Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 15/01/2026, a pagina 1-V, il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Ayatollah all’Onu".
Giulio Meotti
Eppure, per mesi, silenzio assordante da UN Women. Solo tardive, timide dichiarazioni, quando ormai il danno era fatto e la credibilità compromessa. Ora si ripetono contro le donne iraniane.
UN Women deve ancora esprimersi sul bagno di sangue in corso nella Repubblica islamica. L’anno di UN Women inizia così: “A tutte le donne a cui è stato detto che sono troppo forti, troppo emotive, troppo ambiziose, troppo autoritarie, vi ascoltiamo, crediamo in voi, siamo al vostro fianco e combattiamo insieme gli stereotipi”. Le donne iraniane effettivamente sono forti e ambiziose, ma UN Women non è al loro fianco. L’anno prosegue con l’annuncio che “l’istruzione femminile non è un privilegio” (in Iran se vai a scuola a capo scoperto effettivamente quel privilegio te lo tolgono). Il 4 gennaio, UN Women elogia il metodo di lettura braille: effettivamente potrebbe essere utile alle donne iraniane accecate dagli sgherri della Guida suprema, Ali Khamenei. Ragazze, madri e studentesse accecate da proiettili di gomma e pallini di metallo sparati a bruciapelo negli occhi durante le proteste. Centinaia di casi documentati di cecità intenzionale, di mutilazioni oculari, di aggressioni con proiettili di piombo camuffati da strumenti di contenimento. E ancora: acidi, arresti di massa, torture nelle prigioni, impiccagioni.
Da Pechino, alleato dell’Iran, UN Women ci fa poi sapere che “l’uguaglianza di genere deve diventare realtà”. Poi l’immancabile e sempre buono annuncio sull’insicurezza alimentare. Si passa agli auguri di buon compleanno a Rigoberta Menchú. Si prosegue con la denuncia che nel mondo il 75 per cento dei posti nei parlamenti è ricoperto da uomini: effettivamente in Iran esiste un problema di rappresentanza politica femminile.
UN Women il 12 gennaio conclude con l’immagine di alcune donne in hijab, che in Iran è legge di stato, per spiegarci che “l’obiettivo è abbattere tutte le barriere”. Congratulazioni intanto all’ambasciatore ugandese Adonia Ayebare per la vittoria alla presidenza del Consiglio esecutivo di UN Women: in Uganda, le donne non hanno alcuna tutela legale contro lo stupro coniugale, le molestie sessuali sono dilaganti e il 95 per cento delle donne ha subìto violenza fisica o sessuale. Eppure, è proprio da lì che dovrebbe arrivare la leadership morale sulla parità di genere globale.
Le donne israeliane violentate dai jihadisti non contano, perché Israele è il nemico designato. Le donne iraniane accecate, stuprate, impiccate non contano, perché l’Iran è alleato di Cina e Russia, pilastri del nuovo ordine multipolare che molti nel Palazzo di vetro vogliono corteggiare e costruire. Le Nazioni Unite hanno tenuto riunioni di emergenza del Consiglio di sicurezza per condannare l’arresto del dittatore venezuelano Maduro e il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele. Eppure, le Nazioni Unite si rifiutano di tenere qualsiasi riunione di emergenza per le migliaia di manifestanti massacrati in Iran. Non è che sono silenti sulla Repubblica islamica, è che sembrano proprio complici.
Israele esce da quelle stanze e fa bene. Ma il dramma più grande è l’espulsione delle vere vittime dall’agenda di chi dovrebbe difenderle.
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