Riecco l'onorevole Scarpa (PD), scatenata contro Israele e immigrazionista
Analisi di Francesca Musacchio
Testata: Il Tempo
Data: 30/01/2026
Pagina: 6
Autore: Francesca Musacchio
Titolo: Scarpa, la deputata Pd pasdaran proclandestini in tournée nei Cpr

Riprendiamo da IL TEMPO del 30/01/2026, a pag. 6, con il titolo "Scarpa, la deputata Pd pasdaran proclandestini in tournée nei Cpr", l'analisi di Francesca Musacchio.

Rachele Scarpa (PD): «Approvato emendamento per il sostegno psicologico  nelle scuole»Dall’attivismo studentesco ai banchi del Parlamento, Rachele Scarpa si muove come una pasdaran ideologica: stessa furia militante, stesso rifiuto di ogni mediazione, già vista nelle invettive contro Israele.
Sui Cpr ripete il copione: visite ispettive usate come clava politica e megafono delle reti No Cpr, in Italia e in Albania

Dalle reti studentesche alle reti No Cpr. Il percorso politico di Rachele Scarpa si muove lungo una linea di continuità. Attivista fin dall’adolescenza nei movimenti studenteschi, prima nella Rete degli Studenti Medi, di cui è stata coordinatrice provinciale a Treviso e poi coordinatrice regionale in Veneto, in seguito militante nell’Unione degli Universitari, oggi deputata del Partito democratico, Scarpa ha trasferito in Parlamento un’impostazione tipica dell’attivismo: denuncia radicale, delegittimazione dello strumento, richiesta di superamento del sistema.

Nell’estate 2022, in piena campagna elettorale, finì alla ribalta delle cronache per alcuni post di fuoco contro Israele. Oggi il terreno di scontro è quello dei Centri di permanenza per il rimpatrio, che visita spesso all’interno delle sue prerogative parlamentari.

Il 22 dicembre scorso, infatti, ha effettuato l’ennesimo accesso ispettivo, questa volta al Centro di permanenza per il rimpatrio di Palazzo San Gervasio (Potenza), insieme ai suoi collaboratori. Non è il primo in queste strutture, comprese quelle in Albania dove si sarebbe recata almeno cinque volte.

Mentre il governo Meloni rivendica una strategia di contrasto all’immigrazione irregolare, qualcuno all’opposizione sembra giocare un’altra partita. Scarpa è diventata uno dei volti parlamentari della battaglia contro i Cpr, in Italia e all’estero, al punto da aderire alle istanze delle reti No Cpr che da anni si oppongono a queste strutture e che raccolgono il favore anche della galassia antagonista.

Formalmente, nulla da eccepire sulle visite ispettive. Il controllo parlamentare rientra pienamente nelle prerogative istituzionali. Ma è l’obiettivo dichiarato. «I Cpr vanno chiusi in Italia e in Albania, perché sono luoghi che producono malattia mentale. Il “modello” di Meloni sui Cpr esiste solo nelle favole che si raccontano. La realtà è costellata di storie di grande sofferenza che loro scelgono sistematicamente di alimentare», si legge in un post Facebook della parlamentare dove rilancia un suo intervento alla Camera proprio sul tema.

Scarpa denuncia opacità, condizioni dure, episodi critici, atti di autolesionismo. Dati che meritano attenzione e interventi. Ma da queste criticità trae una conclusione politica netta: i Cpr vanno chiusi. Senza però rispondere alla domanda centrale: che cosa si fa degli espulsi mentre si attendono i rimpatri? Dove vengono collocati? Con quali strumenti giuridici e materiali?

Il caso del “modello Albania”, dove si è recata svariate volte, è emblematico. Scarpa lo definisce fallimentare, costoso, opaco. Denuncia numeri ridotti e possibili profili di illegittimità. Il 28 ottobre scorso, di rientro da Gjader, in un post sulla sua pagina Facebook scrive:

«Per il governo la propaganda è più importante: devono funzionare a tutti i costi. Poco importa se si impone un isolamento e una sofferenza incredibile, senza alcuna ragione o senso, a poche decine di sfortunati. Poco importa se si tiene aperta per nulla una struttura enorme, mostruosa anche nei costi, e se si tiene occupato all’estero del personale delle forze dell’ordine che potrebbe essere meglio impiegato altrove. Poco importa: del resto sono in gioco i nostri soldi e le vite delle persone che per questa destra sono solo degli invisibili e indesiderabili. Una vergogna di Stato, come tutti i Cpr. Vanno chiusi».

Ma anche qui la critica non si traduce in una proposta alternativa. Il messaggio resta lo stesso: i Cpr non devono esistere, né in Italia né altrove. Una posizione coerente con l’attivismo, meno con la responsabilità di governo. Nel testo delle sue battaglie, infatti, emerge una continuità tra il passato nei movimenti studenteschi e l’attuale collocazione nelle reti anti-Cpr. Cambia il contesto, non il metodo: mobilitazione, denuncia, pressione esterna. Il Parlamento diventa cassa di risonanza di istanze che nascono fuori dalle istituzioni.

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