Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 30/01/2026, a pag. 1, con il titolo "Chiamare i terroristi con il loro nome ", l'editoriale del direttore Claudio Cerasa.
Claudio Cerasa
Le scelte finali sono importanti, ma il tentativo non è da meno. E quello che è successo ieri in Europa è una prima risposta all’accorato appello rivolto giorni fa all’Unione europea dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky: svegliatevi. L’appello, come ricorderete, aveva un cuore che non era soltanto il sostegno all’Ucraina ma era in fondo più generale: un’Europa consapevole del suo peso e della sua forza può essere invincibile, un’Europa che nasconde la sua forza e che chiude gli occhi quando la libertà viene violata diventa ridicola. Zelensky parlava di Ucraina, si è detto, ma parlava anche di un altro tema divenuto nuovamente centrale in queste ore: l’Iran. Tutti, diceva Zelensky, in Europa aspettano di vedere cosa farà l’America, e mentre si aspetta di capire che farà Trump, che decisioni prenderà, che mosse farà, si rinuncia a prendere posizione, a schierarsi, e a fare qualcosa, qualsiasi cosa, per mostrare solidarietà al popolo iraniano. L’Europa, di solito, tende a infilare con cura la testa da struzzo sotto la sabbia.
Ieri, però, è stata una giornata diversa. E i ministri degli Esteri dell’Ue non si sono limitati a introdurre nuove sanzioni contro l’Iran. Ma hanno messo al centro del dibattito e dell’agenda pubblica una novità rilevante, una svolta clamorosa: inserire finalmente i pasdaran (i Guardiani della rivoluzione) nell’elenco delle organizzazioni terroristiche e riconoscere infine che se uno stato finanzia i terroristi, sostiene i terroristi, dà rifugio ai terroristi, alleva terroristi, sponsorizza i terroristi, coloro che hanno il compito di tenere il filo del rapporto con i terroristi sono a loro volta terroristi. Kaja Kallas, Alta rappresentante della politica estera dell’Unione europea, due giorni fa ha rotto il muro dell’indulgenza, a nome dell’Europa, e ha usato frasi perfette per inquadrare il tema: “Se agisci come un terrorista, dovresti essere trattato come un terrorista”. La linearità dell’Europa nel considerare finalmente l’Iran come quello che è, e non come quello che si sogna che sia, è una notizia che potrebbe essere accolta con una scrollatina di spalle – benvenuti, bravi, finalmente, era ora – ma sarebbe sbagliato non cogliere l’importanza di una svolta sistemica, di un wokismo buono che sfida la dittatura del politicamente corretto che da decenni tenta di proteggere il terrorismo iraniano per essere un argine contro tutto quello che odiano i nemici dell’occidente: l’atlantismo, l’americanismo, il capitalismo, la società aperta. Chiamare terroristi i terroristi, in questo senso, non è un atto simbolico, ma è una scelta di campo e una svolta strategica e culturale. Perché le Guardie della rivoluzione sono il pilastro della repressione sistemica della popolazione iraniana, sono coloro che armano terroristi come Hamas, Hezbollah, milizie jihadiste in Iraq che molti nemici dell’occidente considerano resistenti, sono coinvolte, come ricordato su queste pagine giorni fa da Giulio Meotti, in attacchi contro la diaspora iraniana in Europa e in operazioni clandestine contro i critici non iraniani del regime in giro per l’Europa, drenano parte della ricchezza iraniana nel finanziamento della resistenza contro il regime sionista. Trattare i terroristi da terroristi dovrebbe essere un sogno per tutti coloro che sognano di avere un Iran libero, ovvio, per tutti coloro che sognano di avere le donne iraniane meno oppresse nella violenza del regime, ovvio, ma dovrebbe esserlo anche per tutti coloro che sognano non soltanto un futuro con meno antisemitismo nel mondo, merce rara, ma anche un futuro per il popolo di Gaza. E l’equazione è semplice: più l’Iran viene colpito, più il regime viene accerchiato, più i pasdaran vengono circondati, più il finanziamento del terrorismo iraniano viene limitato, più possibilità vi saranno per i palestinesi di avere una Gaza con meno terrorismo islamista. Hamas, per chi si fosse perso qualche passaggio, è l’ostacolo principale alla creazione di uno stato palestinese, e con più libertà. L’Europa di oggi forse ci metterà ancora del tempo a trovare gli equilibri giusti per chiamare terroristi i terroristi e trattare i terroristi come terroristi. Ma la scelta da parte di alcuni paesi importanti, come la Germania e come l’Italia e come la Francia, di chiamare le cose con il loro nome, di fare un passo verso la lotta contro i nemici della libertà è una buona notizia per tutti coloro che si augurano che l’Europa possa fare passi in avanti per essere un baluardo nella difesa della democrazia, del libero mercato, della libertà individuale. “La repressione – ha detto ieri Kallas – non può restare senza risposta. I ministri degli Esteri dell’Ue hanno appena compiuto il passo decisivo di designare i Guardiani della rivoluzione come organizzazione terroristica. Qualsiasi regime che uccida migliaia di persone al suo interno sta lavorando per la propria fine”. Non basta chiamare le cose con il loro nome per sviluppare una deterrenza contro il terrore. Ma avere un’Europa che sceglie di mettersi dalla parte giusta della storia nel processo di contenimento dell’Iran è una buona notizia che offre qualche tassello in più per immaginare che il disegno di un’Europa baluardo delle libertà può essere qualcosa in più di una semplice e romantica utopia.
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