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Tra détente e guerra fredda: i refuseniks

Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.

Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.



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Il Foglio Rassegna Stampa
01.04.2026 La violenza ininterrotta della guerra del regime contro gli iraniani
Cronaca di Tatiana Boutourline

Testata: Il Foglio
Data: 01 aprile 2026
Pagina: IV
Autore: Tatiana Boutourline
Titolo: «La violenza ininterrotta della guerra del regime contro gli iraniani»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 01/04/2026, a pag. IV, con il titolo "La violenza ininterrotta della guerra del regime contro gli iraniani", la cronaca di Tatiana Boutourline.

Tatiana Boutourline | ISPI

Tatiana Boutourline

Roma. “Abbasso i pasdaran”, gridano le voci, nel buio. Due uomini mascherati puntano le armi verso le finestre dei palazzi del quartiere di Chitgar e sparano. E’ ancora notte, squilla un telefono. “Sappiamo dove vivi. Verremo a prenderti e ti decapiteremo”, sibila uno sconosciuto contro un attore che rifiuta di allinearsi. E’ quasi giorno, piove, le bombe tacciano e in un vicolo di Teheran risuona il tonfo di un corpo che è appena precipitato da un tetto. Il ragazzo riverso sull’asfalto ha vent’anni, forse non ha retto al ricordo delle torture, racconta il padre tra le lacrime. “Prima o poi il filo della speranza si spezza. E’ troppo pretendere di trovare la forza ancora e ancora”. La madre, invece, non ha ancora pianto, non ci riesce, “forse sono già morta” dice al Foglio e poi sussurra che suo figlio, da piccolo, sognava di diventare un astronauta.

Sono i suoni della guerra che non scandalizza nessuno, perché non si tratta della guerra di Donald Trump e Binyamin Netanyahu e non ha a che vedere con lo Stretto di Hormuz, il costo dell’energia, gli errori e le sottovalutazioni che pesano sul carrello della spesa globale, questi sono i suoni dell’altra guerra, la guerra che infuria da mesi, da anni, nell’indifferenza generale, quella del regime contro gli iraniani.

E questa guerra si combatte strada per strada e casa per casa. Davanti alla minaccia esistenziale all’ordine khomeinista, nessuno può dirsi al sicuro. Nel mirino delle autorità figurano dissidenti più o meno noti, persone che hanno manifestato a gennaio o in altre stagioni di protesta, genitori di ragazzi uccisi nei massacri, ma anche giornalisti, intellettuali, artisti, medici e infermiere. Il Consiglio di coordinamento delle associazioni culturali iraniane riferisce di minacce e incursioni armate sempre più frequenti nelle case di insegnanti e sindacalisti e denuncia: del professor Manouchehr Aghabeigi non si hanno notizie da giorni.

Nel frattempo sui muri campeggiano i volti dei numi tutelari della Repubblica islamica, nell’aria risuonano le canzoni patriottiche ementre lemisure di sicurezza si fanno più stringenti la ferocia dei lealisti del regime diventa di giorno in giorno più opprimente. “La vostra permanenza nelle strade ha confuso e fatto arrabbiare il nemico, strade strade e ancora strade”, si è felicitato il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Occupare ogni spazio e silenziare ogni voce è il primo obiettivo da centrare nella guerra che nessuno vuole guardare, Israele e gli Stati Uniti hanno invitato gli iraniani a rimanere al sicuro, dentro alle loro case, e i lealisti si prendono la scena si riversano per strada tutte le notti, dopo la preghiera, alzano cartelli nei parchi e nelle piazze e inneggiano slogan come “Morte a Israele”, “Morte all’America”, “Morte all’ipocrita”. Gli adulti assieme ai bambini. Tutti a simboleggiare la legittimità del regime e la sua resilienza e pazienza se si trasformano in scudi umani. Alcuni video ritraggono questi bambini in tuta mimetica che attraversano le strade dentro ai pick up che usano bassiji e pasdaran, le piccole mani che alzano il pugno e imbracciano fucili più grandi di loro. “Chi compare per strada su indicazione del nemico verrà trattato come tale ha detto il capo della polizia”, Ahmadreza Radan. Ma i figli dei lealisti sono ben accetti, anzi di più. Il 26 marzo, Rahim Nadali, un funzionario delle Guardie della Rivoluzione con la delega agli eventi artistici e culturali ha annunciato l’avvio di una campagna denominata “difensori della patria iraniana” in base alla quale, a partire dai dodici anni, sarà consentito ai ragazzini di armarsi, partecipare alle ronde e presidiare i checkpoint. “Guardi il cielo per capire dove cadranno le bombe. Ascolti il rimbombo e aspetti. Poi riparti, cerchi di evitare gli assembramenti, perché hai paura. Hanno il grilletto facile. Sono stanchi sono nervosi anche loro. Svolti a destra, premi l’acceleratore, rallenti e sotto il ponte Tohid ti ritrovi un bambino che sbadiglia, con una torcia in una mano e una pistola in un’altra”, racconta al Foglio una donna che abita a Teheran. Un bambino di 11 anni che frequentava la quinta elementare è morto così a un checkpoint accanto al padre, sono entrambi stati colpiti da un drone. Vicino a loro su un muro era incollato un poster con su scritto: “Tra la patria e il nemico, che siano maledetti coloro che dubitano”. Ma chi riesce a trovare una vpn per parlare con il mondo fuori seguita a dubitare di tutto: la sopravvivenza propria e quella del regime, i valori dell’occidente e i contorni che assumerà la vita quando finirà la guerra.

Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/ 5890901, oppure ciccare sulla e-mail sottostante


lettere@ilfoglio.it

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