La marescialla di Zora del Buono
Recensione di Giorgia Greco
Testata: Informazione Corretta
Data: 31/01/2026
Pagina: 1
Autore: Giorgia Greco
Titolo: La marescialla di Zora del Buono

La marescialla                       Zora del Buono

Traduzione dal tedesco        di Domenico Mugnolo

Keller                                     euro 18,50

Zora non si lamentava mai, si rimboccava le maniche…era una donna che osservava attentamente ciò che le stava intorno e poi diceva la sua, pungente e tagliente, ma senza cattiveria

Ci sono personalità della Storia così magnetiche che conoscendole, anche solo sulla carta, si resta affascinati e a volte turbati dalla loro visione del mondo che può apparire discutibile ma non si può non ammirare la coerenza del loro agire, nonostante tutto!

E’ la nipote, architetto che vive dal 1987 a Berlino, a raccontarci la lunga e avventurosa epopea di Zora Ostan, nata a Bovec in Slovenia, che all’indomani della Grande Guerra nella valle dell’Isonzo conosce Pietro Del Buono, originario di Ustica, un tenente medico che diventerà un illustre scienziato nel campo della radiologia.

Una delle figure centrali del libro Pietro si laurea a Palermo, nella Berlino degli anni Venti incontra scienziati del calibro di W. Coolidge e si specializza in radiologia con il prof. Blumenthal alla Charité frequentando gli ambienti politici più radicali. Nel 1950 rappresenta l’Italia al sesto congresso internazionale di radiologia medica a Londra e nel 1953 è incaricato di organizzare e dirigere la divisione radiologica del Centro tumori di Bari, di cui poi rimane direttore fino al pensionamento.

I coniugi Del Buono creano un sodalizio cementato dalla nascita dei tre figli e dalla comune fede politica nel partito comunista e, sempre insieme, attraversano buona parte della storia del Novecento: la prima e la seconda guerra mondiale, la Iugoslavia del maresciallo Tito, il fascismo, la resistenza partigiana, il comunismo con le sue contraddizioni.

Nella splendida dimora di Bari dove la coppia vivrà a lungo, ideata dalla stessa Zora con adiacente la clinica privata del marito - un vero circolo di appassionate discussioni su temi di attualità fra intellettuali, scienziati e amici - sono accolti rifugiati, dissidenti, antifascisti perseguitati dal regime di Mussolini.

Negli anni trascorsi a Berlino Pietro aveva frequentato la dottoressa Emmi Bloch, giovane ebrea entusiasta della sua professione di radiologa e il dottor Oskar Blank, un ambizioso medico tedesco. Di loro i coniugi Del Buono parlano spesso ma a un certo punto nel 1939 Pietro rompe l’amicizia con Blank. Per quale motivo? Dinanzi alle “Misure mediche per il miglioramento della razza” chieste dal Duce il radiologo tedesco si dichiara d’accordo con quei provvedimenti, con grande costernazione di Del Buono. “Trovava più che sensato la sterilizzazione di persone cui fosse diagnosticata la demenza – scrive in una lettera a Pietro – il cattivo materiale genetico di centinaia di migliaia di individui sarebbe stato sottratto in tal modo al corpo della nazione e non avrebbe più nociuto”.

Come poteva Blank, si chiede Pietro, essere al servizio di un regime che rendeva tanto infernale la vita degli ebrei? Nel giugno 1944 Pietro viene a sapere di una nuova mostruosità: l’ex collega tedesco per mesi aveva sperimentato sui prigionieri nel campo di concentramento di Auschwitz la castrazione mediante radiazioni, perfezionandone il metodo.

Emile Bloch, per fortuna, all’avvento di Hitler decide di trasferirsi in Palestina e inizia a lavorare come medico radiologo a Haifa. Pietro intende avviare una collaborazione con lei all’ospedale Hadassah di Gerusalemme ma l’amica ebrea, entusiasta del suo lavoro, muore nel 1948 in un attentato terroristico arabo mentre trasporta insieme a un gruppo di infermiere medicine e materiale medico all’ospedale.

Durante un viaggio in treno nel maggio 1939 Zora riflette, attraverso la voce dell’autrice, su come Mussolini fosse già antisemita nel 1920, vecchi articoli di giornale alla mano, e sul fatto che il Duce parlasse di continuo della superiorità della razza mediterranea anche se negli ambienti di Zora quelle esternazioni non venivano prese troppo sul serio. Lei invece, slovena, reagisce con suscettibilità al tema.

Peraltro, da quando era stata promulgata la nuova “Legge per la difesa della razza italiana” non c’erano più dubbi che per gli ebrei fossero iniziati tempi duri che avrebbero portato nel volgere di pochi anni alla catastrofe della deportazione nei campi di sterminio.

Bellissime le pagine che l’autrice dedica all’isola di Ustica negli anni 1926-1927, luogo natale del nonno, dove si trovano Gramsci e Bordiga che, insieme ad altri confinati politici inviati da Mussolini, danno vita a molte iniziative culturali e cooperativistiche. Guidata nella sua formazione politica dal maresciallo slavo e dall’intellettuale italiano, Zora si sente l’epicentro di quel flusso rivoluzionario che attraversa l’Europa.

Il romanzo, dalla struttura corale, ricostruisce in modo magistrale la vita complicata e avventurosa dei fratelli di Zora, dei tre figli che purtroppo avranno un destino tragico, ma su tutto emerge l’abbandono della madre, seppur temporaneo, una ferita che l’ha segnata nel profondo sino a farla vivere con disagio la maternità: nel suo rapporto con i figli, a volte dispotica e invadente, altre più premurosa non riuscirà mai a provare un amore incondizionato.

Grazie al talento narrativo di Zora del Buono ogni capitolo ci risucchia in un vortice di eventi che attingono alla memoria e alla creatività dell’autrice, ci immerge nelle storie dei tanti personaggi fino alle ultime pagine quando la matriarca con un colpo di teatro prende la parola e ci racconta la sua verità, i sentimenti inespressi e le fragilità che racchiudeva dentro di sé.

E’ stata una donna temuta e ammirata Zora, con una personalità che non sopportava obiezioni, ma le provocava e che nel lungo commovente monologo finale, scandito dal racconto della prematura morte dei figli e di altri parenti per una serie di tragici incidenti, dalla casa di riposo di Nova Gorica nella sua Slovenia ricorda che “essere abbandonata è il mio destino, sono stata abbandonata di continuo, sono rimasta sola, è cominciato con mia madre ed è continuato così, prima un figlio, poi un altro e a ogni perdita si forma un vuoto, una persona con un sé pieno di vuoti, chi non è più integro dimentica, dimentica la propria storia, i vuoti si accumulano formando un buco nero che si ingrandisce tanto che a un certo punto ci precipiti dentro e ti dissolvi nel nulla”.

Romanzo potente ed emozionante “La marescialla” è anche l’occasione per scoprire o riscoprire un grande scrittore di Trieste, di lingua slovena, Boris Pahor (Trieste, 26 agosto 1913 - 30 maggio 2022), uno dei massimi testimoni della persecuzione nazifascista nelle cui opere ha ripercorso, con accenti indimenticabili, la tragedia del suo popolo, quello sloveno, che dal fascismo nella Venezia Giulia venne privato della lingua e della cultura in un’escalation che culminerà nella brutalità della violenza. All’inferno dei totalitarismi novecenteschi Boris Pahor ha dedicato articoli, saggi, interviste, romanzi e racconti.


Giorgia Greco

takinut3@gmail.com