Riprendiamo da IL TEMPO del 02/02/2026, a pag. 7, con il titolo "Spiragli di dialogo, Usa-Iran non frenano le minacce. Si tratta per un incontro", l'analisi di Andrea Riccardi.
Spiragli di accordo tra le minacce di una prossima, imminente guerra tra Iran e Stati Uniti. «Teheran sta negoziando seriamente con noi» e «spero che sia accettabile», ha detto il presidente americano Donald Trump parlando con i giornalisti sull’Air Force One.
La Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, invece ha rilanciato: «Se gli americani attaccheranno ci sarà una guerra regionale», ha avvertito parlando davanti a una folla raccolta nel suo compound a Teheran per l’avvio di commemorazioni per la Rivoluzione Islamica del 1979.
La replica di Trump è giunta poche ore dopo e lascia aperta ogni possibilità: gli Stati Uniti «hanno le navi più grandi e potenti del mondo in quella zona, molto vicine, a un paio di giorni di distanza, e speriamo di raggiungere un accordo. Se non raggiungeremo un accordo, allora scopriremo se Khamenei aveva ragione».
Nelle ultime ore tuttavia sembra esserci un tentativo di lasciare spazio alla diplomazia. Secondo Axios, l’amministrazione Trump ha comunicato all’Iran, attraverso diversi canali, la propria disponibilità a incontrarsi per negoziare un accordo. In particolare, Turchia, Egitto e Qatar starebbero lavorando per organizzare un incontro fra l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, e alti funzionari iraniani ad Ankara in settimana.
Il punto è anche capire su cosa: il ministro degli Esteri dell’Iran, Abbas Araghchi, in un’intervista alla CNN si è detto «fiducioso che potremo raggiungere un accordo» con gli Usa sul programma nucleare di Teheran, a suo dire «realizzabile anche in un breve periodo di tempo». Ma non sull’arsenale missilistico: «Non parliamo di cose impossibili», ha detto, spiegando che in cambio dell’accordo si aspetterebbe la revoca delle sanzioni Usa.
Per Haaretz, la minaccia Usa all’Iran potrebbe attendere un altro round di diplomazia guidato dalla Turchia e, in particolare, Ankara potrebbe proporre il trasferimento dell’uranio arricchito in Turchia, impegnandosi a non restituirlo mai.
La situazione è incerta, ma secondo il Wall Street Journal un eventuale attacco non sarebbe imminente perché il Pentagono starebbe prima spostando ulteriori difese aeree per proteggere meglio Israele, gli alleati arabi e le forze americane da una ritorsione iraniana. Secondo lo stesso giornale, Trump ha chiesto ai suoi collaboratori opzioni di attacco «rapide e decisive» che non rischino di trascinare Washington in una guerra a lungo termine in Medio Oriente.
Si sta però discutendo, spiegano le fonti, se l’obiettivo principale sia quello di perseguire il programma nucleare iraniano, colpire il suo arsenale di missili balistici, provocare il crollo del governo o una combinazione delle tre cose. Inizialmente l’attacco era stato presentato da Trump come una risposta alla sanguinosa repressione delle proteste antigovernative in Iran, poi ha iniziato a presentarlo come leva per un accordo sul nucleare, riprendendo le fila dopo la guerra di 12 giorni contro l’Iran lanciata da Israele lo scorso giugno.
Sull’Iran gli Stati Uniti sono sicuramente a stretto contatto con Israele. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è riunito ieri sera con i vertici militari e della sicurezza dopo il rientro del capo dell’Esercito, il generale Eyal Zamir, da Washington, dove ha incontrato esponenti dell’amministrazione Usa per discutere dell’Iran.
Non si ferma intanto la repressione interna. Il cosceneggiatore del film di Jafar Panahi Un semplice incidente, Palma d’oro a Cannes lo scorso anno, Mehdi Mahmoudian, è stato arrestato a Teheran dopo aver firmato una dichiarazione di condanna delle azioni del leader supremo Ali Khamenei, vale a dire per aver autorizzato «l’uccisione di massa e sistematica di civili». La presidenza dell’Iran ha intanto pubblicato il nome di 2.986 persone uccise durante le proteste.
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