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Il Foglio Rassegna Stampa
28.05.2009 Caso Hariri: Il tribunale Onu è uno scandalo di inefficienza e di mancanza di trasparenza
L'analisi di Carlo Panella

Testata: Il Foglio
Data: 28 maggio 2009
Pagina: 3
Autore: La redazione del Foglio - Carlo Panella
Titolo: «Così Hezbollah ammazzò il libanese Hariri. Firmato Spiegel - Inchieste 'tecniche', accuse confuse. Il Tribunale Hariri fallirà - Il Fondo tocca il fondo»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, a pag. 3, l'articolo dal titolo " Così Hezbollah ammazzò il libanese Hariri. Firmato Spiegel", l'analisi Carlo Panella dal titolo " Inchieste “tecniche”, accuse confuse. Il Tribunale Hariri fallirà " e l'editoriale dal titolo " Il Fondo tocca il fondo ", sulla richiesta di Hezbollah di essere finanziato da Fondo Monetario.  Ecco gli articoli:

" Così Hezbollah ammazzò il libanese Hariri. Firmato Spiegel "

Roma. Der Spiegel è il settimanale più influente in Germania e anche il primo per tiratura in Europa. E’ appena uscito con uno scoop fenomenale sul Libano: nel 2005 sono state le forze speciali di Hezbollah ad ammazzare l’ex premier Rafiq Hariri. E’ il gran mistero mediorientale attorno a cui da quattro anni gira una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e anche la politica dell’area mediorientale Siria-Libano-Iran-Israele: il prossimo 7 giugno a Beirut ci saranno le elezioni e il movimento sciita Hezbollah, il partito armato pagato da Iran e Siria per fare la guerra a Israele, è in posizione di vantaggio per salire al governo da nuova maggioranza. L’attentato contro Hariri fu un secondo massacro di San Valentino. Poco prima dell’una di pomeriggio del 14 febbraio 2005, una bomba esplose al passaggio del corteo blindato, spalancò nella strada un cratere nero e profondo due metri, uccise il bersaglio predestinato e anche altre 22 persone, guardie del corpo e passanti ignari, facendo schizzare i pezzi dei loro corpi fin sopra i tetti dei palazzi vicini. Le piste battute furono diverse. Al Qaida, gelosa dei legami di Hariri con la casa regnante saudita traditrice dell’islam, per mano dei suoi affiliati sunniti locali. Gli iraniani, per destabilizzare il paese troppo sbilanciato verso occidente. Al momento dell’attentato era noto che Hariri, magnate miliardario delle costruzioni e guida anche materiale della rinascita della capitale libanese dopo decenni di guerra civile e di devastazioni, era sul punto di rientrare in politica, da vincente naturale. Si sapeva anche che aveva rotto con il presidente siriano Bashar el Assad, dopo avere chiesto il ritiro delle forze d’occupazione siriane dal Libano. Per questo motivo, i primi a salire sulla pedana dei sospetti, prima di al Qaida e dei killer iraniani, sono stati le potenti agenzie militari e di intelligence siriane e i loro emissari libanesi. La pressione su Damasco arrivava anche al momento opportuno per il governo americano: il presidente George W. Bush aveva inserito la Siria sulla lista degli stati canaglia, assieme a Iraq e Corea del nord, e puntava a isolare il regime a livello internazionale. Tribunale speciale Sul finire del 2005, una squadra investigativa formata dalle Nazioni Unite e guidata dal procuratore tedesco Detlev Mehlis scoprì, dopo sette mesi di indagini, che le forze di sicurezza siriane e ufficiali libanesi di alto rango erano effettivamente responsabili dell’omicidio di Hariri. Quattro generali libanesi furono arrestati. Ma la pistola fumante, la prova definitiva e necessaria che li avrebbe incastrati, non fu mai trovata e i quattro sono stati scagionati il mese scorso: un enorme colpo di propaganda a favore di Hezbollah, che ne aveva sempre sostenuto l’innocenza. Le indagini negli anni scorsi erano poi rallentate sotto la responsabilità del fiacco successore belga di Mehlis, Serge Brammertz. Ora è arrivato anche un tribunale speciale dell’Onu, affiancato alla squadra investigativa per ottenere risultati certi. I lavori sono partiti due mesi fa, il primo marzo del 2009. Il tribunale, con sede a Leidschendam, nei Paesi Bassi, ha un budget di oltre 40 milioni di euro per il suo primo anno di attività soltanto: le Nazioni Unite pagano il 51 per cento dei costi e Beirut il restante 49 per cento. Il mandato iniziale è di tre anni e la sentenza più severa che può erogare è l’ergastolo. Il capo è il canadese Daniel Bellemare, 57 anni. Quattro degli undici giudici sono libanesi e le loro identità sono state tenute segrete per ragioni di sicurezza. Secondo le informazioni dettagliate fornite dalla fonte dello Spiegel, la verità è stata decifrata soltanto grazie a un mix di “serendipità alla Sherlock Holmes” e di applicazione ultraintensa di metodi d’indagine tecnologici. In mesi di lavoro estenuante, un’unità speciale delle forze di sicurezza libanesi che operava in segreto, sotto la guida dell’esperto d’intelligence, Wissam Eid, un capitano di 31 anni poi ucciso da Hezbollah, ha fatto la scrematura dei numeri di cellulare che erano fisicamente presenti nell’area intorno al luogo dell’agguato a Hariri, nei giorni precedenti e nella stessa data dell’assassinio. La squadra del capitano Eid ha identificato otto telefonini cellulari, tutti quanti acquistati lo stesso giorno nella città libanese settentrionale di Tripoli. Gli investigatori si riferivano a questi telefoni cellulari come “il primo cerchio dell’inferno”. Attivati sei settimane prima dell’attentato, furono usati unicamente per la comunicazione fra i loro utenti e – a eccezione di un unico caso – non furono più usati dopo l’attentato. Verosimilmente erano gli strumenti di comunicazione della squadra d’attacco che ha portato a termine l’attentato terroristico. Cherchez la femme Ma c’era anche un “secondo cerchio dell’inferno”: una rete di circa 20 telefoni cellulari che furono identificati nelle vicinanze dei primi otto telefoni con frequenza sospetta. Secondo le forze di sicurezza libanesi, tutti i numeri coinvolti appartengono al “braccio operativo” di Hezbollah, che in Libano ha una milizia ben più potente dello stesso esercito regolare. Scrive lo Spiegel: “Mentre parte del Partito di Dio si comporta come una normale organizzazione politica, partecipando alle elezioni democratiche e nominando ministri del governo, l’altra parte utilizza tattiche meno rispettabili, come i rapimenti vicino al confine israeliano e gli attentati terroristici, come quelli compiuti contro le strutture ebraiche in Sud America nel 2002 e nel 2004”. La dislocazione dei due gruppi di Beirut di utenti dei cellulari continuarono a coincidere, ed erano a volte posizionate vicino al luogo dell’attentato. Cherchez la femme: la liason romantica di uno dei terroristi portò i cyber-detective direttamente a uno dei sospettati principali, perché quello commise l’imperdonabile leggerezza di telefonare alla sua ragazza da uno dei telefoni misteriosi. Capitò soltanto una volta, ma fu abbastanza per identificare l’uomo. Abd al Majid Ghamlush, della città di Rumin, un membro di Hezbollah che aveva completato il suo corso di addestramento in Iran. Ghamlush fu anche identificato come l’acquirente del telefono cellulare. Da allora è scomparso, e forse non è più nemmeno vivo. L’errore operativo di Ghamlush ha portato gli investigatori all’uomo che ora sospettano essere la mente dell’attentato: Hajj Salim, 45 anni. Libanese originario di Natibah, nel sud del paese, Salim è considerato il nuovo comandante dell’ala militare di Hezbollah e vive a Beirut sud, la roccaforte sciita. L’“Unità operativa speciale” segreta di Salim fa capo direttamente al leader predicatore di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Imad Mughniyeh, uno dei terroristi più ricercati del paese, ha guidato l’unità fino al 12 febbraio del 2008, quando è stato ucciso in un attentato a Damasco. L’intelligence israeliana ha piazzato una carica esplosiva nel poggiatesta del suo fuoristrada Mitsubishi. Da allora Salim ha assunto i compiti del suo predecessore, con il cognato di Mughniyeh, Mustafa Badr al-Din, come suo vice. I due uomini riportano soltanto al loro superiore e al generale Passim Sulaimani, il loro contatto a Teheran. Gli iraniani, i principali finanziatori del Partito di Dio libanese, hanno tagliato fuori l’influenza siriana. Così cade un altro mistero: chi comanda ora le divisioni di Hezbollah, che ieri il capo di stato maggiore delle forze di sicurezza israeliane, Gabi Ashkenazi, ha definito più armata “e con più razzi” del 2006, quando attaccò Israele. Lo scoop dello Spiegel è stato violentemente attaccato dal leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Vogliono farci perdere le elezioni, ha detto, seminando in giro bugie. Lo ha detto anche la Russia, con toni meno rabbiosi. Il ministro della Difesa, Sergei Lavrov, ha definito non credibile il rapporto del settimanale tedesco. Se il tribunale speciale al lavoro in Olanda invece confermasse, la catena degli eventi disegna una sequenza precisa. Hezbollah sta per salire al potere, quattro anni dopo avere eliminato il suo rivale più temibile e dopo aver legato le mani all’esercito con il golpe del maggio 2008.

Carlo Panella - " Inchieste “tecniche”, accuse confuse. Il Tribunale Hariri fallirà "

Le rivelazioni dello Spiegel sulle responsabilità di Hezbollah nell’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri confermano un dato inquietante: i Tribunali dell’Onu sono uno scandalo di inefficienza e di mancanza di trasparenza. Lo dimostra un dato che ha dell’incredibile: nell’arco di tre anni sono stati sostituiti da due segretari generali dell’Onu ben tre procuratori incaricati delle indagini (Detlev Mehlis, Serge Brammertz e ora Daniel Bellemare) e ognuno dei tre ha lavorato su scenari radicalmente diversi. Lo conferma il fatto incontrovertibile che dopo quattro anni di istruttoria i lavori sono ancora in corso. Infine, ma non per ultimo, il fatto che siano trapelate rivelazioni, e che siano giunte a una testata attendibile come Der Spiegel, dimostra che la macchina giudiziaria onusiana è un baraccone. Il contenuto delle rivelazioni, peraltro, è – volutamente? – ambiguo. Queste indiscrezioni cambiano infatti volto agli esecutori del delitto (ma i numeri dei sei cellulari ora attribuiti a Hezbollah erano noti già dal 2005 ai precedenti procuratori che hanno svolto lunghe indagini sui loro proprietari), ma nulla dicono sui mandanti che – visti i rapporti storici tra il rais siriano, Bashar al Assad, e il leader del Partito di Dio, sheikh Hassan Nasrallah – sono sicuramente individuabili dal punto di vista politico nella corte di Damasco e, probabilmente, lo sono anche dal punto di vista del diritto. I tre procuratori delle Nazioni Unite, dunque, sono stati portatori di tre scenari totalmente subordinati al quadro politico generale, più che da risultanze istruttorie divergenti. Il primo, Mehlis, l’unico che ha indagato subito dopo l’attentato del 14 febbraio 2005 in cui morì Hariri lavorando sul furgone della strage e su indagini “a caldo”, scrisse un rapporto esplosivo che conduceva la catena di comando della strage addirittura al fratello di Bashar el Assad, Maher (capo della Guardia repubblicana), e a suo cognato, Assef Shawqat (capo dei servizi siriani). Erano conclusioni omogenee con un quadro mediorientale che vedeva la Siria nel punto più basso della sua collocazione internazionale, costretta a ritirare i suoi 30 mila soldati dal Libano e in preda a sanguinose faide interne al regime (la fuga a Parigi del vicepresidente Adul Alim Khaddam che accusò Assad della paternità dell’attentato Hariri e poi una lunga serie di ministri “suicidati”, uccisi o arrestati, incluso il cognato di Assad, Shawqat). Quella crisi preagonica del regime siriano durò poco. La destabilizzazione del regime baathista provocata dall’inchiesta Mehlis preoccupò straordinariamente non soltanto l’Amministrazione Bush, ma anche Israele, e fu evidente che la sua sostituzione con il nuovo procuratore Brammertz coincise proprio con la decisione (condivisa anche dalla Francia di Jacques Chirac) di evitare che la Siria implodesse disordinatamente e che cadesse nelle mani dei Fratelli musulmani – se non di Teheran, tramite Hezbollah e i loro rapporti con i generali di Damasco – in un quadro fuori controllo (era il periodo in cui l’Iraq era sull’orlo di una guerra civile). Brammertz impresse una svolta tecnica alle sue indagini, cui i siriani – e a ragione – fornirono grande collaborazione, anche perché il procuratore belga si guardò bene da fare il minimo cenno di inchiesta che potesse ricondurre al vertice del regime siriano. Ma la sua indagine – follia del Tpl – durò soltanto poco più di un anno e nel novembre 2007 egli passò ad occuparsi del serbo-bosniaco Karadzic, lasciando il passo al procuratore canadese Daniel Bellemare, che ha sviluppato le sue indagini in modo talmente indolore, che ormai tutti si erano quasi dimenticati –nel mondo, non in Libano – dell’inchiesta. Ma nell’aprile 2009, in sintonia con le immotivate aperture di credito dell’Amministrazione Obama (e di Sarkozy) alla Siria e ad Assad, Bellemare ha liberato quattro generali libanesi che erano stati incarcerati dal primo procuratore: due di questi erano filosiriani e tutto il castello accusatorio di Mehlis è parso cadere. Le rivelazioni dello Spiegel – palesemente monche – cadono in questa situazione e riguardano soltanto gli esecutori e la loro catena di comando in loco, ma paiono tutte tese a spostare la responsabilità della decisione politica di uccidere Rafiq Hariri dal regime di al Assad a Hezbollah. Rivelazioni torbide, in un quadro torbido, che portano a una sola certezza: il Tribunale dell’Onu fallirà su Hariri così come ha fallito su Milosevic, sta fallendo su Karadzic e si è ridicolizzato sul sudanese Omar al Bashir (portato in trionfo in tutti i paesi islamici non appena colpito da mandato di cattura dell’Onu). Sullo sfondo, come un macigno inamovibile, resta la constatazione del cui prodest, che poco vale sul piano del diritto, ma che è decisiva sul piano politico: l’eliminazione di Hariri ha permesso alla Siria di sostituire un ingombrante e costoso controllo manu militari, con una più razionale operazione di padrinato tramite Hezbollah. Questo è il dato permanente e più preoccupante della crisi libanese.

" Il Fondo tocca il fondo "

Imembri del movimento libanese Hezbollah, il Partito di Dio, hanno ottenuto un colloquio con il Fondo monetario internazionale. L’obiettivo è quello di assicurarsi la continuità delle erogazioni di finanziamenti verso Beirut anche nel caso la loro coalizione vincesse le elezioni di giugno. Questo tipo di colloqui, con un partito accusato di terrorismo, esorbita dai compiti istituzionali del Fondo. Esso, in linea di principio, dovrebbe mantenersi neutrale nelle contese elettorali. Dovrebbe discutere della propria assistenza finanziaria soltanto con il governo eletto. Nel caso di Beirut c’è una ragione in più a sostegno di tale neutralità. E’ molto incerta infatti la linea che prenderanno i paesi che attualmente aiutano finanziariamente il Libano, fra cui spiccano Stati Uniti e Arabia Saudita, i quali considerano gli Hezbollah come una pericolosa organizzazione terroristica. Questa posizione è condivisa tra l’altro da Regno Unito, Canada, Paesi Bassi, Australia, India e Corea del sud. A essi si è unito di recente l’Egitto, destinatario di assistenza finanziaria dal Fondo e in rotta di collisione tanto con Hamas che con Hezbollah, dietro i quali – secondo la maggioranza degli analisti – si cela il “burattinaio” iraniano. L’apertura agli Hezbollah da parte del Fondo fornisce un sostegno prezioso all’eventuale successo elettorale del gruppo sciita. E ciò complica non poco i compiti delle diplomazie e delle forze militari, non soltanto in Libano ma più in generale in tutti quei paesi ove ci sono centrali terroristiche. Un tempo il Fondo monetario, atteggiandosi come guardiano della austerità monetaria e fiscale, condizionava i suoi prestiti a politiche restrittive. Da ultimo, sotto la direzione di Dominique Strauss-Kahn, esso è diventato fautore delle più spericolate politiche espansioniste neokeynesiane, e si è contrapposto, con una polemica sopra le righe, agli indirizzi economici della Germania, della Commissione europea e della Bce. Ora si presenta come un soggetto politico di nuovo tipo. Forse, più che nuove regole, occorrerebbe che l’istituzione nata a Bretton Woods si desse una regolata. Salvo rottamarlo, visto che pare aver esaurito la sua funzione tecnica.

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