Il professor Abdolmohammadi è ottimista sulla rivoluzione in Iran
Intervista di Luca Sablone
Testata: Il Riformista
Data: 04/01/2026
Pagina: 2
Autore: Luca Sablone
Titolo: Abdolmohammadi assicura «Movimento più compatto. La lotta è nella fase finale»

Riprendiamo dal RIFORMISTA del 04/01/2026, a pagina 2 l'intervista di Luca Sablone al professore iraniano Pejman Abdolmohammadi dell'Università di Trento: "Movimento più compatto. La lotta è nella fase finale".

Pejman Abdolmohammadi

L’Iran è in rivolta: strade e piazze brulicano di dissidenti che chiedono libertà e democrazia, sfidando un regime che cerca di soffocare ogni voce. Gli ayatollah sono davvero arrivati al capolinea? Ne parliamo con Pejman Abdolmohammadi, Professore associato di Relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università di Trento e Visiting Professor a Berkeley, ora su Amazon con il libro Il Nuovo Medio Oriente: Potere, Diplomazia e Realismo.

Il regime prova a soffocare la rivolta, ma Trump ha avvertito: gli Usa sono pronti a intervenire. Possiamo considerarla una «minaccia storica»?
«La dichiarazione del Presidente Trump è storica. Per la prima volta, in 47 anni dalla Rivoluzione del 1979, un attore internazionale ha espresso un sostegno così diretto alla popolazione iraniana. Di certo è una minaccia storica per la Repubblica Islamica, ma che esprime anche un nuovo paradigma. A differenza degli ex Presidenti statunitensi Obama, Biden e Bush Junior o dell’Unione europea di Borrell, Mogherini e Kallas, che hanno spesso facilitato la sopravvivenza della Repubblica Islamica, chiudendo gli occhi alla repressione e agli imprigionamenti degli iraniani, oggi la dichiarazione di Trump dimostra un grande cambiamento ed è una linfa vitale per quei milioni di iraniani contrari al regime».

Tra gli iraniani si respira ottimismo. Perché nelle piazze sta maturando una consapevolezza diversa, una voce più convinta rispetto al passato?
«Sicuramente la lotta per la libertà in Iran, che ormai dura da decenni, è entrata in una nuova fase, forse quella finale. La consapevolezza è alta, gli iraniani vogliono la libertà e la democrazia. Vogliono tornare a vivere e a sorridere. Sono stanchi dell’oscurantismo islamico. Nelle strade di molte città, in questi sei giorni, abbiamo visto di nuovo un Iran che chiede il cambiamento della Repubblica Islamica. Molti hanno inneggiato al figlio dello Shah, Reza Pahlavi. Oggi la voce del popolo è più compatta».

Il rischio, però, è che la mobilitazione non si strutturi nel tempo. Un’opposizione frammentata gioca a favore degli ayatollah…
«L’Iran sta vivendo, allo stesso tempo, sia un Rinascimento sia un suo Risorgimento. Siamo di fronte a un movimento patriottico, unitario, che vuole la libertà. Non possiamo parlare di opposizione, dato che oggi il 90% degli iraniani ha superato la Repubblica Islamica. Quindi parliamo di un nuovo Iran già presente. Una società giovane, moderna e dinamica che è anche il più grande alleato del mondo occidentale. Perché molti iraniani oggi, anche nelle piazze, richiamano lo Shah di Persia? Perché vedono nel Pahlavismo il momento in cui l’Iran era moderno e laico».

L’Europa resta a guardare: perché i nostri giovani, sempre pronti con la kefiah e la bandiera palestinese, oggi non scendono in piazza per sostenere la resistenza iraniana?
«Questo è un punto incredibile. L’Unione europea ha lasciato solo il movimento per la libertà in Iran in numerose occasioni. Anche oggi, timidezza e quasi indifferenza regnano a Bruxelles nei confronti dei lottatori per la libertà in Iran. Non ho visto nei cortei pro-Pal spendere una parola per la popolazione iraniana. Questo perché gli iraniani hanno assorbito 47 anni di dispotismo islamico politico, e oggi sono vaccinati, anzi pieni di anticorpi. Per questo sono contrari a tutto quel mondo che include Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Pertanto sono contro l’Islam politico radicale, e questo non piace a molti mondi vicini ai pro-Pal».

Reza Pahlavi può essere la guida della transizione democratica. Ma non rischia di rimanere un’utopia?
«Penso che al momento rimanga la figura di unità nazionale più importante. La sua figura si è ulteriormente rafforzata in questi sei giorni in cui gli iraniani, in buona parte, lo hanno chiamato dalla piazza. Sul piano internazionale gode di legittimità. Poi sul futuro dell’Iran saranno gli iraniani a decidere quale sarà la loro forma di Stato post-Repubblica Islamica. Ma ciò che è sicuro, è che si lotta per una democrazia laica».

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