Riprendiamo dal RIFORMISTA del 31/01/2026, a pagina 5, l'appello di Sina Ranjbar dal titolo "L’Europa reagisca all’arroganza di Teheran"
È a dir poco umiliante che l’ambasciatrice italiana a Teheran, Paola Amadei, sia stata convocata dal ministero degli Esteri iraniano e formalmente rimproverata. Il motivo? Le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che aveva annunciato su X l’intenzione di proporre, alla riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione europea a Bruxelles, l’inserimento del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC, i cosiddetti Pasdaran) nella lista europea delle organizzazioni terroristiche.
Il regime iraniano aveva parlato di “conseguenze dannose” e aveva invitato l’Italia a “correggere” il suo “approccio avventato”. Il livello di intimidazione era stato tale da costringere l’Italia, per ragioni di sicurezza, a ridurre il personale dell’ambasciata a Teheran. Ciononostante, la proposta di Tajani è stata approvata dall’Unione europea che, giovedì scorso, ha designato i Pasdaran come organizzazione terroristica.
Non si è trattato, da parte di Teheran, del primo affronto. Già il 12 gennaio il regime aveva convocato collettivamente gli ambasciatori di Francia, Germania, Italia e Regno Unito, proiettando loro video di presunti “danni causati dai rivoltosi” e pretendendo che i rispettivi governi ritirassero le dichiarazioni di sostegno alle proteste pacifiche del popolo iraniano. Un atto di arroganza senza precedenti, come se l’Europa dovesse rendere conto a Teheran delle proprie posizioni sui diritti umani.
E l’Europa? E l’Italia? Nessuna reazione simmetrica. Nessuna convocazione degli ambasciatori iraniani a Roma o nelle altre capitali europee. Questa asimmetria è il vero problema.
Per troppi anni la linea europea — e italiana — è stata quella del “dialogo critico”, della cautela, del non voler “provocare”. Le proteste che hanno scosso l’Iran tra l’8 e il 9 gennaio 2026 non sono state un episodio marginale. La risposta del regime è stata immediata e brutale: blackout totale di internet, intervento armato dell’IRGC e dei Basij, repressione sistematica. Di fronte a questo bagno di sangue, l’Europa si è limitata a esprimere “preoccupazione”, senza andare oltre le note diplomatiche di routine. Nessuna misura concreta. Nessuna reciprocità.
Antonio Tajani ha rotto questo schema. La sua proposta di inserire l’IRGC nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Ue è stata giusta e necessaria. L’IRGC non è un semplice corpo militare: è il pilastro del potere degli ayatollah. Reprime il dissenso interno, finanzia il terrorismo regionale, controlla una parte significativa dell’economia iraniana. La decisione europea di designare i suoi macellai come terroristi ha colpito il cuore del regime.
Ma non basta. Bisogna alzare il tiro.
L’Italia e l’Unione europea devono adottare contromisure immediate e proporzionate. A partire dalla convocazione simmetrica degli ambasciatori iraniani nelle capitali europee, con la presentazione delle prove documentate delle atrocità del regime. Dall’espulsione dei diplomatici iraniani coinvolti in attività ostili o di intelligence sul suolo europeo. Dalla chiusura temporanea di consolati e centri culturali iraniani spesso utilizzati come copertura per propaganda e reclutamento. Nei casi più gravi, dal downgrade delle relazioni diplomatiche fino alla chiusura delle ambasciate.
A queste misure va aggiunto un passo politico fondamentale: l’invito ufficiale, da parte dell’Unione europea, al leader dell’opposizione iraniana Reza Pahlavi, per discutere apertamente del sostegno al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà.
Gli Stati Uniti hanno inserito l’IRGC nella lista delle organizzazioni terroristiche già nel 2019. Israele lo considera tale da decenni. L’Europa arriva soltanto ora, mentre il popolo iraniano paga con il sangue il proprio desiderio di libertà. Sostenere le sue proteste non è interferenza: è un dovere morale e politico. Tacere, o rifugiarsi in una diplomazia tiepida, significa rendersi complici.
L’Italia non è uno Stato vassallo. È una potenza europea con una tradizione di difesa dei diritti umani. Basta arretrare. È ora di una politica estera decisa.
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