La grammatica della paura/9: Il sud di Israele
Commento di Daniele Scalise
Daniele Scalise
C’è un Israele che, quando entra nel dibattito pubblico internazionale, compare solo in corpo minuscolo, come una nota a piè di pagina che si può saltare senza compromettere il senso generale del discorso. È l’Israele del sud, quello dei kibbutz al confine con Gaza, di Sderot, delle comunità agricole e civili che per anni hanno vissuto sotto una minaccia quotidiana normalizzata, resa quasi un dettaglio ambientale, come se i razzi fossero una condizione climatica e non un fatto politico e umano. Questo Israele marginalizzato serve a qualcosa di molto preciso: permette di mantenere intatta l’immagine di Israele come entità intrinsecamente minacciosa, potente, ovviamente sempre in posizione di dominio e mai davvero vulnerabile.
Ridurre il sud a periferia non è certo una svista geografica, ma semmai un’operazione culturale che funziona bene perché passa sotto silenzio. Le vittime di Sderot, dei kibbutz, dei villaggi lungo il confine vengono raccontate poco, male o per nulla, e quando emergono lo fanno come casi isolati, non come parte di un sistema di aggressione prolungata. In questo modo la paura che vivono non diventa mai una paura legittima, condivisibile e riconoscibile da tutti ma resta confinata, appunto, ai margini, dove tutto può essere tollerato perché non disturba il quadro generale.
La geografia, in questa operazione, è tutt’altro che neutra. Spostare il centro del racconto sempre altrove, a Tel Aviv, a Gerusalemme, nelle stanze del potere politico o militare, consente di evitare una domanda scomoda: che cosa succede quando una società intera è costretta a crescere con il conto alla rovescia dei rifugi antiaerei come sottofondo permanente? Se il sud resta lontano, periferico, allora la sua paura può essere derubricata a rumore di fondo, a effetto collaterale, a qualcosa che non incide davvero sul giudizio morale e politico complessivo.
È qui che la grammatica della paura mostra la sua struttura più cinica e più sordida. Le vittime contano solo se sono collocate nel posto giusto sulla mappa simbolica. Quelle del sud di Israele non lo sono, perché riconoscerle significherebbe incrinare la comoda divisione tra chi minaccia e chi subisce, tra chi detiene il potere e chi lo esercita senza conseguenze. Riconoscerle obbligherebbe a rimettere mano alle categorie, a riconoscere che la forza non annulla la vulnerabilità e che la vulnerabilità non è un privilegio riservato a chi piace di più.
Così il sud di Israele è diventato una periferia del mondo, non solo di Israele, e come tutte le periferie può essere sacrificato senza scandalo. La sua esistenza serve solo quando è utile a dimostrare qualcosa d’altro, mai quando chiede di essere ascoltata per ciò che è. La paura che nasce lì non fa curriculum morale, non produce indignazione spendibile e, ça va sans dire, non mobilita piazze lontane.
Eppure è proprio da lì che bisognerebbe ripartire, se si volesse davvero capire come funziona la paura e come viene usata. Non come emozione spontanea, ma come strumento politico e narrativo, capace di ridisegnare le mappe e di decidere chi merita empatia e chi può essere archiviato. Finché il sud di Israele resterà una nota marginale, la discussione sullo Stato ebraico continuerà a poggiare su una geografia falsata, e su una paura selettiva che dice molto più di chi la usa che di chi la subisce.
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