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Tra détente e guerra fredda: i refuseniks

Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.

Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.



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Il Foglio Rassegna Stampa
06.04.2026 Shelly Kittleson è ostaggio a Baghdad:
Cronaca del Foglio

Testata: Il Foglio
Data: 06 aprile 2026
Pagina: 1
Autore: Cronaca del Foglio
Titolo: «Shelly Kittleson è ostaggio a Baghdad:»

Riprendiamo dal sito del FOGLIO la cronaca dal titolo "Shelly Kittleson è ostaggio a Baghdad: 'È merce di scambio per liberare i miliziani di Kataib Hezbollah'".

Abbiamo chiesto un commento sul rapimento di Shelly Kittleson a Baghdad, il 31 marzo, ad Ali al Mikdam, esperto di sicurezza e in particolare delle milizie che operano nel paese: “Siamo al quarto giorno dal rapimento della giornalista americana. In assenza di chiarimenti ufficiali, prende sempre più piede l’idea che Kittleson non sia più solo scomparsa, ma sia di fatto diventata una merce di scambio o un ostaggio nelle mani di un gruppo ritenuto legato a Kataib Hezbollah".

"Le informazioni provenienti da fonti di sicurezza suggeriscono che l’operazione non è stata casuale, ma pianificata. L’obiettivo sembra andare oltre l’atto stesso, il rapimento sembra più un mezzo per avere leva sul governo iracheno. Lo scenario più probabile è che Kittleson sia utilizzata come strumento di pressione per garantire il rilascio di individui affiliati a KH, in particolare quelli precedentemente detenuti per aver preso di mira gli interessi statunitensi con razzi e droni. Ciò che colpisce non è solo la natura dell'operazione, ma anche la sua tempistica nel contesto delle tensioni in corso tra le fazioni armate irachene e la presenza degli Stati Uniti, rafforzando la teoria secondo cui il rapimento fa parte di un messaggio stratificato: pressione sulla sicurezza, segnalazione politica e test della risposta del governo".

"Finora, il silenzio ufficiale lascia spazio a speculazioni, ma potrebbe anche riflettere la delicatezza e la complessità del caso, soprattutto se le comunicazioni backchannel sono già in corso lontano dai media".

"In sintesi, questo sembra essere più di un semplice rapimento. Si tratta, in sostanza, di un'operazione con chiare dimensioni di sicurezza e di negoziazione, il cui esito potrebbe concretizzarsi nei prossimi giorni, a seconda dell'andamento dei contatti non divulgati tra le parti interessate”.

Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostanti


lettere@ilfoglio.it

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