Rostami: Dietro le proteste in Iran c’è una strategia che prima non esisteva
Intervista di Francesca Musacchio
Testata: Il Tempo
Data: 03/01/2026
Pagina: 11
Autore: Francesca Musacchio
Titolo: Dietro le proteste in Iran c’è una strategia che prima non esisteva

Riprendiamo da IL TEMPO del 03/01/2026, a pag. 11, con il titolo "Dietro le proteste in Iran c’è una strategia che prima non esisteva", l'intervista di Francesca Musacchio ad Ashkan Rostami .

L'Iran e l'Italia sono vicini e non vogliamo vederlo: dialogo con il  dissidente Ashkan Rostami - Hakol - La realtà di IsraeleAshkan Rostami, membro del consiglio di transizione dell’Iran, descrive le proteste in Iran come più ampie, organizzate e strategiche rispetto al passato, coinvolgendo vari gruppi sociali e sfruttando la parziale perdita di controllo del regime

Ashkan Rostami, membro del consiglio di transizione dell’Iran, cofondatore dell’Institute for a New Middle East e di Ex musulmani d’Italia, dissidente iraniano, spiega a Il Tempo che nelle proteste scoppiate a fine dicembre «ci sono elementi diversi» rispetto al passato.

Cosa c’è di diverso?
«Le proteste coinvolgono più gruppi sociali: mercanti, studenti, camionisti e gente comune. È una differenza decisiva, perché nelle mobilitazioni precedenti mancava sempre uno di questi segmenti. L’altra novità è la perdita parziale di controllo da parte del regime: le forze di repressione sono meno numerose e meno motivate, con casi di agenti in fuga o costretti a ritirarsi. In alcune città più piccole hanno sparato sui manifestanti quando erano in superiorità numerica. L’elemento centrale, però, è che i manifestanti sono molto più preparati: usano strategie, sanno difendersi e talvolta contrattaccare, costringendo le forze di repressione alla fuga. Una dimensione strategica che prima non esisteva».

Quindi c’è un piano. Da dove nasce? C’è qualcuno o qualcosa dietro?
«In passato le proteste erano soprattutto spontanee, oggi no: c’è qualcosa dietro. Potrebbe essere Israele, che attraverso i suoi agenti avrebbe addestrato alcune persone, oppure gruppi di opposizione iraniani oggi più organizzati, in particolare quelli democratici, come indicano anche gli slogan a favore del principe Pahlavi. È possibile anche una combinazione delle due cose. Oggi è evidente l’esistenza di una strategia su come organizzare e indirizzare le manifestazioni, oltre all’obiettivo storico di rovesciare il regime. In questa direzione vanno anche alcune dichiarazioni internazionali: Trump ha affermato che se il regime sparasse sui manifestanti gli Usa entrerebbero in Iran in loro sostegno, e Netanyahu ha più volte dichiarato appoggio al popolo iraniano. Indizi che fanno pensare a qualcosa di strutturato, pur senza certezze».

È possibile un ritorno di Pahlavi?
«Io vengo da una famiglia monarchica che ha lavorato durante lo Scià. Conosco personalmente il principe e ritengo che possa guidare il Paese durante una fase di transizione. È una persona democratica, aperta al dialogo anche con chi gli è stato storicamente ostile. Molti iraniani, anche non monarchici, lo vedono come una figura capace di garantire una transizione. Credo che molti iraniani sarebbero felici di averlo come re, se scelto da un referendum libero, o come presidente o figura esecutiva».

I dissidenti in Italia si sentono al sicuro?
«Nessuno è davvero al sicuro. In Italia siamo più protetti grazie a un sistema di intelligence forte, ma il regime resta pericoloso: chi fa attività politica contro la Repubblica islamica ha di fatto firmato una condanna a morte, anche se non si sa quando o come possa arrivare. L’Italia è forse ancora più esposta per i rapporti economici, culturali e politici con l’Iran, che rendono il regime più a suo agio nel muoversi qui. Per paura molti iraniani non partecipano alle manifestazioni, nemmeno coprendosi il volto. Anche le minacce e le querele sono frequenti e spesso le pressioni colpiscono i familiari rimasti in Iran».

Le moschee sciite in Italia restano luoghi di culto o fanno anche politica e soft power?
«I centri sciiti che conosco, a Milano, Torino e Roma, sono tutti collegati direttamente alla Repubblica islamica e alla sezione culturale dell’ambasciata. Il legame è diretto, non esiste una via di mezzo. Questi centri organizzano eventi politici, celebrano figure militari iraniane, fanno corsi di persiano per attirare persone e poi avviare un percorso di propaganda. Non sono semplici luoghi di culto, ma veri e propri centri di propaganda».

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