Riprendiamo da LIBERO di oggi, 05/01/2026, a pag. 5, l'intervista di Costanza Cavalli a Gianni Vernetti: "È un colpo durissimo all’alleanza delle autocrazie".
Costanza Cavalli
Quando nel luglio del 2024 Nicolás Maduro si proclamò vincitore delle presidenziali con il 51,4% dei voti, mentre l’opposizione rivendicava il successo elettorale con il 67,8%, il risultato non fu riconosciuto dai Paesi occidentali e dalle istituzioni multilaterali. Il dittatore ricevette invece i complimenti da Russia, Cina e Repubblica islamica.
È questa la strategia di Donald Trump, attaccare Caracas perché le onde d’urto arrivino fino a Mosca, Pechino e Teheran?
«Esattamente. Le tre autocrazie sono i veri padroni politici del Paese sudamericano e il blitz americano ha inflitto loro un colpo durissimo».
Gianni Vernetti, editorialista e scrittore dopo essere stato sottosegretario agli Affari Esteri, parla della crescente collaborazione tra Xi Jinping, Vladimir Putin e l’ayatollah Khamenei in funzione anti -occidentale come di un “Asse delle autocrazie”, ovvero un’alleanza politica, militare ed economica in diretta competizione con l’Occidente. Da qui «il crescente confronto fra democrazie e regimi autoritari», si legge nel suo “Il nuovo Grande Gioco” (Solferino, 320 pp., 19,90 euro), un viaggio di quindicimila chilometri dal Giappone all’Ucraina che l’autore ha percorso lungo le linee di frattura del XXI secolo.
Partiamo dalla natura del legame Caracas -Pechino «Basta elencare fatti e numeri. Maduro ha incontrato una delegazione cinese al Palazzo Presidenziale di Miraflores poche ore prima della cattura (la delegazione comprendeva Lan Hu, ambasciatore cinese in Venezuela, Liu Bo e Wang Hao, rispettivamente Direttore generale e Vicedirettore del mini stero degli Affari Esteri per l’America Latina e i Caraibi). Il Venezuela produce 921mila barili di petrolio al giorno, di questi 746mila,l’80% del totale, vanno alla Cina (che nell’ultimo anno pagava in yuan e criptovalute, ndr). Nel 2008 Pechino ha garantito a Caracas un prestito dipendente dalla vendita di idrocarburi (i cosiddetti loans for oil, ndr) per 60 miliardi di dollari e così garantirsi forniture. Basta per considerare strategica la presenza cinese in Venezuela?».
Caracas-Teheran?
«È un rapporto che risale alla presidenza di Hugo Chavez e, attraverso la Repubblica islamica, si allarga a Hezbollah e Hamas e si irrora di jihadismo e narcotraffico. Il Paese sudamericano ospita centri di addestramento dei terroristi e ha garantito loro riciclaggio di denaro e armi attraverso il narcotraffico.
L’Iran perde un grande alleato nel momento in cui affronta una forte ribellione popolare».
Caracas-Mosca?
«Nel maggio 2025 Maduro e Putin hanno siglato un accordo di partenariato strategico che si concentra su difesa e sicurezza. Il Venezuela riconosce (insieme con Nicaragua, Nauru e Siria, ndr) l’Abcasia e l’Ossezia del Sud, due repubbliche indipendenti che appartenevano alla Georgia finite nell’orbita russa. Mosca è il principale fornitore di armi e sistemi di difesa a Caracas, che offre vantaggi perla flotta ombra di Putin. Dopo la caduta di Assad in Siria, la cattura di Maduro è una perdita geopolitica assai grave».
L’Asse delle autocrazie è compatto. L’Asse della libertà invece è disarticolato: nella Nato la Turchia si schiera con Maduro, negli Stati Uniti i democratici si lamentano che il Congresso non è stato preventivamente informato, il Sud America è un vestito di Arlecchino, c’è chi è pro e chi è contro l’attacco, l’Europa parla lingue diverse. Siamo pronti ad affrontare chi sta dall’altra parte della nuova Cortina di ferro?
«Il mondo libero ha il vantaggio di essere libero. Sono ottimista: le dichiarazioni di Friedrich Merz, Emmanuel Macron, Giorgia Meloni, Ursula von der Leyen delineano una posizione chiara e cioè che l’Europa ritiene discutibile la modalità ma plaude al cambio di regime voluto dagli Usa. D’altronde l’Ue, che ha la guerra in casa, non può che trarre vantaggio dall’indebolimento strategico dell’Asse perché è automaticamente un indebolimento della Russia in Ucraina».
Nella notte tra sabato e domenica c’è stato un attacco congiunto di Francia e Inghilterra in Siria contro l’Isis a Palmira, dove a dicembre 3 americani sono stati uccisi dai terroristi. Usa e Europa si sono divisi il lavoro?
«L’operazione fa parte delle iniziative condotte dalla Coalizione globale anti-Daesh istituita nel 2014. Ma non c’è dubbio che l’Europa debba diventare un attore geopolitico in grado di garantire difesa e sicurezza nella sua regione, ovvero nel Mediterraneo, in Medio Oriente e sul fronte orientale. In Ucraina serve un maggiore impegno europeo: la guerra si può vincere e la Federazione russa non sarà più in grado di nuocere per lungo tempo».
In questo contesto, come si sta muovendo Meloni?
«Di concerto con l’Europa, la premier ricopre un positivo protagonismo. La sua iniziativa più brillante è certamente l’Imec, la via del cotone che parte dall’India, attraversa il Medio Oriente e arriva a noi. È un grande spazio di cooperazione economica e politica perché Nuova Delhi è la chiave di volta del nuovo grande gioco: l’Occidente non può permettersi che Modi scelga di sedersi al fianco delle autocrazie dell’Asse».
E l’Onu?
«Le Nazioni unite sono la fotografia del mondo alla fine del secondo conflitto mondiale. Dopo ottant’anni, con Cina e Russia nel Consiglio di sicurezza, è incapace di agire. Può soltanto svolgere funzioni sociali e umanitarie».
Donald Trump, come sta scritto nella nuova Strategia di sicurezza nazionale, ha dimostrato di intervenire quando lo ritiene necessario e cioè quando si tratta di tutelare gli interessi degli Stati Uniti. Ieri però ha ribadito di aver bisogno della Groenlandia. Che pensare?
«L’isola è territorio danese, il che significa che è anche territorio Nato. Per questo il presidente Usa non potrà comportarsi lì allo stesso modo, un’azione militare sarebbe inaccettabile».
Molti hanno accostato l’azione americana in Venezuela ai fallimenti in Iraq, Siria e Afghanistan. Sono paragoni insensati: Caracas ha una popolazione omogenea e una tradizione democratica che dev’essere rivitalizzata ma non inventata, come in Medio Oriente. Che cosa prevede?
«Sì, è un regime change diverso: esiste un’ampia opposizione democratica in grado di costruire un’alternativa politica. Una transizione ordinata è possibile. I detrattori parlano anche dell’ennesima guerra di Washington per il petrolio. Ma che cosa pensano che vendesse il Venezuela a Cina e Russia fino a ieri? Semi di soia?».
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