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Il Giornale Rassegna Stampa
14.09.2021 L'eredità di Oriana: 'Sveglia Occidente'
Analisi di Oriana Fallaci, Alessandro Gnocchi

Testata: Il Giornale
Data: 14 settembre 2021
Pagina: 24
Autore: Oriana Fallaci - Alessandro Gnocchi
Titolo: «La vera cultura italiana non finirà mai. La casta degli intellettuali è già finita - La Fallaci suona la sveglia all'Occidente»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 14/09/2021, a pag. 24, con il titolo "La vera cultura italiana non finirà mai. La casta degli intellettuali è già finita" l'analisi di Oriana Fallaci; con il titolo "La Fallaci suona la sveglia all'Occidente" il commento di Alessandro Gnocchi.

Ecco gli articoli:

Oriana Fallaci: "La vera cultura italiana non finirà mai. La casta degli intellettuali è già finita"

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Oriana Fallaci

Direttore, diciamo subito che a me sembra molto imprudente avventurarsi su un terreno insidioso come un discorso sulla cultura. È un terreno senza confini e, nella sua vastità, uno rischia di perdersi in fatti superficiali e dunque di rompersi l'osso del collo. Io, appena ho visto che strada infilavi, ho scosso la testa e ho pensato: Non lo seguirò. Da certe trappole è meglio tenersi alla larga. Ma sono donna imprudente, è noto. Per i rischi ho una specie di attrazione maligna e, in molti sensi, sono la nipote di Bruno Fallaci: non so starmene zitta, specie se la faccenda mi riguarda un poco. E questa mi riguarda un poco, anzi molto. Appartengo anch'io a quel popolo i cui cervelli, secondo te, avrebbero smesso di pensare. Faccio parte anch'io di quella cultura che, secondo te, sarebbe oggi un cimitero di anime morte. Certo, bisognerebbe anzitutto decidere cosa intendi con la parola «cultura». Ciò che intendono gli antropologi per cui ogni manifestazione di società organizzata è cultura, compresi i riti cruenti e il tam-tam, oppure ciò che intendono i bramini del sapere, per cui la cultura è cibo esclusivo di una casta chiusa nella sua torre d'avorio? Il primo concetto mi lascia perplessa perché è troppo facile, comodo, e pericoloso. Se anche mangiare il nonno o divorare il fegato del nemico è cultura, allora tutto è cultura; perfino la televisione italiana nel momento in cui ci trasmette Canzonissima e Rischiatutto, perfino la mafia e il fascismo, perfino i furti delle opere d'arte e il cingomma. Il secondo concetto invece mi irrita perché il sapere fine a se stesso è un albero privo di foglie e le torri d'avorio non servon neanche a chi ci sta. Cosa servi allo zio Bruno aver scritto pagine meravigliose che poi bruciò? Sviluppando le estreme conseguenze di tale cultura, si arriva al Dalai Lama che intervistai nel suo esilio di Dharamshala. Povero Dalai Lama. Dall'età di sei anni, prigioniero di monaci eruditi e spietati, non s'era nutrito che di filosofia-astronomia-poesia e, a trentatré anni, non aveva che un sogno: fare il meccanico. Quel che è peggio, ai suoi sudditi non aveva nemmeno insegnato che esiste una cosa chiamata elettricità. Di conseguenza, guarda: io preferisco credere che per cultura tu intenda ciò che intendeva lo zio Bruno prima del falò, cioè quando la trasferiva ai giornali e alle donne. Diciamo l'insieme delle conoscenze che assimilate e diffuse contribuiscono a nutrire il cervello di tutti, a rendere più accettabile la fatica d'essere nati. Diciamo la somma delle nozioni che digerite e scambiate servono a non mangiare il nonno, a non guardar Rischiatutto, a non giudicare bellissimo l'Ultimo tango a Parigi, a non bruciare i boschi ed anzi a piantare un cipresso nel punto giusto. Come vedi, qualcosa che inevitabilmente sfocia in un giudizio morale ed estetico: sfidando le trappole che la morale e l'estetica portano dentro di sé. Allo stesso tempo, qualcosa che si inserisce nella vita e nella real ta quotidiana. Sono arrivata al dunque, o ad uno dei dunque. Perché tu affermi che la cultura italiana ha fallito, non agita, non discute, non ha eco nel Paese, si isterilisce in un lavoro privo di rispondenza con la realtà. Chiedi aiuto a Zavattini il quale ti dichiara che non solo la cultura ma l'uomo di cultura è finito, e per prima cosa ti rispondo: ma i giornali dove li metti? Le idee, le discussioni, che vengono sollevate dai giornali dove le piazzi? Non vorrai mica limitare la stampa d'oggi a un compito di informazione e basta? Perché, anche se fosse così, ti ricorderei che il primo veicolo della cultura è l'informazione: non esiste cultura senza informazione. Ma, poiché non è così, ti ricordo che coi giornali noi offriamo molto più dell'informazione. E qui permettimi un atto d'orgoglio. Se vuoi, di superbia. Io non credo che un mio reportage dal Vietnam, una mia inchiesta nel Medio Oriente, una mia intervista con Henry Kissinger o Hailé Selassié o Giovanni Leone siano meno importanti di un romanzetto scritto da una Françoise Sagan. Non credo che un mio reportage sui bambini di una scuola elementare o un mio ritratto di Mastroianni siano intellettualmente inferiori a una poesia di Carducci. Questo lavoro io lo ritengo un esercizio di cultura, mi ci consumo come ci si consuma in un esercizio di cultura, e i giornali li vedo come i messaggeri più vivi dell'intelligenza. Non ti sei accorto, facendoli, che hanno sostituito i salotti letterari e i cenacoli? Non ti sei accorto, dirigendoli, che grazie a loro le notizie e le idee non sono più un lusso riservato a una minoranza di eletti che frequentano il salotto della contessa Maffei tra un fruscio di sete e un luccicar di gioielli? Non sono nemmeno più un privilegio degli intellettuali che si riunivano al caffè delle Giubbe Rosse, quando a saper leggere erano in pochi. Oggi sanno leggere tutti. E, se è vero che abbiamo perso l'arte di conversare e discutere intorno a un tavolino, tu per primo perché te ne stai sempre solo e se non stai solo stai zitto, è anche vero che lo scambio di idee non si fa più a voce ma leggendo.

Alessandro Gnocchi: "La Fallaci suona la sveglia all'Occidente"

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Alessandro Gnocchi

Sveglia Occidente. Dispacci dal fronte delle guerre dimenticate di Oriana  Fallaci - Babelezon.com
La copertina (Rizzoli ed.)

“Le scoperte e le prese di coscienza definitive avvengono solo dopo le grandi tragedie: si direbbe che l'uomo, per dare qualcosa di bello, abbia bisogno di piangere». Di lacrime, in Sveglia, Occidente. Dispacci dalle guerre dimenticate (Rizzoli, pagg. 464, euro 19) Oriana Fallaci ne versa molte. L'Oriana va alla guerra, anzi, alle guerre, da quelle dimenticate a quelle che tuttora impegnano il nostro futuro, dal terzo conflitto indo-pachistano alla prima Guerra del Golfo contro Saddam Hussein, invasore del Kuwait. Nel libro c'è anche il Vietnam nel 1969; il Medio oriente l'anno dopo, nascosta con i guerriglieri arabi di Al Fatah nelle loro basi segrete; la Cambogia con interviste ai soldati americani che si ammutinavano in gruppo e sui quali il governo lasciava cadere il silenzio; la Bolivia con i preti «in blue-jeans» della Teologia della liberazione; Haiti, con una intervista al dittatore Jean-Claude "Baby Doc"; e tanto altro, tra cui una lettera sulla cultura, che vi presentiamo in questa pagina. Di inedito, non c'è nulla. Sono reportage pubblicati dall'Europeo negli anni Sessanta-Settanta, con l'eccezione di quelli dal Golfo, che risalgono al 1991. La parte forse più interessante riguarda proprio il Kuwait. Ai lettori del settimanale, la Fallaci racconta il disastro ambientale causato da Saddam, che incendiò i pozzi. La Fallaci attraversa la Nuvola Nera sprigionata dal petrolio in fiamme e ha un netto presentimento della propria morte: «Da questa guerra torno con una ferita che non si vede. Perché non è una ferita esterna, una ferita che sanguina e lascia una cicatrice sulla pelle. È una ferita nascosta dentro i miei polmoni, una ferita che si rivelerà chissà quando. Tra sei mesi, tra un anno, tra due?». Si dirà sempre convinta che il tumore contro il quale lotterà come un leone sia dovuto alla Nuvola Nera. Non è la sola illuminazione. La società del Kuwait, composta da ricchissimi sceicchi, non ha opposto vera resistenza a Saddam. Gli americani non sono visti di buon occhio, fanno comodo in quel momento, perché evitano all'aristocrazia dell'oro nero di prendersi troppo disturbo. Sul punto, in quel periodo, la Fallaci è molto più esplicita sulle colonne del Corriere della Sera: «Eh, sì: nessuno ne parla perché chi se n'è accorto ritiene che sia meglio non toccar l'argomento, non svegliare la tigre che dorme. Ma c'è una guerra dentro la guerra, quaggiù». Il risorto anti-americanismo schiera i sauditi contro gli occidentali. I soldati della coalizione non sono visti come liberatori e nessuno vuole che si fermino nelle terre sacre dell'islam. Questa «guerra nella guerra», scrive la Fallaci, è guidata dai «mullah dei quartieri periferici e delle moschee meno importanti, cioè i preti estranei all'oligarchia religiosa che assieme ai cinquemila principi della famiglia reale domina il Paese» (l'articolo si può leggere in Le radici dell'odio. La mia verità sull'Islam, Rizzoli). Al Qaeda nasce proprio dalla «guerra nella guerra». Osama era ossessionato dalle basi statunitensi in Arabia Saudita. Per chi voleva capire le motivazioni dell' 11 settembre 2001, era tutto già scritto (e non solo dalla Fallaci) nel 1991. Le autorità militari le avevano lasciato vedere poco ma Oriana aveva capito l'essenziale. Di fronte alle sue rimostranze, un militare armato di Rpg grida: «Lei è qui per farci propaganda!». Risposta: «No, signor mio. Sono qui per raccontare la verità». A posteriori, sfogliando l'indice, si può pensare, a ragione, che la Fallaci avesse visto in anticipo il mondo multicentrico di oggi, fondato su più superpotenze, e su potenze regionali talvolta non meno pericolose. Per questo, scontri all'apparenza meno «vistosi» del Vietnam furono trattati dalla Fallaci con grande cura. La questione Indo-pachistana, con coinvolgimento del Bangladesh, è potenzialmente pronta a esplodere, letteralmente, a colpi di atomica. Ignorarla non è saggio. La Fallaci esigeva di essere chiamata «scrittore», al maschile, e disprezzava l'idea che alle donne fosse assegnato un ruolo particolare in ragione del sesso. D'altro canto, proprio l'attenzione al ruolo delle donne è una costante della carriera di Oriana, fin dagli esordi del Sesso inutile (Rizzoli, 1961) o Penelope alla guerra (Rizzoli, 1962). Qui ne troviamo testimonianza nell'intervista alla socialdemocratica Sirimavo Bandaranaike, prima donna premier al mondo (a Ceylon, che oggi si chiama Sri Lanka) e subito alle prese con una difficilissima situazione politica. Con i reportage si può fare Storia? Dipende. La Fallaci ci è riuscita.

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