La grammatica della paura/8: Gli ostaggi rimossi, anche dopo. Quando il problema sembra chiuso e il silenzio diventa definitivo
Commento di Daniele Scalise
Daniele Scalise
Gli ostaggi del 7 ottobre, rimossi dai media durante e dopo la loro detenzione nelle prigioni segrete di Hamas
Per un periodo gli ostaggi sono stati al centro del discorso pubblico. Non per molto, ma abbastanza da rendere visibile l’orrore di una strategia che faceva del sequestro di civili uno strumento politico e militare. Poi le cose sono cambiate. Alcuni ostaggi sono stati liberati, molti sono morti, di altri restano solo tracce indirette, e oggi rimane un corpo trattenuto da Hamas come ultimo residuo materiale di quella vicenda. Formalmente, per molti osservatori, il problema è superato. Ed è proprio qui che la rimozione mostra il suo volto più compiuto.
La scomparsa degli ostaggi dal dibattito non è avvenuta quando erano tutti tornati a casa, né quando la loro sorte era stata chiarita. È avvenuta prima, nel momento in cui la loro presenza smetteva di essere utile a un certo racconto. Finché gli ostaggi erano vivi e visibili, costringevano a fare i conti con una realtà scomoda, quella di un’organizzazione che sequestra civili, li nasconde, li usa come leva e come scudo. Quando quella realtà ha iniziato a incrinare la costruzione della paura centrata esclusivamente su Israele, il tema è stato progressivamente accantonato.
Oggi il tempo è passato, e con esso anche l’attenzione. Il fatto che molti ostaggi siano morti non ha prodotto un ritorno di coscienza, ma un’ulteriore accelerazione dell’oblio. Come se la morte chiudesse il dossier, come se l’assenza definitiva rendesse superflua ogni domanda. Eppure resta un corpo, trattenuto deliberatamente, nascosto, trasformato in oggetto di ricatto anche da morto. Un dettaglio che dovrebbe pesare enormemente e che invece scivola via quasi senza rumore.
Guardare al passato con onestà significa riconoscere che la rimozione non è stata un incidente ma una vera e propria scelta deliberata. Quando gli ostaggi erano vivi, ricordarli disturbava. Ora che molti non ci sono più, ricordarli obbligherebbe a fare i conti con ciò che è stato permesso accadesse anche grazie a un silenzio complice. Non è forse più semplice archiviare tutto come una fase conclusa, voltare pagina e tornare a una rappresentazione in cui il conflitto è depurato delle sue responsabilità più evidenti?
Nel presente, questo silenzio produce un effetto ulteriore perché consente di parlare di proporzioni, reazioni, eccessi, senza più il fastidio di dover ricordare l’origine concreta della violenza. Consente di discutere di potere e di forza senza nominare chi ha fatto del sequestro e dell’occultamento dei corpi una pratica rivendicata. E consente, soprattutto, di riposizionare la paura là dove è più comodo collocarla, non su chi usa i civili come strumenti, ma su chi viene chiamato a rispondere a quella minaccia.
La grammatica della paura funziona anche così, per sottrazione progressiva. Prima si marginalizza, poi si dimentica, e alla fine si dichiara chiuso ciò che non lo è affatto. Gli ostaggi, oggi, non disturbano più perché non parlano, non appaiono e non chiedono, ma proprio per questo la loro assenza pesa più di prima. E ciò non è il segno di una soluzione ma semmai il risultato di una scelta di rimozione che ha accompagnato l’intera terribile, mostruosa vicenda.
Riflettere al passato guardando al presente significa riconoscere che ciò che è stato taciuto allora continua a produrre effetti oggi. Finché anche un solo corpo resterà nascosto come strumento di pressione, e finché questo fatto verrà trattato come un dettaglio secondario, sarà difficile sostenere di trovarsi di fronte a un dibattito onesto.