Gli aerei americani volano sui cieli di Teheran
Analisi di Mariano Giustino
Testata: Il Riformista
Data: 08/01/2026
Pagina: 4
Autore: Mariano Giustino
Titolo: Iran, le proteste continuano e nei cieli vola la U.S. Air Force. Il regime è al tramonto?

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 08/01/2026, a pagina 4, l'analisi di Mariano Giustino: "Iran, le proteste continuano e nei cieli vola la U.S. Air Force. Il regime è al tramonto?".

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Mariano Giustino

Paracadutisti americani e aerei da trasporto in Iraq, presso i confini con l'Iran. Cosa bolle in pentola? Mentre si intensifica la rivolta contro Khamenei, gli americani potrebbero architettare un nuovo intervento.

Le “aquile urlanti” di Trump starebbero dando la caccia a Khamenei. La 101ª Divisione aviotrasportata statunitense e la Delta Force sono segnalate in operazioni al confine iraniano. Da alcuni giorni aerei e rifornitori Usa sono in movimento, mentre un’intensa attività logistica tra Stati Uniti, Europa e Medio Oriente si registra lungo la linea di confine tra Iran e Iraq, con decine di aerocisterne per il rifornimento in volo e aerei da trasporto strategico.

Dopo la cattura di Maduro e i chiari moniti di Trump, accompagnati dalla minaccia di un intervento contro il regime iraniano qualora continuasse a usare violenza contro i manifestanti, Washington sta rafforzando la propria postura militare nella regione. Numerosi velivoli della United States Air Force, inclusi aerei da trasporto pesante C-5 e C-17, sarebbero decollati sia dagli Stati Uniti sia da una base americana nel Regno Unito, dirigendosi verso l’Iraq, al confine con l’Iran.

Il trasferimento in corso di forze e mezzi in un’area già ad altissima tensione fa pensare a preparativi per possibili attacchi imminenti contro l’Iran o, in alternativa, a una strategia di pressione militare sul regime mentre le proteste dilagano nelle città iraniane. In questa lettura, si tratterebbe di uno scudo militare sui cieli iraniani, a protezione di una popolazione insorta contro la Repubblica islamica.

A dodici giorni dall’inizio, le proteste si diffondono come un fiume in piena in tutte le province iraniane, in particolare nei distretti industriali: dal tessile ai porti, dagli idrocarburi al cemento. Dai mercanti dei bazar ai giovani universitari, dai lavoratori ai pensionati, fino a ex funzionari del regime, ampi strati della società chiedono la fine della Repubblica islamica. A Teheran la popolazione ribattezza le strade, sostituendo le targhe ufficiali con la scritta “Via del Presidente Trump”.

La caduta di Maduro rappresenta uno shock geopolitico indiretto per Teheran. Uno shock che interrompe canali finanziari dei pasdaran, segna la fine di “Hezbollah Venezuela” e chiude la stagione delle manovre strategiche iraniane di espansione in America Latina. Nel frattempo, il bilancio della repressione è drammatico: almeno 50 morti in oltre 300 manifestazioni in 92 città di 30 province, più di 2.076 arresti, centinaia di sparizioni forzate e impiccagioni quotidiane.

Nonostante la violenza, la popolazione non ha rinunciato alla lotta. Le forze paramilitari basij e le milizie jihadiste assoldate dal regime hanno esteso la repressione fin dentro gli ospedali. A Teheran manifestanti disarmati sono fuggiti verso l’ospedale Sina, dove i basij hanno fatto irruzione lanciando gas lacrimogeni e arrestando i feriti. A Malekshahi, nella provincia di Ilam, le forze del regime hanno aperto il fuoco sui civili, attaccato l’ospedale e rapito i manifestanti feriti.

Scene simili si registrano nella metropolitana di Teheran, dove decine di lacrimogeni sono stati sparati all’interno delle stazioni. Le unità motociclistiche dei paramilitari controllano rigidamente ingressi e uscite, mentre gruppi di manifestanti rispondono con tattiche di “mordi e fuggi”. Il piano del regime di sedare rapidamente le proteste è fallito, anche a causa di defezioni all’interno dell’apparato paramilitare e dei Guardiani della Rivoluzione.

La repressione appare sempre più affidata a milizie mercenarie straniere. Il regime ha fatto ricorso a combattenti sciiti iracheni, afgani e libanesi: circa 800 miliziani iracheni sarebbero già stati inviati in Iran. Tra le formazioni impiegate figurano Kata’ib Hezbollah, Harkat al-Nujaba, Sayyid al-Shuhada e Badr.

Il trasferimento avviene attraverso i valichi di Shalamcheh, Chazhabeh e Khosravi, sotto la copertura ufficiale di un “pellegrinaggio ai luoghi sacri dell’Imam Reza a Mashhad”. In realtà, le forze si radunano nella base di Khamenei ad Ahvaz e vengono poi distribuite nelle varie regioni per partecipare alla più violenta repressione mai messa in atto finora.

I miliziani catturano i manifestanti e li trasportano in località segrete, alimentando un numero crescente di sparizioni forzate. Dai campus universitari di tutto il paese, intanto, si leva un unico grido: “Via la Repubblica islamica dall’Iran”.

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