Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 23/01/2026, a pagina III, le interviste di Ani Chkhikvadze dal titolo: "L’America e l’Iran, tra opzioni militari e negoziato. Interviste".
Washington. Le strade di Teheran raccontano la storia di una controrivoluzione schiacciata nel sangue, le forze di sicurezza iraniane hanno ucciso, secondo le stime delle organizzazioni che cercano di bucare il blackout imposto dal regime, tra le seimila e le trentamila persone; più di 18 mila manifestanti si trovano nei centri di detenzione in attesa della “punizione severa” che il capo della magistratura, Gholam Hossein Mohseni-Ejei, ha annunciato. Secondo alcuni esperti, gli iraniani si aspettavano l’aiuto americano: “Il movimento di protesta si è fatto così intenso anche perché Donald Trump aveva detto che sarebbe arrivato in aiuto: l’idea era che gli iraniani avrebbero preso le strade affinché Trump prendesse i cieli”, dice al Foglio Janatan Sayeh, ricercatore sul medio oriente presso la Foundation for Defense of Democracies. Nelle ultime ore si è tornato a parlare di nuovo di questo possibile intervento.
Quella che era iniziata come una protesta economica per il crollo del rial iraniano è la sfida più seria alla Repubblica islamica dalla rivoluzione del 1979. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva incoraggiato i manifestanti a scendere in strada, aveva detto: “l’aiuto è in arrivo” e ha definito l’America “pronta all’azione”. Ma poi, pure se il regime ha iniziato la sua repressione violenta, l’Amministrazione americana ha ammorbidito i toni e ha creduto a Teheran quando ha dichiarato di aver sospeso le esecuzioni capitali (gli stessi leader iraniani hannosmentito). Nel fine settimana scorso, la cancellazione dei voli verso e da il medio oriente delle principali compagnie aeree europee, assieme alle notizie sull’arrivo in zona della portaerei americana Uss Lincoln, indispensabile per qualsivoglia azione militare, hanno fatto pensare che l’intervento fosse imminente. Lunedì, in un’intervista a Barak Ravid di Axios, Trump ha detto che la situazione con l’Iran “è fluida”, lui ha spedito una “grande armada” in zona, ma è convinto che il regime iraniano voglia negoziare.
Per i manifestanti che stanno rischiando le loro vite contro il regime oppressivo che impicca i suoi oppositori nelle strade, il tempo è scaduto. “Più ritardiamo l’attacco mentre le proteste si spengono, più perdiamo un’opportunità”, dice Sayeh. L’esitazione di Trump riflette vincoli più profondi. L’Amministrazione affronta quello che Gary Schmitt, senior fellow che si occupa di politica estera americana presso l’American Enterprise Institute, descrive come il modello di Trump di “andare troppo avanti”, costringendo consiglieri come il segretario di stato Marco Rubio a “far quadrare il cerchio, trasformandolo in qualcosa di apparentemente abbastanza sensato senza trascinare il paese in un conflitto su vasta scala”. La difficoltà “è che non c’è un modo realmente efficace per cambiare davvero le cose sul campo a meno che non si faccia qualcosa di militarmente massiccio. Dopo averci riflettuto e parlato con il presidente, ora capisce che le leve che ha sono limitate”, spiega Schmitt.
Sulle potenziali azioni militari incombe l’ombra di tentativi passati come la guerra in Iraq, che è costata agli Stati Unitiil sostegno internazionale e ha reso gli elettori americani meno inclini a sostenere le iniziative estere del loro presidente. “Una cosa è abbattere il regime, ma se ci siasufficiente capacità civile per muoversi verso l’autogoverno è una questione aperta. Si è scoperto che in Iraq non c’era”, dice Schmitt.
Donald Trump ha fatto campagna sulla sua capacità di mettere fine alle “guerre infinite” all’estero, e un intervento aggressivo in Iran rischia di alienare l’ala isolazionista della sua coalizione politica. “Circa la metà della sua base di sostegno è contraria a farsi coinvolgere in qualsiasi affare estero”, spiega Schmitt. Un’azione militare che trascina l’America più in profondità in medio oriente potrebbe rivelarsi politicamente devastante, in particolare in un anno elettorale come questo (a novembre ci sono le elezioni di metà mandato). Ma secondo un sondaggio di gennaio condotto da Economist/YouGov, i repubblicani sostengono in modo schiacciante l’uso della forza contro l’Iran, divergendo nettamente da democratici e indipendenti. Il 62 per cento dei repubblicani sostiene un’azione militare in Iran, rispetto al 13 per cento dei democratici, mentre il 57 per cento dei repubblicani sostiene l’uso della forza per rovesciare la Guida suprema, Ali Khamenei. Il 54 per cento dei repubblicani vede con favore un attacco all’Iran in risposta alla repressione dei manifestanti, una posizione a cui si oppongono ampie maggioranze di democratici e indipendenti.
Le considerazioni militari restano in ogni caso più complesse della volontà politica. Assieme all’incertezza su cosa potrebbe accadere se gli Stati Uniti decapitassero il regime attraverso attacchi aerei, c’è una dinamica regionale che lavora contro l’intervento. Gli stati del Golfo, in particolare Arabia Saudita e Qatar, hanno entrambi un interesse nel mantenere il regime al potere assicurando al contempo che l’Iran sia più debole. Queste potenze regionali preferiscono una Repubblica islamica indebolita ma stabile al caos del collasso. “Nessuno si aspetta che l’America metta i boots on the ground. L’idea è che l’America usi l’intelligence e la superiorità aerea, con i livelli medi e bassi del recime che potrebbero disertare. Un attacco realisticamente dovrebbe prima decapitare i vertici della leadership: la Guida suprema, i capi delle Guardie rivoluzionarie”, dice Sayeh. “Trovare Khamenei non è un problema. Gli attacchi mirati non sono un problema. La capacità ce l’abbiamo. E’ la paura di cosa potrebbe succedere dopo che preoccupa”.
Il regime iraniano afferma di aver ristabilito il controllo. Secondo la Casa Bianca ora è pronto a negoziare. Come osserva Sayeh: “Lo scenario peggiore è che ci sia un attacco, ma che il regime rimanga al potere solo con leader diversi. E tutto continua”.
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