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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Libero - It.danielpipes.org - L'Opinione - Il Foglio - Il Sole 24 Ore Rassegna Stampa
12.03.2011 Libia, la UE ancora indecisa sulla soluzione. Intanto l'Iran è sempre più forte
Analisi di Carlo Panella, Daniel Pipes, Dimitri Buffa, Redazione del Foglio, Khaled Fouad Allam

Testata:Libero - It.danielpipes.org - L'Opinione - Il Foglio - Il Sole 24 Ore
Autore: Carlo Panella - Daniel Pipes - Dimitri Buffa - Redazione del Foglio - Khaled Fouad Allam
Titolo: «Siamo proprio sicuri che la guerra convenga? - Onu, consiglio dei dirtti umani: resta al suo posto la nipote di Gheddafi - L’Europa aspetta la Lega araba per decidere come liberarsi di Gheddafi - Il rispetto della minoranza specchio della democrazia»

Riportiamo da LIBERO di oggi, 12/03/2011, a pag. 17, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Le rivolte nel mondo arabo fanno il gioco degli ayatollah ". Da IT.DANIELPIPES.ORG l'articolo di Daniel Pipes dal titolo " Siamo proprio sicuri che la guerra convenga? ". Dall'OPINIONE, a pag. 13, l'articolo di Dimitri Buffa dal titolo " Onu, consiglio dei dirtti umani: resta al suo posto la nipote di Gheddafi ". Dal FOGLIO, a pag. 1-4, l'articolo dal titolo " L’Europa aspetta la Lega araba per decidere come liberarsi di Gheddafi ". Dal SOLE 24 ORE, a pag. 11, l'articolo di Khaled Fouad Allam dal titolo " Il rispetto della minoranza specchio della democrazia ".
Ecco i pezzi:

LIBERO - Carlo Panella : "Le rivolte nel mondo arabo fanno il gioco degli ayatollah "


Carlo Panella

Mohammed El Baradei, nel presentare al Cairo la sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali ha voluto aprire una porta al regime di Teheran, impegnandosi addirittura a ristabilire le relazioni diplomatiche con la Repubblica islamica. Relazioni interrotte sin dal 1979, in un contesto che ha sempre visto l’Egitto capeggiare il fronte dei Paesi arabi (in primis Arabia Saudita, Emirati del Golfo e Giordania), impegnato a costruire una sorta di “muro sunnita” per contenere l’espansio - nismo aggressivo di Mohammed Ahamadinejad in Medio Oriente. Strategia che prevede anche la costruzionedella bomba atomica iraniana. La mossa non stupisce, perché El Baradei ha fatto carriera e si è addirittura aggiudicato un immeritatissimo premio Nobel per la Pace, proprio facendo “da palo” alla crescita del programma nucleare iraniano. Quale direttore dell’Aiea, l’agenzia dell’Onu preposta a controllare i programmi nucleari, El Baradei infatti ha fatto di tutto per sminuire, occultare, annacquare le prove evidenti che pure i suoi ispettori avevano rilevato del fatto che l’Iran stava e sta sviluppando un arricchimento dell’uranio finalizzato nongià a centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, ma per la costruzione di una bomba atomica. Questo è un dato di fatto ormai acclarato dalla stessa Aiea e confermato dal fatto che l’Iran continua a boicottare tutte le offerte di mediazione che Obama ha avanzato e continua a negare all’Aiea i controlli dovuti, tant’è che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha stabilito mesi fa durissime sanzioni economiche. È questa l’ultima notizia positiva tra le tante che la rivoltaaraba porta agli ayatollah che ora possono contare su un interlocutore disposto a favorire i loro progetti espansionistici, invece di contrastarli. Per comprendere quanto sia importante questa novità, basti pensare che una delle ultime decisioni di Mubarak era stata quella di fare passare attraverso il Canale di Suez due sottomarini israeliani con armamento missilistico atomico, in vista proprio di una possibile azione militare contro i siti atomici iraniani (come già Israele fece nel 1981 contro Saddam). El Baradei, per fortuna, non ha grandi chances elettorali, perché è un personaggio gonfiato dai media politically correct dell’occidente, con ben scarso seguito in Egitto. Ma resta il fatto che l’Iran, che ha represso nel sangue la rivolta dell’Onda Verde, non solo non ha più un avversario forte come il regime di Mubarak in un Egitto che possiede l’unica aviazione araba efficiente, oltre a quella dell’Arabia Saudita, ma vede crescere al Cairo un dibattito su una immotivata apertura di credito e di accordo. È un classico esempio di eterogenesi dei fini. Le rivolte popolari arabe infatti hanno sgretolato due regimi autoritari come quello egiziano e tunisino - fatto positivissimo - ma, nel conseguire successo pieno e meritato, hanno anche indebolito al massimo la forte leadership anti iraniana del Cairo, immobilizzato il suo esercito e ora forse indeboliranno anche la stessa Arabia Saudita, dove cresce la prospettiva di una rivolta sciita e già fiaccata dalla crisi che la stessa rivolta araba sta procurando al regime alleato dello Yemen. Il regime iraniano che si è rafforzato sul sangue dei suoi oppositori, ora gode dei risultati della vittoria degli oppositori dei regimi arabi. Un paradosso. Pericolosissimo.

IT.DANIELPIPES.ORG - Daniel Pipes : " Siamo proprio sicuri che la guerra convenga? "


Daniel Pipes

Pezzo in lingua originale inglese: http://www.danielpipes.org/9586/the-shores-of-tripoli

L'inno ufficiale dei Marines americani inizia con le celebri parole «Dai saloni di Montezuma alle spiagge di Tripoli; combattiamo le patrie guerre, in terra, mare e ciel». Il riferimento a Tripoli allude alla battaglia di Derna del 1805, il primo combattimento oltreoceano delle truppe Usa e una decisiva vittoria americana. I recenti combattimenti in Libia inducono a una domanda: si dovrebbe di nuovo inviare i Marines sulle coste di Tripoli, questa volta non per proteggere le acque extraterritoriali, ma i rivoltosi libici insorti contro il loro governo e che chiedono aiuto visto che sono mitragliati a bassa quota dalle truppe fedeli a Muammar Gheddafi? Il mio primo istinto è quello di accettare di buon grado una no-fly zone, migliorando così i vantaggi per l'opposizione sul campo. Vari fattori incoraggiano questo istinto: la facile accessibilità della Libia dalle basi aeree americane e della Nato, la configurazione geografica pianeggiante e che presenta una rada vegetazione, la condanna semiuniversale delle azioni di Gheddafi, l'assoluta impellenza di rifornire di petrolio libico il mercato delle esportazioni e la probabilità che un simile intervento porrà fine al triste governo di un personaggio bizzarro e ripugnante che dura da 42 anni.

Ma l'istinto non porta a una sana politica. Un atto di guerra richiede un contesto, delle linee guida e della coerenza. Per quanto facile l'operazione possa sembrare, Gheddafi potrebbe avere delle riserve di potere inaspettate che lo porterebbero a uno scontro lungo e complesso.

Se il Colonnello sopravvivesse, per esempio, potrebbe diventare più virulento. Per quanto ripugnante egli possa essere, i suoi avversari (gli islamisti?) potrebbero essere ancor più pericolosi anche per gli interessi americani. Più in generale, se ci si intromette in un conflitto interno si potrebbe avere più nemici che amici e inoltre, così facendo si alimenterebbero le teorie del complotto anti-americano. Inoltre, la potenza aerea libica non si è ancora dimostrata decisiva (il suo impatto è stato soprattutto psicologico) e non potrebbe essere determinante nel far sì che Gheddafi rimanga al potere. Imporre una no-fly-zone in Libia costituisce un precedente rispetto a situazioni dove le circostanze sono meno favorevoli (ad esempio la Corea del Nord). E chi seguirà l'esempio di Gheddafi e rinuncerà a produrre armi nucleari, se ciò facilita la perdita del proprio potere?

Dietro il dibattito sulla Libia incombe lo spettro dell'Iraq e della "Freedom Agenda" di George W. Bush. I partigiani di Bush vedono la situazione come il momento della rivincita, mentre gli scettici si preoccupano delle conseguenze non volute. Se Barack Obama utilizzasse la forza in Libia, equivarrebbe a un'ammissione di errore per aver criticato aspramente le politiche di Bush in fatto di Medio Oriente. Sarebbe anche come dar seguito all'Iraq e all'Afghanistan impegnare le truppe americane a combattere le forze di un altro Paese a maggioranza musulmana, un impegno che Obama con la sua enfasi sul "rispetto reciproco" con i musulmani, deve essere restio ad assumersi.

Altrettanto fondamentale è l'imperativo di mettere le truppe americane in condizione di non subire danno né di combinare guai in nome di obiettivi umanitari per altri popoli: l'assistenza sociale non può essere lo scopo del governo Usa, piuttosto, le truppe devono sempre promuovere gli specifici interessi nazionali americani. Il fatto che l'esercito Usa, nella persona del Segretario alla Difesa Robert Gates, eviti di assumersi questo compito, sottolineando i suoi costi e i pericoli ("una grande operazione in un grande Paese"), è una proficua precauzione, soprattutto in considerazione degli errori dell'intelligence americana. Ma il fatto che i libici comincino a rivolgere l'attenzione agli islamisti per la leadership potrebbe trasformare la Libia in un'altra Somalia. L'arsenale americano permette a un presidente di ignorare gli altri Paesi e di sfruttarlo in modo unilaterale: ma è saggio farlo? I precedenti iracheni (1991, 2003) stanno a indicare che politicamente vale la pena incomodarsi ad ottenere l'appoggio di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, la Nato, la Lega araba, l'Unione africana o perfino l'Organizzazione della Conferenza islamica. Come osserva Jeffrey White del Washington Institute for Near East Policy, anche se una no-fly-zone è ciò che vuole l'opposizione, questa è solo una delle tante opzioni di cui Washington dispone. Tra le altre possibilità – dalla meno ambiziosa alla più pretenziosa – spiccano: fornire alle forze di opposizione appoggi logistici, aiuti di intelligence, hardware di comunicazione, addestramento e inviare loro armi; aiutarle a difendere le zone liberate; rendere inutilizzabili i campi d'aviazione libici; oppure combattere attivamente le forze del regime. Tenendo conto di queste riflessioni, che consiglio dare all'amministrazione Obama? Soccorrere l'opposizione libica offrendogli aiuto e, se necessario, intensificare questi aiuti. In Libia i motivi umanitari, politici ed economici convergono superando delle legittime esitazioni. Lavorando con l'avallo internazionale, il governo Usa dovrebbe svolgere il suo consueto ruolo di leadership e aiutare l'opposizione libica. Per quanto possa essere rischiosa questa linea di condotta, non fare nulla è ancor più pericoloso.

L'OPINIONE - Dimitri Buffa : " Onu, consiglio dei dirtti umani: resta al suo posto la nipote di Gheddafi "


Dimitri Buffa

Resterà al proprio posto nel seggio della Libia per il Consiglio dei diritti umani  la signora Najat Al-Hajjaji, un avvocatessa e nipote di secondo grado Muhammar Al Khatafi, in arte Gheddafi, donna che negli anni passati si è battuta come una tigre per fare riconoscere alla Libia lo status di stato “non più canaglia”, troppo in fretta acordatogli dalle Nazioni Unite nel 2005.
Lo ha deciso ieri l’indiana Navi Pillay, che di quell’organismo così screditato e   ridicolo (alcuni giorni fa è stato dato all’Iran il seggio per l’emancipazione femminile nel mondo) è presidente. La Pillay ha infatti respinto le obiezioni contro la pemanenza della nipote di Gheddafi nel Consiglio in questione che nelle scorse settimane erano state avanzate da alcuni media, tra cui il  periodico marocchino “Au fait”, gli svizzeri  “Tribune de Geneva”, “Tages Anzeiger” e  “20 minutes”, la tv americana “Fox news” e tanti altri media mondiali .
La Pillay ha definito queste obiezioni come un “serio attacco all’ambasciatore libico” in questione e ha persino detto che “potevano mettere a repentaglio la sua incolumità”, essendo la nipote di Gheddafi ritornata da alcuni giorni a Tripoli.
La ong “Un Watch” si è però opposta a questa assurdità visto che, oltretutto, la Al Hajjaji ha anche la delega in seno al consiglio dei diritti umani per occuparsi dei crimini commessi dai mercenari, e quindi potrebbe doversi occupare di quelli commessi su ordine dello zio  dai soldati di ventura  da lui stesso  pagati. Hillel Neur, direttore di “un Watch”, ha dichiarato in sede Onu che “ogni giorno che la signora Al-Hajjaji rimane al Consiglio dei diritti umani è un crudele insulto alle vittime del regime criminale di Gheddafi, e  ciò danneggia l'ONU e la causa dei diritti umani”.
“In un momento in cui Gheddafi sta utilizzando i mercenari per uccidere il suo stesso popolo, è uno scandalo che una delle sue propagandiste principali  porti una corona delle Nazioni Unite in qualità di giudice globale dei diritti umani, e, ancor più moralmente osceno, come difensore delle vittime dei mercenari ", ha dichiarato Neuer.
Ma l’Onu e molti dei suoi organismi da tempo sono il problema più che la soluzione di tutti i guai mondiali: guerre, profughi, immigrazione, carestie. In passato la donna è stata anche la direttrice dell’agenzia di stampa ufficiale della Jahmairya, la famigerata “Jana”. E anche per questo motivo, secondo Neuer, “da oltre tre decenni, Al-Hajjaji ha sbianchettato i crimini del regime di Gheddafi ed è stata la maggiore propagandista del regime  sia per il ruolo rivestito nell'agenzia di stampa del dittatore sia come sua rappresentante nelle Nazioni Unite, degli organismi che si occupano di diritti umani”.

Il FOGLIO - " L’Europa aspetta la Lega araba per decidere come liberarsi di Gheddafi"


Muammar Gheddafi

Roma. I leader europei si sono riuniti ieri per stabilire la risposta alla crisi libica. L’unione è divisa in due grandi blocchi: da una parte ci sono la Francia e l’Inghilterra, che sono già pronti a intervenire militarmente contro le truppe di Muammar Gheddafi; dall’altra, Italia e Germania assumono una posizione più cauta e chiedono di vincolare ogni azione a una “base legale solida”, come ha detto il cancelliere tedesco, Angela Merkel. In ogni caso, il colonnello “deve andarsene subito”. Nessuna decisione è arrivata sulla “no fly zone” che dovrebbe impedire all’esercito regolare di colpire i ribelli. La discussione coinvolge anche gli Stati Uniti e l’Onu, ma un ruolo importante spetta ai rappresentanti della Lega araba che sono riuniti al Cairo. “Non ho tolto nessuna opzione dal tavolo, ma un’azione militare deve essere ponderata”, ha detto il presidente americano, Barack Obama, che nominerà un inviato per tenere i contatti con i ribelli. Il via libera della Lega alla “no fly zone” permetterebbe di evitare un passaggio rischioso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – la Russia ha già lasciato intendere che si opporrà a una risoluzione, la Cina pare orientata a fare lo stesso. Per questo, il vertice del Cairo è seguito con grande interesse sia a Bruxelles, sia a Washington. Ieri, gli uomini di Gheddafi hanno cercato di unirsi agli altri uomini della Lega, ma sono stati respinti. “Nessun libico prenderà parte al vertice, abbiamo già disposto la sospensione del governo di Tripoli dall’organizzazione”, ha annunciato l’ufficio del segretario, Amr Moussa. I lavori proseguiranno nel fine settimana: l’Egitto ha intenzione di sostenere l’ipotesi della “no fly zone”, mentre paesi come il Libano e la Giordania non si sono ancora espressi. Lunedì e martedì, i ministri degli Esteri del G8 discuteranno la questione in un incontro che si terrà a Parigi. In Libia è stato un altro giorno di scontri violenti. La battaglia più importante è quella di Ras Lanuf, lo snodo petrolifero conteso da giorni tra ribelli e lealisti. In Europa, tuttavia, soltanto la Francia e il Regno Unito dicono che è il momento di usare la forza. Prima del Vertice straordinario dell’Unione europea sulla Libia, Nicolas Sarkozy ha ribadito la proposta di “bombardamenti mirati e limitati” per proteggere la popolazione civile contro gli attacchi delle forze leali al regime. “Con David Cameron abbiamo fatto conoscere la nostra disponibilità ad azioni mirate puramente difensive, nel caso Gheddafi faccia uso di armi chimiche o dell’aviazione contro la popolazione che manifesta in modo non violento”, ha detto il presidente francese. “Un mandato Onu è preferibile”, ha aggiunto Sarkozy, rispondendo a una domanda del Foglio. Ma per la Francia non è indispensabile: “Se non c’è, vedremo”. Il presidente francese ha ricordato la guerra in Bosnia, quando si era “criticata l’assenza di reazione dell’Europa”. Il premier britannico, David Cameron, ha chiesto ulteriori sanzioni per colpire l’industria petrolifera libica. Ma la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha stoppato il duo, dicendosi “molto scettica” su un intervento militare. “Per ora non è necessario prendere una decisione del genere. Restiamo sulla linea decisa in seno alla Nato – ha spiegato Merkel – Faremo tutto ciò che è necessario, a condizione che ci siano le basi legali, come una nuova risoluzione dell’Onu, e l’accordo delle organizzazioni regionali, come la Lega araba”. “Abbiamo detto chiaramente alle autorità libiche che l’uso della forza contro i cittadini deve essere fermato”, ha dichiarato il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy. Il problema è che nessuno, con l’eccezione della Francia e della Gran Bretagna, vuole assumersi la responsabilità di fermare Gheddafi. Secondo il Cav., il leader libico ha escluso l’esilio per le indagini della Corte penale internazionale. L’Ue e la Nato hanno delineato un lungo percorso, dall’esito incerto, per passare all’azione. Per un intervento servono una “necessità dimostrabile, una chiara base legale e il sostegno regionale”, dicono le conclusioni del Vertice. In altre parole, prima dovrebbe esserci qualcosa che assomigli molto a una strage di civili. Poi si tenterà la strada del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove Russia e Cina potrebbero mettere il veto. Nel frattempo, i Ventisette promuoveranno un incontro con Lega Araba e Unione Africana. Continuando così, dice al Foglio un diplomatico Ue, “si discuterà ancora di istituire una ‘no fly zone’ nel momento in cui Gheddafi entra a Bengasi”. Per il resto, l’Ue si è accontentata di chiedere nuovamente la partenza del colonnello, di “salutare e incoraggiare il Consiglio nazionale di transizione basato a Bengasi che considera come interlocutore politico”, e di promuovere la creazione di zone umanitarie per i rifugiati in Egitto e Tunisia.

Il SOLE 24 ORE - Khaled Fouad Allam : " Il rispetto della minoranza specchio della democrazia "


 Khaled Fouad Allam

La questione delle minoranze cristiane, dal Vietnam al Darfur, dal Pakistan all'Iraq all'Egitto sta assumendo contorni drammatici. Alcuni osservatori non esitano a parlare di un tentativo di "pulizia etnica". Nonostante qualche raro segnale di speranza, come quello giunto dal Cairo ieri, dove a piazza Tahrir si sono ritrovati centinaia di copti e musulmani con in mano croci e copie del Corano in segno di solidarietà interconfessionale dopo gli scontri degli ultimi giorni, qualunque pretesto sembra sufficiente a creare tensione. E a scatenare l'ira di coloro che pensano che il dar-al-islam, cioè la terra d'islam, debba essere completamente islamizzata, anche nei confronti di minoranze che sono fra le più antiche del Medio Oriente, addirittura preesistenti alla nascita dell'islam stesso; anche perché il cristianesimo è nato proprio in Medio Oriente, e gran parte delle sue popolazioni sono arabe.

Anticamente il mondo musulmano aveva saputo governare politicamente le sue minoranze, sia durante i vari califfati succedutisi nella storia, sia durante l'impero ottomano: in quest'ultimo, sino all'inizio del secolo scorso, attraverso il sistema dei millet - le comunità di religione - esse convivevano pacificamente in un regime di quasi autonomia. L'islam classico aveva trovato il mezzo, attraverso la tassazione, di far coabitare confessioni diverse; ma poi qualcosa si è rotto e ha dato nascita a un male quasi endemico che attraversa il mondo musulmano da oltre un secolo.

È sempre nei momenti di crisi, di destrutturazione e di transizione che da oltre un secolo il mondo musulmano tratta le sue minoranze - quelle cristiane in particolare - come un vero e proprio capro espiatorio. Nella seconda metà dell'800, mentre il califfato turco-ottomano era entrato in crisi e l'idea nazionale si faceva strada, i cristiani arabi furono accusati di essere la quinta colonna della crisi califfale: l'idea nazionale che era venuta dall'Occidente era vista dai conservatori musulmani come un'ideologia anti-islamica che bisognava combattere; ed essendo le minoranze cristiane le più vicine all'Occidente, esse pagarono a caro prezzo la loro condizione di minoranza. Così si spiega in parte anche il genocidio armeno da parte dell'impero ottomano: per secoli gli armeni avevano fornito al mondo ottomano gran parte delle élite, politiche e non solo, ma furono distrutti pur essendo completamente integrati. La stessa cosa è accaduta nel mondo arabo: in Medio Oriente vi furono dei pogrom nella seconda metà dell''800, e il grande scrittore libanese Khalil Gibran, cristiano maronita, dovette fuggire negli Stati Uniti; è alla fine dell'800 che risale la grande migrazione araba cristiana negli Stati Uniti e in America Latina. Qualche anno fa, in Perù, ho incontrato una discendente di questa emigrazione dalla Siria, una donna che piangeva raccontando la storia della sua famiglia perché la sua terra d'origine comunque le mancava.

La questione è particolarmente complessa in Medio Oriente: perché ciò che da sempre connota quest'area è la sua caratteristica multietnica e multiconfessionale. Il Medio Oriente, senza le sue minoranze, non sarebbe più Medio Oriente. Perciò oggi quel mondo si trova a un bivio. Ieri la questione nazionale aveva fornito l'alibi allo scontro fra cristiani e musulmani. Ma oggi sul tappeto vi è la questione democratica: perché, come ho più volte affermato, non si può affrontare la costruzione di uno spazio democratico senza affrontare la questione delle minoranze, perché essa investe la questione dell'eguaglianza che è l'elemento fondante di ogni democrazia. Ed è chiaro come oggi, in Egitto e non solo, il fondamentalismo islamico possa utilizzare la democrazia per dirottarla verso una non-democrazia: vale a dire un regime a metà strada fra una sorta di totalitarismo e uno stato etico basato sulla shari'a, che ridurrebbe le minoranze a uno statuto di semi-libertà.

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