Riprendiamo dal RIFORMISTA del 27/01/2026, a pagina 2, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "L’appuntamento dell’antisemita per rilanciare il negazionismo"

Iuri Maria Prado
Se si trattasse di ricordare la Shoah — cioè di averne, conservarne e tramandarne la memoria — sarebbe un conto. Ma ormai non si tratta più di questo (ammesso che davvero lo sia mai stato). Da tempo, e non certo da oggi, il Giorno della Memoria è diventato l’appuntamento più atteso dall’antisemita. Soprattutto dall’antisemita che non sa di esserlo. È il giorno in cui può esercitarsi in una forma nuova e persino più grave di negazionismo.
Non più quello che nega o minimizza, giustifica o “contestualizza” la Shoah, ma quello che nega agli ebrei il diritto stesso alla Memoria. Agli ebrei che “non lo meritano”. È il negazionismo che subordina il diritto alla Memoria a una condizione preliminare: riconoscere che non tutti gli ebrei hanno diritto di essere ricordati, ma solo quelli che fanno proprio — e ripetono — il verbo antisemita così come si formula da sempre. Il verbo che stabilisce l’unico e ultimo posto per gli ebrei: Israele.
E quel verbo dice che quel posto è usurpato dagli ebrei. E se non è usurpato, è comunque occupato illegalmente. E se non è occupato illegalmente, è comunque governato in modo ingiusto. In ogni caso, è colpevole. Sempre. E poiché quel posto — l’unico e ultimo posto per gli ebrei — è usurpato, occupato, ingiusto, allora si può e si deve “ricordare”, nel Giorno della Memoria, che le violenze contro gli ebrei non nascono dal nulla.
Se ne abbia memoria il 7 ottobre. Se ne abbia memoria quando gli ebrei vengono uccisi in una sede diplomatica a diecimila chilometri da Gerusalemme. Se ne abbia memoria quando vengono accoltellati davanti a una sinagoga in Inghilterra. Se ne abbia memoria quando vengono macellati su una spiaggia australiana. Si abbia memoria del fatto che, dopo una eradicazione bimillenaria, la radicazione degli ebrei in Israele ha imposto sul bavero della vita di ogni ebreo un nuovo segno distintivo.
Un contrassegno dal quale ogni ebreo può, in teoria, liberarsi. A una sola condizione: rinunciare a credere nel verbo che lo riconosce come appartenente al suo popolo, il popolo di Israele, e diventare invece osservante del verbo che lo dichiara colpevole di quella stessa appartenenza.
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