Riprendiamo da LIBERO di oggi, 04/02/2026, a pag. 7, con il titolo "Avs sotto accusa per i legami con Aska" il commento di Pietro Senaldi.
Pietro Senaldi
«Quando il popolo indica la Luna, lo stolto guarda il dito». Prendono in prestito un’immagine di Confucio, i teppisti incappucciati di Askatasuna per titolare il documento che rivendica come un loro successo gli scontri di sabato a Torino, ammettendo che il loro obiettivo era la guerriglia urbana. Forse ignorano che Confucio considerava la violenza una degenerazione morale e chi la pratica un debole. Quanto alla metafora, la Luna in realtà è l’assalto programmato alle forze dell’ordine, ai quali tutti guardano ora, mentre lo sgombero del centro sociale è solo il dito che ormai è considerata pratica chiusa perfino dalla sinistra e a cui guardano ormai solo i teppisti rimasti senza tetto.
Il documento però è di particolare interesse non per la sua retorica d’accatto, bensì perché in esso i disgraziati indicano con precisione nemici e amici. I nemici sono, naturalmente, il governo Meloni, Matteo Salvini, l’apparato repressivo che difende i cittadini normali, i giornali e gli opinionisti di regime che banalizzano la battaglia ideale di Aska. Ma sono anche, M5S e Pd, citati per nome, «che si affannano a inseguire la destra sul terreno dell’ordine». E gli amici? Sono quelli che il centro sociale salva, perché alcuni loro autorevoli esponenti, dal parlamentare Marco Grimaldi alla consigliera regionale del Piemonte Alice Ravinale, al capogruppo in Comune a Torino, Emanuele Brusconi, sabato scorso sfilavano accanto a chi da lì a poco si sarebbe travestito in un black-bloc; e lo facevano ben sapendo quanto sarebbe avvenuto. Sono quelli di Allenza Verdi e Sinistra in Piemonte, che sul centro sociale sgomberato hanno fondato la loro politica nel territorio e ai quali, da Roma, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, l’ambientalista d’antan e il gruppettaro d’altri tempi, hanno sempre dato sostegno.
Lo fa capire bene il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nell’informativa di ieri alla Camera sugli incidenti, quando chiede «un’unanime condanna delle violenze», allude a «coperture politiche ben identificabili» offerte ai criminali, spiega che «chi sfila accanto ai delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità» e denuncia che «sarebbe grave se qualcuno deviasse dalla linea di fermezza contro la violenza solo perché alla guida del Paese c’è un governo di centrodestra». Non fa il nome del partito, ma tutti capiscono, tant’è che Bonelli salta su, rimproverando al titolare del Viminale di «attaccare Avs in aula e alzare il livello dello scontro» e ribaltando le accuse: «È lei che non ha tutelato le persone normali in corteo dai violenti e ora se la prende con un partito pacifista». È la risposta alla frase in cui il ministro ha parlato di «ipocrisia dei cosiddetti manifestanti pacifici, molti dei quali hanno fatto da scudo e nascosto i delinquenti» mentre si preparavano all’azione. Il giorno prima, il leader dei Verdi era stato rampognato in diretta niente meno che da Bruno Vespa, che gli aveva chiesto se Avs non pensasse di dare una patente di legittimità ai facinorosi, continuando a prendere le distanze dalle violenze ma non da chi bazzica con chi le pratica.
Ma niente, la strategia dell’estrema sinistra in Parlamento è condannare il gesto con fermezza retorica più che genuina, ma difendere idealmente chi lo fa. Siamo al solito «hanno ragione ma sbagliano i modi». Il punto è che, di questo passo, Avs diventa un problema politico.
Non soltanto al Comune di Torino, dove Fdi ha chiesto al sindaco Lo Russo di rinunciare a verdi e sinistri nella giunta, costringendo il primo cittadino a fare la figura del fesso, quando si è arrampicato sui vetri dicendo che il partito alleato ha chiarito tutto e biasimato le violenze. Di questo passo il Pd e la sinistra rischiano di perdere la città, loro feudo, specie se M5S, che nel capoluogo piemontese non si è mai riappacificato con i dem, andrà per la sua strada.
La scelta di mantenere copertura politica alle rivendicazioni di Askatasuna mette in difficoltà il campo largo anche a Roma, per esempio impedendo al Pd di accettare l’invito del governo a collaborare nella stesura delle nuove norme sulla sicurezza, cosa che si erano detti invece disponibili a fare sia i grillini, forse come azione di disturbo interna all’alleanza, sia i renziani, con più convinzione.
Del resto, il filo rosso che unisce Avs agli elementi più militanti del centro sociale è spesso e di lunga data. L’ex senatore del Pd, Stefano Esposito, sotto scorta per sette anni perché voleva fortissimamente la chiusura di Askatasuna e poi fatto fuori dalla politica a causa di un’inchiesta mossa dalla Procura di Torino senza capo né coda e risoltasi con l’assoluzione, ieri ha ripreso Grimaldi per aver assistito ai processi ai capi storici del centro sociale, esultando per le assoluzioni e dispiacendosi quando andava male, e l’ha accusato di sapere benissimo che «la piattaforma politica del corteo di sabato scorso era l’assalto alle forze dell’ordine per riprendere il centro sociale e di avervi ciononostante aderito». E c’è più d’uno, anche a sinistra, che, quando ci si interroga su chi siano gli artefici del consenso che Askatasuna ha in città «nell’area grigia della Torino bene che mostra benevola tolleranza verso le violenze» a cui allude la procuratrice Lucia Musti, identifica negli esponenti di Avs il collegamento tra salotti e centro sociale.
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