I Pro-Pal assaltano La Stampa, che la pensa come loro
Commento di Fausto Carioti
Testata: Libero
Data: 30/11/2025
Pagina: 15
Autore: Fausto Carioti
Titolo: Assaltano il giornale che la pensa come loro

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 30/11/2025, a pag. 15 il commento di Fausto Carioti dal titolo “Assaltano il giornale che la pensa come loro”.


Fausto Carioti

Attaccata la sede della redazione della Stampa. Gli aggressori sono i pro-Pal, che saranno sicuramente d'accordo con la linea del giornale su Gaza e il Medio Oriente, avranno apprezzato gli articoli di Rula Jebreal e gli editoriali di Anna Foa. Sempre che abbiano letto qualcosa. Perché non c’è tema su cui il quotidiano degli Elkann non abbia lisciato il pelo alla bestia che venerdì, per ricompensa, le ha morso la mano.

Se i collettivi pro-Pal torinesi se la prendono con La Stampa vuol dire che lì dentro non la leggono, e i pochi che per sbaglio la leggono non la capiscono. Ritardo culturale o intellettuale, poco cambia: quello che hanno preso d’assalto è anche il loro giornale. «Genocidio» di Israele, contestazione delle leggi sulla sicurezza, persino il “diritto” di Askatasuna, il centro sociale da cui proviene la gran parte dei vandali rossi, ad avere la sede garantita dal Comune: non c’è tema su cui il quotidiano degli Elkann non abbia lisciato il pelo alla bestia che venerdì, per ricompensa, le ha morso la mano.
Il karma, appunto. Il 28 ottobre la testata diretta da Andrea Malaguti ha dedicato un commento alla storia della polizia «che ha portato via, in manette, un ragazzo del collettivo» al liceo Einstein di Torino. Lo ha firmato Fabrizia Giuliani, filosofa ed ex parlamentare del Pd. Concludendo che «i luoghi della formazione non sono il covo dell’antagonismo e dell’estremismo, come a volte sembra affermare il governo, ma il terreno dove nasce il vaccino». Anche la cronaca della vicenda era schierata dalla parte del minorenne: «Sedicenne ammanettato a Torino. I genitori scrivono al preside: “Nessuno è intervenuto per evitare gli scontri e proteggerlo”». Colpa di altri, insomma, non del ragazzo che aveva colpito un poliziotto. Quel sedicenne ieri è stato identificato dalla Digos: è uno dei militanti che hanno devastato la redazione della Stampa.
È il giornale su cui Rula Jebreal scrive sempre lo stesso articolo.
Quello per cui «Israele sta commettendo atti genocidari a Gaza: dall’uso della fame come armadi guerra, ai bombardamenti indiscriminati, alla distruzione totale delle infrastrutture civili...». Una “mostrificazione” di Israele, del suo governo e del suo popolo perfettamente sovrapponibile a quella che si legge nei proclami degli «antisionisti».
Sulle stesse pagine il magistrato Gian Carlo Caselli e l’avvocato Vittorio Barosio paragonano la campagna militare israeliana a Gaza ai «lager, i gulag, le deportazioni, gli stermini e le pulizie etniche di massa che ha conosciuto il secolo XX». La scrittrice Majd Al-Assar racconta che «denudare i detenuti, minacciarli di violentare i loro familiari, filmarli in posizioni umilianti e aggredirli con oggetti o animali sono pratiche ricorrenti nelle testimonianze» dei palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane. La storica Alessia Melcangi spiega che l’appoggio degli Stati Uniti a Israele è motivato «dall’attività di lobby filo-israeliane che da sempre influenzano Capitol Hill». E questo senza qualcosa che assomigli lontanamente a un contraddittorio. Per la causa pro-Pal La Stampa fa molto più di chi ha fatto irruzione nei suoi uffici gridando «giornalista terrorista sei il primo della lista».
Il quotidiano del gruppo Gedi è stato (e vedremo se ora smetterà di esserlo) morbido sino alla tenerezza nei confronti di Askatasuna.
Quando il sindaco Stefano Lo Russo ha iniziato il percorso per il riconoscimento del centro sociale come «presidio antifascista» e dunque per la concessione della sede di corso Regina Margherita, occupata da trent’anni (la legalizzazione di un sopruso), il politologo Marco Revelli, ex di Lotta Continua, ha benedetto l’operazione.
Questo «dialogo», ha spiegato, è «l’Abc della democrazia, come forma della gestione dialogica della convivenza». Sempre lui, Revelli, spiega ai lettori che il “decreto Sicurezza” e il resto della legislazione varata dal governo aprono «la strada a sanzioni sproporzionate e applicabili a livello di massa nei confronti delle libere manifestazioni di dissenso odi rivendicazione di legittimi diritti», e immagina processi celebrati «in qualche stadio trasformato in caserma».
Le teorie del complotto securitario hanno il loro megafono in Luca Bottura. Pochi giorni fa, dopo gli scontri di Bologna per la partita di basket Virtus-Maccabi, è riuscito a scrivere che le violenze degli antagonisti sono pilotate da Matteo Piantedosi. «La tattica: lasciare quantomeno che gli incidenti si compiano, per la propaganda minuta contro un nemico immaginario e indistinto. La strategia: circonfondere l’aggettivo “pro-Pal” con la stessa volontà mestatoria applicata un quarto di secolo fa durante il G8 di Genova».
Imbarazzante per gli standard del suo stesso giornale. Al punto che il giorno dopo, su quelle pagine, è dovuto intervenire il professor Alessandro De Nicola per spiegargli i fondamentali: «La polizia non ha “lasciato che gli incidenti si compissero” come scrive Bottura, sono stati i dimostranti a innescare le violenze senza bisogno di incoraggiamenti. (...) L’unica cosa da fare è arrestarli e metterli sotto processo».
Si deve a Bottura, del resto, un commovente elogio di Francesca Albanese, dopo che costei se l’era presa con Liliana Segre: «Il curriculum e il coraggio di Albanese parlano per lei». La relatrice Onu ha ricambiato ieri, spiegando che l’aggressione alla Stampa deve essere «anche un monito» per i giornalisti che ci lavorano: «Tornate a fare il vostro lavoro, riportate i fatti al centro». Amore non corrisposto, pure lei.

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