Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 30/01/2026, a pagina 1/IX, il commento di Giulio Meotti dal titolo: "I buoni e i mullah".
Giulio Meotti
Fra messaggi su energie rinnovabili, xenofobia, biodiversità e gli immancabili attacchi a Israele, l’unico segnale digitale sull’Iran nei social di António Guterres, segretario dell’Onu, risale all’11 gennaio: “Esorto le autorità iraniane a esercitare massima moderazione e ad astenersi dall’uso sproporzionato della forza”. Messaggio ricevuto a Teheran. Un medico da Isfahan racconta al New York Times di aver curato “giovani col cervello spappolato dai proiettili, madri colpite al collo e un bambino la cui vescica, anca e retto sono schiacciati da un proiettile”.
Solo una testimonianza tra le tante. Racconta alla rete Abc Arash, un medico iraniano scappato in Australia dopo la repressione: “Non riesco a dimenticarlo, quell’odore di sangue ovunque, in tutto il Pronto Soccorso”. Arash lavorava in una città fuori da Teheran. L’8 gennaio, la notte delle proteste più massicce, si trovava nella capitale per lavoro. Un collega lo chiamò chiedendogli di recarsi nel suo ospedale.
“Siamo in situazione di emergenza”, gli disse. Trovò un Pronto Soccorso stracolmo di centinaia di pazienti, la maggior parte con ferite da arma da fuoco. Ad Arash fu chiesto di stare al triage. Chiamò i colleghi in tutto il paese. Tutti riferirono di ospedali sopraffatti da morti e feriti. “Quando ho sentito parlare di duemila morti e, un giorno dopo, di dodicimila, per me è stato uno scherzo. Con il passare del tempo, il numero salirà a 40-50 mila”. Time Magazine, citando fonti iraniane, ha parlato di 30 mila morti. Iran International di 36.500. Il Sunday Times arriva a 50 mila con le cifre di Reza Pahlavi. Intanto emergono sepolture di massa in diversi cimiteri del paese, sia per mancanza di spazio che per nascondere il vero numero dei morti. Molti ospedali e centri forensi sono stati costretti a respingere i camion che trasportavano i corpi.
Il Washington Post racconta dei manifestanti di Rasht che avevano cercato rifugio nel bazar. Mentre un incendio bruciava, le forze del regime hanno sparato alle persone in fuga: decine di manifestanti sono arsi vivi. Come Guterres, nei sette anni in cui è stata su X/Twitter, Greta Thunberg non ha menzionato l’Iran una sola volta.
Iran International, con sede a Londra, riferisce questa settimana di aver “tentato di chiedere a Greta Thunberg per telefono e via email di chiarire la sua posizione sulla rivoluzione iraniana, ma si è rifiutata di rilasciare interviste o commentare le proteste iraniane. Greta sull’Iran
ha scelto di rimanere in silenzio. Questo silenzio non è un dettaglio di poco conto”. Secondo Kamran Matin, esule iraniano e professore di Relazioni internazionali all’Università del Sussex, in Inghilterra, la sinistra ideologica non sa cosa fare con la violenza che non coinvolge un aggressore occidentale. Matin cita altri gruppi che hanno ricevuto solo un debole sostegno dagli antimperialisti, tra cui gli yazidi, perseguitati dall’Isis, e i rohingya, vittime del governo del Myanmar. Se ci si scaglia contro queste atrocità, “allora l’intero edificio dell’antimperialismo postcoloniale crolla. Perché per loro, è come se stessero diluendo la loro posizione contro l’occidente accettando casi non occidentali”. Il 26 gennaio, a Göteborg, in Svezia, manifestanti iraniani anti regime sono stati violentemente aggrediti a un raduno pro Palestina. Intanto se in due anni ci sono state quattromila manifestazioni contro Israele in occidente, le manifestazioni contro il regime iraniano attraggono qualche drappello. A Bruxelles, un centinaio di persone in Piazza Schuman. ALondra, un paio di proteste fuori dall’ambasciata iraniana a South Kensington. A Milano, cento persone. A Torino, meno. Si chiede Bret Stephens sul New York Times: “Se la morte di Alex Pretti è una tragedia, come dovremmo rispondere all’omicidio di migliaia di iraniani? Sono forse, come disse Stalin, semplici statistiche?”. Fantasmi statistici.
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