo della terra è un orrore che va chiamato con il proprio nome: discriminazione selettiva. È per questo che l’antisemitismo contemporaneo non si presenta più con le caricature ottocentesche, ma con il linguaggio dei diritti rovesciati. La cancellazione del contenuto su Instagram – tra l’altro – non è un commovente gesto di responsabilità, ma il riconoscimento implicito che il messaggio non fosse difendibile, seguito dalla decisione di ritirarlo anziché metterci la faccia per sostenerlo nel merito. Atteggiamento doppiamente vigliacco. Ecco perché è meglio essere maiali sionisti, cioè stare dentro una tradizione politica ed esporsi al conflitto delle idee, piuttosto che rifugiarsi nella purezza morale di chi insulta e poi va in ritirata per la vergogna. Il maiale, nella metafora, non pretende di essere migliore: rivendica un diritto e accetta il confronto. Quei giovani del Pd, invece, ostentano superiorità etica senza memoria. Ed è qui che il problema diventa interno alla sinistra: una cultura politica che rinuncia alla distinzione Stato-popolo, che sostituisce l’analisi con l’anatema, produce conformismo aggressivo. È il segno di una generazione politica che scambia la cancellazione per critica e l’insulto per pensiero filosofico. Meglio dichiararsi sionisti a testa alta che rifugiarsi nell’illusione di essere dalla parte giusta della Storia ed essere la nuova leva di una sinistra che ha smesso di studiare e ha iniziato a scomunicare.
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