Riprendiamo da LIBERO di oggi, 05/02/2026, a pag. 15, con il titolo "Trump a Khamenei: «Devi preoccuparti»" l'analisi di Daniel Mosseri.
Daniel Mosseri
La dichiarazione di guerra non è ancora stata inviata, ma Ali Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica iraniana, «dovrebbe essere molto preoccupato», a detta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
È la reazione a caldo, affidata a un’intervista all’emittente americana NBC News, agli ostacoli al dialogo da parte di Teheran. «Quel Paese è nel caos in questo momento anche per colpa nostra» ha detto Trump, specificando che i manifestanti iraniani hanno richiesto il sostegno statunitense. «Quello che ho sempre detto è che vogliamo la pace in Medio Oriente. Pensateci: se non avessi eliminato il loro nucleare, non ci sarebbe pace in Medio Oriente, perché i Paesi arabi non avrebbero mai potuto farlo».
Ieri l’agenzia di stampa semiufficiale iraniana Isna aveva confermato che venerdì in Oman si sarebbero tenuti colloqui tra Iran e Stati Uniti. Nel giro di poche ore, tuttavia, le parti hanno iniziato una polemica a distanza dimostrando di non essere d’accordo neppure sull’agenda negoziale: dapprima un funzionario di Teheran ha comunicato come il suo Paese fosse disposto a trattare esclusivamente del proprio programma atomico.
Da Washington il segretario di Stato americano Marco Rubio sosteneva al contrario che «per ottenere risultati significativi i colloqui dovranno includere alcune questioni», come «la portata dei loro missili balistici, il loro sostegno alle organizzazioni terroristiche in tutta la regione, il programma nucleare e il trattamento che riservano al proprio popolo».
Una lista inaccettabile per Teheran a cominciare dall’arsenale missilistico, considerato un nodo «di sicurezza nazionale» non negoziabile. La giornata si è chiusa con l’annuncio di due funzionari americani al canale N12 News secondo cui i colloqui nucleari tra l'Iran e gli Stati Uniti previsti per venerdì erano stati annullati dopo che Teheran si è allontanata dalle intese precedentemente raggiunte. «Gli iraniani hanno cercato di spostare i colloqui dalla Turchia all’Oman e di escludere altri Paesi dai colloqui. Abbiamo detto di no. Abbiamo cercato di raggiungere un compromesso, ma gli iraniani hanno rifiutato. C’è una buona probabilità che i colloqui non si svolgeranno affatto questa settimana».
Un rimpallo di responsabilità mentre gli Usa sottolineano di non aver gradito il cambio di sede. A candidarsi come mediatore fra le parti era stato nei giorni scorso il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, del quale il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha bisogno per puntellare il regime di Ahmad al-Sharaa in Siria. L’ex qaedista, oggi uomo forte di Damasco, è apprezzato alla Casa Bianca non per meriti particolari, men che mai il trattamento delle minoranze drusa e curda, ma per aver fatto uscire la Siria dall’orbita russa e iraniana.
L’insistenza con cui Teheran ha spinto per incontrare gli americani sotto gli auspici del piccolo e vicino Oman anziché della grande Turchia, campione dell’arco sunnita, dimostra come oggi Teheran e Washington non siano d’accordo neppure sul nome del mediatore. Difficile, in questo scenario, immaginare risultati di sorta.
Sullo sfondo di una nuova giornata né di pace né di guerra restano le parole pronunciate da Trump che con la consueta schiettezza aveva minacciato l'opzione militare contro l’Iran in caso di fallimento dei negoziati. Per poi aggiungere che «cose molto brutte» potrebbero accadere se non si raggiungerà un accordo.
Continua infine il rafforzamento della presenza militare statunitense nella regione. L’agenzia di stampa iraniana Fars ha pubblicato negli ultimi giorni immagini di alcune basi Usa in Medio Oriente: martedì è stata mostrata una vista aerea della base aerea di Al Dhafra, fuori Abu Dhabi, utilizzata dalle forze armate statunitensi e francesi. Ieri l’agenzia ha mostrato la base aerea di Isa, nel Bahrein, dove sono schierati anche aerei statunitensi. Immagini senza commento con la sola indicazione del nome della base e la data secondo il calendario persiano: un gesto con cui i Guardiani della Rivoluzione mostrano al mondo di essere ben consapevoli dei movimenti di arme e truppe da parte del “grande Satana”. Gli Usa hanno circa 45mila uomini e donne in armi 19 basi militari in Medio Oriente.
Se n’è accorta perfino Al Qaeda, che avrebbe richiesto il trasferimento dall’Iran a Kabul, in Afghanistan, del proprio leader Saif Al Adel. Si rischia meno presso i talebani che dai mullah e l’avvicinarsi degli americani ai confini dell’Iran deve aver messo in apprensione il successore di Ayman al-Zawahiri.
Giorni fa era circolata la notizia di un’altra “diserzione” frutto della stessa sfiducia nella capacità degli ayatollah di restare in sella: Alireza Jeyrani Hokmabad, alto funzionario della missione permanente iraniana presso l'Onu a Ginevra, ha chiesto asilo insieme alla famiglia dopo aver lasciato il posto di lavoro, scrive la testata anti-regime Iran International. Fonti secondo cui il diplomatico ha deciso di non tornare in Iran per paura che la Repubblica islamica sia rovesciata, un timore in apparenza diffuso fra i diplomatici iraniani di stanza in Europa, Nulla di nuovo sotto il sole, scrive la testata, ricordando le defezioni di numerosi diplomatici persiani all’estero durante le proteste del 2009 (la cosiddetta “Onda Verde”).
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