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Karl Popper - La società aperta e i suoi nemici - 05/09/2020 -


La società aperta e i suoi nemici
Karl Popper
Armando

Recensione di Giulio Meotti, dal Foglio del 05/09/2020

Settantacinque anni fa usciva La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper. Appena un anno prima erano stati pubblicati La via della schiavitù di Friedrich von Hayek e Lo Stato onnipotente di Ludwig von Mises. Sono libri che offrono una verità scomoda: l'alleato sovietico, indispensabile per vincere la guerra, ha tratti comuni col nemico nazista. Per anni, questa verità apparirà tale solo a piccoli grumi di elettorato conservatore e verrà considerata alla stregua di mera propaganda dal grosso degli intellettuali occidentali. Così si spiega la scarsa fortuna dei tre autori in molti Paesi, incluso il nostro. Per anni leggere Popper, Hayek e Mises è servito a comprendere quanto l'anticomunismo fosse essenziale a una autentica grammatica della libertà. Oggi è importante per capire che l'antinazionalismo è altrettanto necessario a un liberalismo degno di questo nome. Popper, Hayek e Mises sono impegnati in una operazione intellettuale spericolata. Mentre il mondo è sotto le bombe, quando per comprare pane e latte bisogna presentarsi il giorno pattuito, nella rivendita autorizzata, con la tessera annonaria, e del mondo di ieri non rimane che qualche simulacro, proprio in quel momento appaiono tre classici del pensiero liberale destinati ad affermare l'impossibile. Che esso, cioè, non è morto per mano di Gavrilo Princip e neppure sotto il peso del crollo di Wall Street. Hayek, Mises e Popper sono tutti e tre austriaci. La decisione di scrivere La società aperta Popper l'ha presa nel 1938, il giorno dell'invasione tedesca. Come Mises, è di famiglia ebraica, anche se battezzato. Non è un caso se sono tre autori di lingua tedesca a incaricarsi di immaginare, a metà del secolo, una nuova visione della libertà individuale. "Da lungo tempo abbiamo rinunciato alla religione dei nostri padri", scrive Stefan Zweig, "alla loro fede in un rapido e costante progresso dell'umanità; a noi, cosi crudelmente illuminati, quel precipitoso ottimismo appare banale a fronte di una catastrofe che, in un sol colpo, ci ha catapultato indietro di mille anni sulla via degli sforzi del genere umano". E' proprio quando si spalanca la voragine che si comprende che "se anche i nostri padri obbedirono soltanto a un'illusione, essa era pur sempre molto più nobile e bella, molto più umana e feconda dei vuoti slogan di oggi". Nel racconto del progresso dell'umanità, il nazionalismo è un cigno nero. L'abitante di Londra che, ricorda Keynes ne Le conseguenze economiche della pace, poteva ordinare al telefono i vari prodotti di tutto il globo nella quantità che riteneva opportuna e "procurarsi immediatamente mezzi di trasporto comodi e poco costosi per qualsiasi paese, senza passaporto" riteneva "questo stato di cose normale, certo e immutabile, se non nel senso di un ulteriore miglioramento". Nelle società commerciali la libertà di contratto era destinata a guadagnarsi sempre più spazio e la violenza avrebbe dovuto ridursi, soverchiata dalla cornucopia prodotta dalla libertà dei moderni. Anche l'idea che ogni nazione sia chiamata a un proprio, indipendente destino, da principio pare una straordinaria prova di democrazia: l'autodeterminazione come anticamera della libertà. Poi le cose cambiano. La libertà dei moderni viene a noia. Da una parte l'allargamento del suffragio ha annacquato l'impressione che chi comanda sia altro da noi: la politica di massa fagocita le classi dirigenti. Dall'altra, non cresce solo il numero degli elettori ma crescono pure le loro ambizioni. E se una volta che lo Stato patrocinasse questa o quella attività avrebbe immediatamente insospettito i più, che vi vedevano uno strumento dei potenti, ora cambia tutto. Accade per interi ceti sociali quello che è accaduto, in pochi mesi, ai grillini: il passaggio dalla cultura del sospetto a quella della celebrazione acritica di qualsiasi iniziativa della classe politica. Quanto più ambiziosa si fa la missione che la politica sceglie di darsi e tanto più anacronistiche paiono le preoccupazioni di chi insiste sui limiti costituzionali da opporre a chi governa. Lo Stato siamo noi, ora, che diamine. La retorica dei limiti dell'azione collettiva, gli ammonimenti sugli effetti perversi delle buone intenzioni, l'idea che non cambia la foggia dell'essere umano se lavora per un'azienda privata o per lo Stato ma gli incentivi con cui si confronta invece si, tutto questo appare come un anacronismo. Per Popper il mondo moderno deve "riprendersi dallo choc della sua nascita; il passaggio cioè dalla società tribale o `società chiusa', con la sua sottomissione alle forze magiche, alla `società aperta' che libera le capacità critiche dell'uomo".

La società libera è quella nella quale vigono regole e procedure che non sono specificamente ritagliate sui suoi singoli membri. Un mercato libero è un gioco di abilità e fortuna assieme, nel quale l'arbitro non ha già in tasca il nome del venditore. "Il futuro è aperto": non c'è pensiero più intollerabile. Il mondo sconvolto dallo choc, Hayek, Mises e Popper, lo conoscono bene. Ci sono cresciuti. Vi sono, fra loro, cospicue differenze: Popper apprezza un riformismo bricolage fatto di cambiamenti dai quali sia possibile, all'occorrenza, tornare indietro. Mises è "l'ultimo cavaliere del liberalismo" (cosi il titolo della biografia di Guido Hulsmann) e rivendica lo straordinario miglioramento delle condizioni di vita seguito all'apertura degli scambi e alla regolazione del potere regio nel diciannovesimo secolo. Hayek ritiene che "forse niente ha arrecato più danno alla causa liberale quanto l'ottusa insistenza di alcuni liberali su certe rozze regole empiriche, soprattutto sul principio del laissez faire", pur riconoscendo la necessità di una "forte presunzione a favore della liberà economica". Per tutti e tre, il mondo libero corre il rischio di non comprendere appieno il nemico che ha innanzi. La guerra ha trasformato quello fra la Germania e l'Inghilterra in uno scontro di potenze. Hayek parla di "ideali autenticamente tedeschi", che "prima del 1914 (...) erano in pericolo mortale davanti al continuo avanzare degli ideali commerciali, agli agi, allo sport degli inglesi". La Germania idealizza le società militari del passato e vi si ispira, l'Inghilterra ottocentesca rappresenta un modello di società commerciale, il passaggio dallo status al contratto non doveva prevedere un biglietto di ritorno. E invece. Per Mises il successo del nazismo non è l'esito inevitabile "del carattere nazionale tedesco". "Ci sono stati in Germania, come in tutte le altre nazioni, paladini dell'aggressione, della guerra e della conquista. Ma ci sono stati anche altri tedeschi. Sono Heinrich von Kleist, Richard Wagner e Detlev von Liliencron più rappresentativi del carattere nazionale di Kant, Goethe, Schiller e Beethoven?" Non è una questione di caratteri nazionali, ma di cultura politica. Popper, Hayek e Mises sanno bene che sarebbe potuta esistere una Germania più segnata dall'orma cli Schiller che da quella di Bismarck. Siccome non c'è, bisogna comprendere quali meccanismi hanno definito le frontiere del politicamente legittimo. Perché proprio lì, più che altrove, ha attecchito l'idea cli un ritorno alla società organica? "E' un errore comune considerare il nazionalsocialismo come una mera rivolta contro la ragione, un movimento irrazionale senza retroterra intellettuale". Al contrario "le dottrine del nazionalsocialismo costituiscono il compimento di una lunga evoluzione di pensiero", rappresentano "una forma di collettivismo depurato di ogni traccia di tradizione individualistica che possa essergli di ostacolo". Hayek scrive La via della schiavitù contro l'idea che il nazionalsocialismo fosse solo l'ultimo colpo di coda del sistema capitalistico, messo in crisi dalla Rivoluzione d'ottobre. L'ipotesi del nazismo come una reazione capitalista al socialismo portava con sé la scontata deduzione che le democrazie dovessero introdurre un grado superiore di pianificazione economica, avvicinarsi cioè, per quanto possibile, al modello comunista, per immunizzarsi e preservare le libertà democratiche. Ma "non si comprende nulla del socialismo se non si pone l'attenzione sul fatto che esso vuole essere socialismo" (Mises). "La connessione fra socialismo e nazionalismo fu stretta sin dall'inizio" (Hayek). Come ha scritto Robert Gellately, "non c'era bisogno di un leader geniale per comprendere che mettere assieme nazionalismo, socialismo e una buona dose di militarismo poteva produrre un movimento socialmente dinamico in grado di mobilitare l'intero Paese" (Hitler's True Believers, 2020). La cultura politica tedesca era ancora "orientata nella direzione socialista", quando Hitler diventa cancelliere nel gennaio 1933. Mises è tranchant: "I principi fondamentali dell'ideologia nazista non differiscono dalle ideologie sociali ed economiche generalmente accettate" nei Paesi occidentali. Anche il nazismo fonda la sua fortuna sull'idea che "il capitalismo è un sistema di sfruttamento ingiusto" e liquida chi "afferma che il capitalismo serve al meglio le masse" come "apologeti malintenzionati e ottusi degli interessi di classe di sfruttatori egoisti". Mises descrive con precisione un modello economico nel quale la proprietà privata è stata nominalmente preservata ma gli investimenti sono stati in larga misura nazionalizzati e le decisioni circa quali attività svolgere e quali no sono state in larga misura avocate a sé dalla politica. La Germania nazista controlla produzione e distribuzione di beni e "non c'è più un mercato del lavoro: stipendi e salari sono fissati dal governo". "Il nazionalismo economico è il corollario del socialismo. Solo i paesi che aderiscono a una politica di libero mercato possono fare a meno di barriere commerciali".

Un certo grado di partecipazione alla divisione internazionale del lavoro costringe a calmierare alcuni istinti dei leader. Quando l'Italia contemporanea comincia ad adottare strumenti giuridici che possono essere ricondotti alle regole di trasparenza di una moderna economia di mercato? Quando, negli anni Novanta, l'apertura internazionale pare inevitabile. Cosa succede in un mondo rassegnato a uno sfilacciarsi dello scambio internazionale? I presidenti del Consiglio non si fanno scrupoli a telefonare durante i consigli d'amministrazione delle società quotate. Per Hayek, Popper e Mises il nazismo è la manifestazione più assoluta e coerente del "socialismo nazionale" ma non è l'unica. Esso è stato possibile, spiega Mises, esattamente perché tutto il resto del mondo occidentale ha scelto di abbandonare l'obiettivi di consolidare una pacifica collaborazione internazionale. C'entra Versailles: tutti i partiti tedeschi biasimavano le clausole territoriali del trattato come "infamanti" e i nazisti erano i soli "sinceri e coerenti a sufficienza da proclamare che non c'era alcuna speranza di riacquistare le province perdute se non con una guerra vittoriosa". Ma c'entra anche il protezionismo a incastro degli anni Trenta: "Mentre i tedeschi erano occupati a riarmarsi per il grande giorno, la principale preoccupazione della Gran Bretagna era quella di danneggiare gli interessi dei francesi e di tutte le altre nazioni impedendo le loro esportazioni in Gran Bretagna. Ogni nazione si preoccupava di usare la sua sovranità per instaurare un controllo statale sull'economia". Il nazionalismo che "afferma il principio per cui ogni stato è il nemico naturale di tutti gli altri stati" fiorisce su questo terreno. Esso riesce a fare appello "ai nostri istinti tribali, alla passione e al pregiudizio e al nostro nostalgico desiderio di essere sollevati dal peso della responsabilità individuale alla quale esso si proporne di sostituire una responsabilità collettiva o di gruppo" (Popper). Ragionare per collettivi libera da frustrazioni e timori peculiarmente "individuali". Lo Stato nazione appare lo spazio ideale per pantografare l'antica comunità organica. I leader si incaricano di ricostruirla: rimettere ciascuno al suo posto, restituire certezza all'interno di società a cui la straordinaria crescita economica degli ultimi cent'anni ha dato opportunità ma anche inquietudine. Nella loro ora più buia, i giganti del pensiero liberale riconoscono il successo dei loro antagonisti, e le sue ragioni profonde. "C'era un errore psicologico nel ragionamento dei vecchi liberali. Essi hanno sopravvalutato sia la capacità intellettuale dell'uomo medio, sia la capacità delle élite di convertire i loro cittadini meno accorti ad idee sane" (Mises). Di qui il timore che possano affermarsi, persino nel mondo anglosassone, modelli sociali non troppo diversi da quelli dei fascismi sconfitti. L'esperienza della Prima guerra mondiale non era incoraggiante. "La sola cosa che la democrazia moderna non potrebbe tollerare senza soccombere è la necessità di un abbassamento del tenore di vita in tempo di pace", scrive Hayek e sembra evocare quei fantasmi del "biennio rosso", finito come sappiamo, che suggerirono agli inglesi di costruire un vasto Stato sociale, per evitare che i reduci diventassero un'avanguardia rivoluzionaria. Hayek osserva che con la fine della guerra interverranno meccanismi per cui dovranno essere riallocate risorse e persone e che il processo sarà doloroso. Ma preferisce l'idea di mettere in campo strumenti apertamente assistenziali ai tentativi di interferire col sistema dei prezzi, truccando gli esiti a favore di questo o quel gruppo sociale. Con La via della schiavitù, Hayek è stato a lungo accusato di aver immaginato una sorta di piano inclinato dell'interventismo: piccole regolamentazioni, modesti interventi statali, condurrebbero inevitabilmente a un regime autoritario. In realtà, Hayek non immagina un nesso causale puntuale fra una certa tipologia di intervento e la trasformazione della società in senso totalitario. Offre una tesi logica, non storica. Egli sa che l'interventismo è destinato a produrre una serie di "fallimenti dello Stato". "E' facile centralizzare il potere, ma impossibile centralizzare tutte quelle cognizioni la cui centralizzazione sarebbe necessaria per esercitare saggiamente il potere" (Popper).

Il decisore non può controllare appieno la catena di eventi che ha messo in moto. Ai "fallimenti dello Stato" non si risponderà mai riesaminando criticamente gli interventi messi in atto, cercando di isolare l'errore e di correggere la rotta. E' l'eterna cronaca del nostro presente: lo Stato interviene, sbaglia, aggrava il problema che doveva risolvere e per questo si chiede allo Stato di intervenire di nuovo. Che fare, dunque? La pars costruens consiste in quella autentica riscoperta del diritto che segnerà il liberalismo classico nel Dopoguerra. L'obiettivo è cercare di "regolare" i poteri pubblici. Non si riuscirà mai a raggiungerlo, se non in modo profondamente imperfetto. Ma forse proprio oggi, proprio noi, dovremmo capire quanto è importante. Dovrebbe preoccuparci la facilità con cui abbiamo rinunciato a diritti e libertà garantiteci dalla legge e dall'esperienza, in nome dell'emergenza. Dovremmo temere non solo e non tanto la retorica del nazionalismo, ma quella delle situazioni eccezionali che richiedono mezzi eccezionali. Il nostro compito è più semplice di quello di Popper, Mises e Hayek. Innanzi a coloro che ci domandano nuovi poteri, che rivendicano la necessità di deliberazioni di maggiore rapidità che in passato, a scapito di procedure e diritti ben codificati, dobbiamo chiedere: "Perché?". Sta a chi chiede nuove restrizioni alla libertà spiegare perché: qual è il beneficio atteso, con obiettivi precisi, non solo per alleviare uno stato ansioso. I nemici delle libertà individuali, oggi, sono forse meno subdoli di allora. La posta in gioco però è altrettanto elevata. Perché era così essenziale quella battaglia intellettuale, o leggere Popper, Hayek e Mises è importante per capire che l'antinazionalismo è necessario per il liberalismo Un mercato libero è un gioco di abilità e fortuna assieme, nel quale l'arbitro non ha già in tasca il nome del venditore g allora? E perché in qualche modo è stato tanto importante che, pur senza mai davvero "vincere", questi autori influenzassero lo sviluppo dell'infrastruttura giuridica, soprattutto internazionale, di quello che è ancora il "nostro" mondo? La ragione migliore la offre Mises: "L'umanità non è libera di ritornare da un livello più elevato di divisione del lavoro e di prosperità economica ad un livello più basso. Come conseguenza dell'età del capitalismo la popolazione terrestre è ora molto più numerosa che all'inizio dell'era capitalistica e gli standard di vita sono molto più elevati. La nostra civiltà è basata sulla divisione internazionale del lavoro". In un mondo di sette miliardi di individui, dove per fortuna negli ultimi 25 anni, più di un miliardo di persone si sono risollevate dalla povertà estrema, questo è ancora più vero. L'aumento del potere discrezionale di chi vuole "governare" l'economia oggi come ieri soddisfa la domanda di ordine e senso da parte degli elettori, gratifica l'ego di chi pensa di aver "risolto" problemi. Ma indebolisce il funzionamento del meccanismo dei prezzi e con esso quel sistema di decisioni decentralizzate e diffuse che più di ogni altro garantisce almeno la possibilità dello sviluppo. Non c'è bisogno delle bombe per distruggere ricchezza e opportunità.
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