Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione dell'editoriale del Jerusalem Post di Suzan Quitaz, dal titolo: "Un caso di ineguagliabile ipocrisia: il “no” a Somaliland e Kurdistan da parte dei palestinesi, il popolo che vuole che il mondo intero si batta affinché loro possano avere un proprio stato".
Israele è diventato il primo Paese a riconoscere la regione del Somaliland come stato indipendente.
Il Somaliland ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dalla Somalia nel 1991, una mossa che ha portato al suo isolamento diplomatico ed economico.
Tuttavia, questa nazione “non riconosciuta” è riuscita a costruire una società civile relativamente stabile e funzionante rispetto alla Somalia, sempre in preda a polarizzazione politica, declino economico e al terrorismo del gruppo islamista Al-Shabaab.
Il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, ha descritto il riconoscimento di Israele come “il giorno più felice della mia vita” e un “momento storico”, affermando su X che segna l’inizio di una partnership strategica volta a promuovere benefici per entrambi i paesi e a rafforzare la pace e la sicurezza nella regione.
La felicità del presidente Abdullahi è stata condivisa da milioni di abitanti del Somaliland che sono scesi in strada per celebrare il memorabile traguardo. Hanno postato migliaia di video per mostrare la loro gioia. Molti hanno anche pubblicato messaggi di gratitudine allo stato di Israele.
Come previsto, la notizia del riconoscimento israeliano ha avuto un enorme impatto sui social media.
Da un lato, centinaia di migliaia di israeliani, curdi, emiratini, marocchini e altre minoranze etniche e religiose, tra cui i drusi, si sono affidati ai social per congratularsi con il popolo del Somaliland.
Dall’altro, una valanga della solita retorica piena di odio turco-islamista-arabista, caratterizzata da negazione dell’altro, teorie del complotto e pura propaganda, teneva banco ad Ankara, Doha e Teheran, con i loro gregari al seguito.
E’ comprensibile che la prima reazione del governo somalo sia stata dura e che abbia definito la decisione di Israele una “azione illegale”, sostenendo che il Somaliland sia una parte “inseparabile” della Somalia.
Quello che è sconcertante è che la dirigenza di un altro popolo che si batte per avere un proprio stato respinga senza mezzi termini il desiderio di un popolo di avere il proprio.
La comunicazione dello “Stato di Palestina” costituisce un caso senza precedenti di ineguagliabile ipocrisia.
Il canale ufficiale del Ministero degli Esteri palestinese ha rilasciato su X una lunga dichiarazione con cui respinge in modo categorico e inequivocabile quello che definisce un attacco deliberato da parte di Israele. “Il Ministero – vi si legge – sottolinea inoltre che questo respinto riconoscimento fa parte delle più ampie politiche di Israele, in quanto potenza coloniale occupante, volte a destabilizzare la pace e la sicurezza internazionale e regionale”.
Mustafa Barghouti ha twittato che “Israele è l’unico paese al mondo ad aver riconosciuto il separatista ‘Somaliland’ nel tentativo di destabilizzare il Corno d’Africa e l’area del Mar Rosso”.
Il primo ministro turco Ahmed Davutoglu ha gettato ulteriore benzina sul fuoco riproponendo la solita teoria cospirativa dei Fratelli Musulmani contro Israele, e postando che “il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele non è uno sviluppo lontano, ma un campanello d’allarme: fa parte di una strategia più ampia per frammentare i paesi islamici e neutralizzare gli stati chiave attraverso l’accerchiamento”.
Il riconoscimento israeliano del Somaliland e la retorica contro di esso del campo avverso sono un “copia e incolla” della tragedia curda.
Il 25 settembre 2017, milioni di curdi che vivono nella regione curda dell’Iraq hanno tenuto un referendum sull’indipendenza e il 93% ha votato a favore.
La regione curda è la più avanzata e moderna dell’Iraq. La Corte Suprema irachena ha annullato i risultati e uno degli effetti principali è stata la conquista della città curda di Kirkuk, ricca di petrolio, da parte del governo sciita iracheno di Baghdad, sostenuto dall’Iran.
Iran e Turchia minacciano il Governo della Regione del Kurdistan (KRG) con sanzioni severe.
I nemici dei curdi a Baghdad, Ankara e Teheran hanno dichiarato che avrebbero adottato “tutti i mezzi necessari” per impedire ai curdi di creare un proprio stato.
All’epoca, Damasco si è tenuta fuori solo perché era alle prese con i suoi problemi interni legati alla guerra civile in corso.
Israele è stato l’unico paese a sostenere il referendum sull’indipendenza curda del 2017.
Qualche anno prima, il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che “i curdi hanno dimostrato il loro impegno a favore della moderazione politica e meritano la loro indipendenza politica”, e che “Israele sostiene gli sforzi legittimi del popolo curdo per ottenere un proprio stato”.
Anche in questo caso, nessuna sorpresa: i palestinesi – il popolo che vuole che il mondo intero si batta per loro affinché possano avere un proprio stato – hanno categoricamente respinto il referendum sull’indipendenza curda.
Saeb Erekat, storico negoziatore di pace e consigliere del presidente Abu Mazen, in un’intervista all’emittente Al Arabiya dichiarava che “l’indipendenza curda sarebbe una spada avvelenata contro gli arabi”.
L’obsoleto vocabolario che denuncia “separatismo” e “agenti di Israele” è stato utilizzato per decenni per legittimare i massacri perpetrati in Iran, Turchia, Siria e Iraq contro i civili curdi negli decenni scorsi.
Fascisti e islamisti arabi, turchi e iraniani hanno lanciato campagne feroci contro i curdi, usando sempre Israele ed ebrei come capro espiatorio.
Nel 1966, l’allora ministro della Difesa iracheno Abd al-Aziz al-Uqayali accusava i curdi iracheni di voler creare un “secondo Israele” nella regione.
Sessant’anni dopo, il termine “secondo Israele” viene ancora utilizzato per sostenere che il Kurdistan starebbe imitando lo “Yahudistan”, il paese degli ebrei ovvero Israele.
Solo un paio di settimane fa, i media turchi hanno affermato che le Syrian Democratic Forces a guida curda “sono ora nelle mani dello stato sionista d’Israele” e che la strategia di Israele è quella di “dividere la Siria tramite le Syrian Democratic Forces”.
Un’identica retorica viene ora utilizzata contro gli oltre sei milioni di abitanti del Somaliland, attraverso le parole dello stesso Barghouti che li descrive come un gruppo di “separatisti” e accusa Israele di lacerare e dividere, sostenendo che Israele cerca di “destabilizzare il Corno d’Africa”.
Parole che riecheggiano ciò che il defunto Saeb Erekat diceva sull’indipendenza curda come “una spada avvelenata contro gli arabi”.
Non molto tempo fa, un quotidiano turco affiliato al presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha pubblicato un presunto “scoop” in cui sosteneva che il governo israeliano intrattiene colloqui clandestini con i leader curdi a Erbil (Kurdistan-Iraq) per trasferire decine di migliaia di curdi ebrei israeliani nella regione curda in Iraq.
Questo genere di teorie cospirative sono all’ordine del giorno nei media turchi, iraniani e del Qatar, per chiamare a raccolta gli elementi antisemiti presenti nelle loro società.
La maggior parte degli stati musulmani, incluso il cosiddetto “Stato di Palestina”, etichettano sia il sionismo che il nazionalismo curdo come “progetti dell’imperialismo coloniale occidentale”.
La Guida Suprema iraniana Ali Khamenei ha ripetutamente accusato gli Stati Uniti di voler creare un “nuovo Israele” nella regione, per via del loro sostegno al popolo curdo.
Io rendo omaggio al governo israeliano per essere diventato il primo Paese a riconoscere il Somaliland. E sono felice di vedere sui social così tanti israeliani e curdi che si congratulano con gli abitanti del Somaliland per questo momento davvero storico.
Alle mie sorelle e ai miei fratelli del Somaliland porgo le mie più sincere congratulazioni.
(Da: Jerusalem Post, 2.1.26)
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