Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 16/01/2026, a pagina 5, la cronaca di Mariano Giustino: "Iran, opposizioni immobili. Le rivolte non si fermano".
Mariano Giustino
Mentre Donald Trump valuta una possibile strategia di intervento in Iran, Cina, Arabia Saudita e Turchia premono per la moderazione. Il presidente statunitense sembra aver attenuato la retorica su una possibile azione militare, mentre le manifestazioni contro il regime proseguono in gran parte dell’Iran, seppure con minore intensità a causa della durissima repressione delle rivolte, condotta a telecamere spente attraverso un blackout nazionale di internet, messo in atto per nascondere al mondo l’immane massacro di vite umane.
Le ultime dichiarazioni prudenti di Trump ricordano molto quelle dello scorso 12 giugno, quando affermò di preferire una soluzione diplomatica a un attacco militare. Allora si trattava chiaramente di una tattica diversiva, volta a silenziare l’allarme a Teheran prima dell’attacco israeliano. Intanto, però, per le strade della capitale iraniana i manifestanti continuano a lanciare messaggi al presidente americano: “Il popolo iraniano ti sta aspettando”, “Trump, fai presto!”, si legge sui muri e sui manifesti della megalopoli. Gli insorti sperano che Washington adotti misure decisive contro i loro oppressori e li aiuti a raggiungere la libertà.
Nel frattempo non si sono mai fermate le impiccagioni dei detenuti, che avvengono quotidianamente a ritmo serrato nelle prigioni del Paese. Le autorità iraniane mentono quando affermano che le manifestazioni sono cessate: l’orrore continua, semplicemente lontano dai riflettori.
Mentre Trump appariva più cauto nei toni verso Teheran, i leader regionali erano impegnati in una fitta attività diplomatica per evitare un’escalation che potrebbe destabilizzare l’intera regione. La Cina, che spesso ha assunto posizioni di sostegno all’Iran, ha dichiarato di poter svolgere un “ruolo costruttivo” nell’allentamento delle tensioni, invitando tutte le parti alla moderazione. Giovedì, durante una telefonata con il suo omologo iraniano Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ribadito che Pechino rifiuta “l’uso o la minaccia della forza nelle relazioni internazionali” e si oppone alle nazioni che impongono la propria volontà sugli altri.
Parallelamente, il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, ha avuto una serie di colloqui telefonici con i suoi omologhi in Iran, Oman e Qatar, discutendo degli ultimi sviluppi regionali e degli sforzi congiunti per rafforzare sicurezza e stabilità. Nello stesso contesto, il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha contattato i suoi omologhi francese, omanita e iraniano, oltre all’inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente, Steve Witkoff.
Anche la Turchia si dice fortemente preoccupata per la situazione, che secondo il ministro degli Esteri Hakan Fidan minaccia la stabilità e la sicurezza dell’intera area. Fidan ha ribadito il rifiuto di Ankara a intraprendere qualsiasi azione militare contro l’Iran, sottolineando la disponibilità del suo Paese a proseguire le iniziative diplomatiche per evitare un’escalation tra Teheran, Washington e Gerusalemme. Sia Ankara sia Riad temono che la caduta del regime iraniano possa favorire l’ascesa di Israele a potenza egemone del Medio Oriente, anche se, come già accaduto in passato, la solidarietà del mondo arabo verso Teheran appare in larga parte di facciata.
Ciò che preoccupa particolarmente Ankara è l’impatto che un conflitto prolungato avrebbe sulla propria strategia regionale, basata sulla costruzione di relazioni amichevoli con le potenze vicine per espandere l’influenza economica turca. L’inasprimento delle tensioni, unito all’aumento dei prezzi dell’energia, rappresenterebbe un colpo durissimo per la già fragile economia del Paese. Al tempo stesso, però, ad Ankara non dispiacerebbe un radicale indebolimento dell’Iran e una significativa perdita della sua deterrenza, dal momento che i due Paesi sono rivali regionali da decenni, con forti divergenze strategiche. Lo stesso ragionamento vale anche per l’Arabia Saudita: competizione e diffidenza strutturali mascherate da prudenza diplomatica.
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