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Zvi Mazel/Michelle Mazel
Diplomazia/Europa e medioriente
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Gaza: la marcia del ritorno e la cecità dei media 03/04/2018

Gaza: la marcia del ritorno e la cecità dei media
Analisi di Michelle Mazel

(Traduzione italiana di Yehudit Weisz)

http://www.jforum.fr/gaza-la-marche-du-retour-et-laveuglement-des-medias.html

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Un terrorista di Hamas aizza la violenza

Venerdì 30 marzo, mentre in Israele e nelle comunità ebraiche di tutto il mondo ci si preparava a celebrare la Pasqua, simbolo di libertà, decine di migliaia di abitanti della Striscia di Gaza stavano marciando verso la barriera di sicurezza che separa questo territorio da Israele. Il loro scopo? Forzare questa barriera per "combattere l'occupazione e tornare a casa loro". I grandi striscioni portati dai manifestanti elencavano i nomi delle città e dei villaggi in cui intendevano “ritornare”. Ritorno pacifico, naturalmente, alla fine di una marcia pacifica e non violenta, come i media occidentali amano ripetere. Media che avrebbero dovuto porsi delle domande. Gaza, come si sa, non è occupata: nel 2005 Israele si è completamente ritirato da questo territorio.

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Per quanto riguarda i dimostranti, erano troppo giovani per poter aver visitato o ancor meno vissuto in quelle località che, ci dicono, stanno loro così tanto a cuore. Località che si trovano all'interno dei confini dello Stato di Israele e che sono riconosciute dalla comunità internazionale. Inoltre, a sentire i discorsi dei leader di Hamas, promotori e organizzatori di questa impresa, si tratta di porre fine alla stessa esistenza di Israele - o meglio dell’ "entità sionista" - perché è così che lo chiamano. Dal momento che questi discorsi sono stati pronunciati in arabo, i media ovviamente non potevano capirli. Ci sono stati sicuramente dei lunghi preparativi per produrre questo spettacolo costoso, si è dovuto livellare il terreno per agevolare l'avanzata dei partecipanti alla marcia, è stato necessario mettere a disposizione un intero parco-autobus lungo il percorso e ospedali da campo nuovi fiammanti, per i quali Hamas dunque, ha trovato le attrezzature mediche necessarie, nonostante la grande carenza di ospedali a Gaza di cui spesso si parla. Hamas si aspettava che ci sarebbero stati dei feriti e ha allestito tutto ciò che era necessario. In tutto il mondo, abbiamo visto in televisione, dei “pacifici” manifestanti che lanciavano pietre e bottiglie incendiarie contro i soldati che si trovano dall'altra parte della barricata. Il "massacro" tanto evocato dalla leadership palestinese e dai loro alleati, si è concluso con sedici morti (di cui, secondo fonti israeliane, dieci erano membri del braccio armato di Hamas, e due di loro, che erano armati, sono stati uccisi mentre stavano attraversando la barriera) e un numero non verificabile di feriti. Quel giorno ci son state molte più vittime in Siria, ma dal momento che erano arabi uccisi da altri arabi, l'Occidente, come sempre, non ha fatto una piega. Dobbiamo chiederci che cosa in realtà stesse cercando Hamas. I suoi leader, ben protetti a casa propria naturalmente, pensavano davvero che Israele avrebbe lasciato che la folla e i terroristi al suo interno, varcassero i suoi confini? No di certo. Il loro obiettivo era molto più semplice: mettere lo Stato ebraico alla gogna, ancora una volta, puntandogli il dito contro. E ci son riusciti. Il Presidente turco che, come sappiamo, non ha le mani insanguinate, non perde l’occasione per alzare la voce; l'Autorità palestinese, che sta soffocando Gaza facendo braccio di ferro con Hamas, sta facendo lo stesso. Anche l'Egitto, che mantiene saldamente chiuso il suo confine con Gaza, ha espresso la sua condanna. I media non nascondono la loro indignazione. Il Consiglio di Sicurezza si è riunito, ma questa volta non ha preso alcuna risoluzione. Hamas, incoraggiato, promette di fare meglio la prossima volta. A meno che la stampa, consapevole per una volta delle proprie responsabilità, non dichiari a voce alta, che si rifiuta di continuare il gioco e che d'ora in poi, dirà la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità, su una marcia del ritorno così pacifica.

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Michelle Mazel, scrittrice israeliana nata in Francia. Ha vissuto otto anni al Cairo quando il marito era Ambasciatore d’Israele in Egitto. Profonda conoscitrice del Medio Oriente, ha scritto “La Prostituée de Jericho”, “Le Kabyle de Jérusalem” non ancora tradotti in italiano. E' in uscita il nuovo volume della trilogia/spionaggio: “Le Cheikh de Hébron”. I suoi commenti escono su JForum online


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