Riprendiamo da LIBERO di oggi, 29/01/2026, a pag. 9, con il titolo "L’Iran minaccia di colpire Tel Aviv" la cronaca di Matteo Legnani.
«Qualsiasi azione militare da parte degli Stati Uniti, di qualsiasi origine e a qualsiasi livello, sarà considerata l'inizio di una guerra e la sua risposta sarà immediata, totale e senza precedenti, colpendo il cuore di Tel Aviv e tutti coloro che sostengono l’aggressore». Così, nella tarda serata di ieri, Ali Shamkhani, consigliere della Guida suprema dell’Iran Ali Khamenei, ha risposto su X al presidente USA Donald Trump, che in mattinata aveva lanciato un nuovo avvertimento a Teheran scrivendo che «una massiccia armata si sta dirigendo in Iran velocemente e con grande forza. Si tratta di una flotta, guidata dalla portaerei Lincoln, ancora più grande di quella che abbiamo inviato in Venezuela e pronta ad agire con grande velocità e violenza».
Nel suo messaggio sui social Trump si augurava che «l’Iran voglia velocemente sedersi a un tavolo e giungere a un accordo», sottolineando che mai gli ayatollah dovranno avere armi nucleari. E che se ciò non avverrà, l’attacco sarà assai peggiore di quello scatenato la scorsa estate.
Il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, aveva poi smorzato i toni affermando che «i nostri asset militari stanno raggiungendo il Medio Oriente per difenderci dalle minacce dell’Iran», ma sottolineando anche come il regime sia oggi più debole che mai «perché questa volta non ha gli strumenti, al di là di quelli repressivi, per superare i motivi delle proteste dato che la sua economia è al collasso». Tuttavia, aveva aggiunto, «lo scenario iraniano è molto complesso perché nessuno oggi potrebbe dire chi prenderebbe il potere in seguito a una caduta di Khamenei e se nel loro sistema ci sia chi possa lavorare verso una transizione democratica del Paese».
Dalla parte opposta, la missione diplomatica iraniana all'Onu aveva ribadito il ritornello che il Paese «è pronto al dialogo basato sul rispetto e gli interessi reciproci», aggiungendo tuttavia che «se colpiti, risponderemo come mai prima d'ora». E quanto a Teheran credano davvero al dialogo lo dicono le parole del viceministro degli Esteri, Kazem Ghariabadi, che in un incontro con la stampa estera ha detto di considerare la guerra «più probabile dei negoziati. Ci stiamo preparando allo scenario peggiore». Il suo superiore, Abbas Araghci, ha escluso che «negli ultimi giorni ci siano stati contatti con gli Usa, né è stato richiesto alcun contatto», aggiungendo che «alcuni Paesi stanno attualmente fungendo da intermediari».
Colloqui ci sono stati nelle ultime ore tra lo stesso ministro degli Esteri iraniano e i colleghi di Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Ma il dialogo con Ankara potrebbe essere a rischio, dopo che l'intelligence turca ha arrestato sei spie iraniane che agivano in Turchia per raccogliere informazioni sulle installazioni militari americane.
Una mano agli ayatollah l'ha invece tesa il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman quando, in una telefonata con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha assicurato che né il territorio né lo spazio aereo saudita verranno messi a disposizione per un attacco contro l’Iran.
Se tuttavia si esclude la base americana situata a Dharan, sulla sponda opposta del Golfo rispetto all’Iran, lo sgambetto saudita pare più un tentativo di tirarsi fuori da una situazione complessa, piuttosto che un vero ostacolo a operazioni americane, che potrebbero comunque colpire il nemico sia da sud che dal Qatar che dalle basi in Turchia orientale senza entrare nello spazio aereo saudita.
E poco potrebbero fare i droni iraniani che in queste ore stanno pattugliando la zona di mare a sud del Paese per fermare i caccia e i bombardieri supersonici americani. A far precipitare la situazione potrebbe essere la reazione del regime a nuove proteste: nella serata di ieri un collaboratore per i social del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha diffuso su Instagram le immagini di migliaia di persone in corteo per le strade di Teheran. Di fronte a una nuova sanguinosa repressione, difficilmente gli americani potrebbero tirarsi indietro.
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