Da Caracas un messaggio a Cina e Iran
Analisi di Costanza Cavalli
Testata: Libero
Data: 04/01/2026
Pagina: 4
Autore: Costanza Cavalli
Titolo: Trump esulta e promette: «Gestiremo la transizione e soprattutto il petrolio»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 04/01/2026, a pag. 4, l'analisi di Costanza Cavalli dal titolo "Trump esulta e promette: «Gestiremo la transizione e soprattutto il petrolio»".


Costanza Cavalli

Un colpo duro all'Asse del Male: la rimozione di Maduro dal potere del Venezuela significa anche che i fondi del narcotraffico non andranno più a foraggiare i terroristi a Gaza.

Ieri, in conferenza stampa, una giornalista ha chiesto a Donald Trump se fosse certo che la cattura del dittatore venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores andasse d’accordo con il concetto di “America First”. Il presidente ha risposto: «Penso di sì (tempo fa, alla rivista The Atlantic, disse che “America First” è qualunque cosa lui dica che sia, ndr). Vogliamo circondarci di buoni vicini». Poi ha citato la necessità di fermare il narcotraffico e di assicurare petrolio ed energia agli Stati Uniti.
Quando gli è stato domandato di spiegare meglio che cosa intendesse per «gestiremo il Paese fino a quando non saremo in grado di effettuare una transizione sicura» e se avesse pensato a schierare truppe americane a Caracas, il presidente ha risposto: «Se necessario, non abbiamo paura di mandare uomini sul campo.
Ma saremo presenti in Venezuela per quanto riguarda il petrolio».
Per capire come mai l’inquilino della Casa Bianca abbia dato l’ordine di far decollare 150 velivoli - con il rischio di dover far fronte a conseguenze belliche drammatiche sul fronte internazionale e di deludere gli elettori che l’hanno votato perché aveva assicurato basta boots on the ground, guerre senza fine e cambi di regime giocandosi quel poco di consenso che gli resta secondo i sondaggi - partiamo dalla superficie. Ovvero dalle ragioni-grilletto dell’operazione “Absolute resolve” (determinazione assoluta, ndr) e arriviamo alle cause profonde.
Il narcotraffico: è dal 2019, verso la fine del suo primo mandato, che Trump accusa Maduro di aver trasformato il Venezuela in un hub dei cartelli della droga che avvelenano gli americani. Per la stessa ragione, negli ultimi mesi, gli Stati Uniti hanno attaccato quasi due dozzine di navi nei Caraibi e nel Pacifico orientale perché trasportavano cocaina o fentanyl e hanno inviato nella regione una dozzina di navi di superficie, tra cui la Gerald R. Ford e un sottomarino d’attacco nucleare, oltre a una considerevole quantità di risorse aeree. Nelle prossime ore il venezuelano sarà incriminato per traffico internazionale di oltre 250 tonnellate di cocaina dalle autorità federali di New York.
Il petrolio: per l’intera durata della conferenza stampa, Trump ha insistito sul fatto che l’attacco fosse mirato a garantire l’accesso statunitense al petrolio. Il Venezuela ospita le più grandi riserve accertate di greggio al mondo di cui la Cina è il primo consumatore. Gli Usa hanno deciso di porre fine al “furto” (cit. Trump) delle risorse da parte di Pechino e alla fornitura di oro liquido che Caracas assicurava gratis al regime cubano. La missione è chiara: far entrare le compagnie americane per ricostruire le infrastrutture e assicurarsi che il petrolio sudamericano alimenti l’economia degli Stati Uniti (e garantire combustibile per il futuro dell’intelligenza artificiale e dell’automazione) e non quella dei loro rivali.
L’immigrazione (leggi stabilità interna): quasi 8 milioni di persone sono fuggite dal Paese da quando Maduro è entrato in carica, 12 anni fa, ovvero più di un quarto della popolazione venezuelana. Di questi 770mila si sono diretti negli Stati Uniti, il 7% dei migranti arrivati negli States durante l'amministrazione Biden. Finora il presidente Usa ha cercato di rimpatriarli ai sensi dell’Alien Enemies Act. Ma con un’inflazione che, secondo il Fondo monetario nazionale, potrebbe raggiungere il 700% nel 2026, il Venezuela non può che diventare sempre più un motore d’instabilità migratoria.
La strategia: la Strategia di sicurezza nazionale americana (Nss) pubblicata a novembre rispolvera la Dottorina Monroe e stabilisce che essere una superpotenza significa affermare la propria preminenza nell’emisfero occidentale. Da qui la necessaria influenza degli Stati Uniti in America Latina come mezzo per negare a Pechino l’accesso a risorse ben più interessanti del petrolio: minerali critici e spazio per installazioni militari. Il governo di Maduro è un errore nel sistema trumpiano: sotto la pressione delle severe sanzioni statunitensi, ha firmato accordi energetici e minerari con la Cina, nonché con l’Iran e la Russia (con cui a maggio ha siglato anche un partenariato per la sicurezza. Nell’Nss, alla voce “Predisposizione al non interventismo”, si legge che «non è possibile aderirvi rigidamente», pur essendoci ovviamente «standard elevati per ciò che costituisce un intervento giustificato». Ecco, l’intervento era giustificato: il tycoon può trattare con Xi Jinping, con Putin, persino con l’ayatollah, ma non può ritrovarseli sotto casa.
La sicurezza nazionale: il dittatore teneva legami con tutti coloro che odiano Washington. Il blitz è una pessima notizia per Cuba, Nicaragua, Repubblica islamica, che potrebbero essere i prossimi bersagli, e un avvertimento a Russia e Cina, a dire che la forza militare americana non ha eguali e non resta al palo. L’arresto di Maduro è anche il colpo di grazia alla rete internazionale dell’Asse della resistenza di Teheran, che utilizza la sua ambasciata di Caracas per riciclare denaro, coordinare le attività di Hezbollah nell'emisfero occidentale e sorvegliare le vaste riserve di uranio del Venezuela. Smantellare il narcotraffico significa anche tagliare i fondi che dal Sud America arrivano ai tunnel di Gaza.
«Abbiamo messo in campo una forza mai vista dalla Seconda Guerra Mondiale», ha dichiarato ieri Trump, per combattere i nemici della libertà di questo secolo.

 

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