Riduci       Ingrandisci
Clicca qui per stampare

La Repubblica delle donne Rassegna Stampa
19.03.2022 La lettera Dalet e le donne di Israele
Commenti di Ugo Volli, Sharon Nizza

Testata: La Repubblica delle donne
Data: 19 marzo 2022
Pagina: 97
Autore: Ugo Volli - Sharon Nizza
Titolo: «Il viaggio di una lettera - Startup di pace»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA delle Donne di oggi, 19/03/2022, a pag. 97, il commento di Ugo Volli dal titolo "Il viaggio di una lettera"; a pag. 116, il commento di Sharon Nizza dal titolo "Startup di pace".
 
Ugo Volli: "Il viaggio di una lettera"

Immagine correlata
Ugo Volli

La lettera D che dà il nome a questo giornale ha una storia e un senso. Non solo il significato ovvio che è spiegato nel primo numero della testata (la Repubblica delle donne), ma uno più antico e strano, che pochi conoscono. Per comprenderlo conviene andare indietro seguendo le tracce di quella scienza storica che si chiama paleografia, cioè lo studio del passato della scrittura. La forma della nostra D maiuscola - una sbarra verticale a cui sta appesa sulla destra una specie di pancia della stessa lunghezza - risale alle lapidi romane. La più antica iscrizione in cui la troviamo è il lapis niger del foro romano, che risale più o meno al 550 a.C. Ia "pancia" vi compare certe volte a destra e certe a sinistra, perché il senso della scrittura muta a ogni riga, come un aratro che percorre su e giù un campo. Lo stesso fenomeno si ritrova in molte iscrizioni etrusche, che probabilmente sono la fonte della scrittura romana. Prima ancora troviamo la nostra lettera nell'alfabeto greco, di cui abbiamo tracce a partire dall'ottavo secolo. La nostra D è ora una delta, cioè un triangolo verticale: A. I greci a loro volta hanno preso la loro scrittura dal Vicino Oriente, dove intorno al 1500 a.C. nel Sinai appare il primo alfabeto, anche se limitato alle consonanti. Qui troviamo gli antenati delle nostre lettere, dei loro nomi e dell'ordine: non sono più a, bi, de dio alfa, beta, gamma e delta, ma alef, bet, ghimel e dalet. Le forme sono molto simili, anche se i greci le hanno ruotate e stilizzate. La nostra D, o dalet, appare così: vi è sempre un asse verticale cui sta appesa un'appendice, che in origine era di forma triangolare. Quel che è straordinario è che le figure hanno dei significati e il loro nome ce li dichiara. Alef, che poi diventa alfa e A, nelle lingue semitiche vuol dire "toro" e se noi rovesciamo la nostra "A", com'è nell'alfabeto ebraico, l'ß, troviamo le corna e la testa dell'animale; Bet, 2, poi beta e B, è una casa messa in piedi e bet in ebraico ancora oggi vuol dire casa. Dalet, nella forma come nel significato della parola, è invece una porta. Il lato verticale è lo stipite, la pancia che gli sta appesa il battente; anche la versione triangolare che compare in greco come in fenicio si spiega così: la porta triangolare di una tenda. La porta è un simbolo straordinario. È la soglia fra un interno e un esterno, fra la casa e il mondo. Difende la nostra sicurezza, ma soprattutto si apre all'esterno, ci permette di entrare nel mondo. È il luogo dove accogliamo gli ospiti e i familiari ma anche quello da dove usciamo per realizzarci. È un passaggio, ma anche uno schermo che protegge la nostra intimità. Vale la pena di aggiungere un'ultima cosa, che riguarda anche questo giornale: come scrive Marc-Alain Ouaknin (f misteri dell'alfabeto, Atlante, 2003), "certi studiosi nella dalet vedono piuttosto un seno di donna (in ebraico dad): la tesi di un rapporto col femminile non è esclusa". Che sia una porta o un seno, la D è delle donne.

Sharon Nizza: "Startup di pace"

Immagine correlata
Sharon Nizza

Cambiamenti climatici, imprenditoria femminile, pace regionale e innovazione tecnologica: sono i 4 pilastri dell'attività di Dana, primo acceleratore per startup green rivolto a imprenditrici della regione Mena (Medioriente e Nord Africa). Desertificazione, sicurezza alimentare, gestione dei rifiuti, energie rinnovabili sono i temi su cui è nata una (non scontata) sinergia tra brillanti menti israeliane, palestinesi, saudite ed emiratine, grazie a una vasta operazione di fundraising globale. Ma si tratta anche di promuovere donne che sfidano le convenzioni sociali in un settore prevalentemente maschile (solo il 28% delle startup negli Usa ha tra le fondatrici una donna, in Medioriente si scende al 14%). Donne che superano le barriere della diplomazia tradizionale in una regione ancora caratterizzata dai conflitti. «Quello che ci rende uniche non è solo la volontà di concludere i round di investimenti per le nostre startup, ma l'area su cui ci concentriamo e la condizione che tra i fondatori vi sia almeno una donna. E al momento sono solo donne. Crediamo che possano essere un ponte per superare i pregiudizi», dice a d Shirley Shahar, israeliana, direttrice della strategia e una delle tre fondatrici, insieme alla Ceo Zada Haj, palestinese-israeliana, e a Katie Wachsberger, ebrea americana che da anni vive negli Emirati Arabi Uniti e che oggi dirige la sede centrale di Dana ad Abu Dhabi. Uscita alla luce del sole un anno fa, dopo diversi anni di lavoro dietro le quinte, Dana si unisce al flusso di interscambio economico e culturale frutto degli "Accordi di Abramo", ovvero le intese di pace siglate nel 2020 tra Israele e quattro Paesi arabi (Emirati, Bahrein, Marocco e Sudan). Le condizioni climatiche estreme in una delle aree più minacciate dalla desertificazione diventano così il denominatore comune di una sfida tutta al femminile.

Per inviare a Repubblica la propria opinione, telefonare: 06/49821, oppure cliccare sulla e-mail sottostante


rubrica.lettere@repubblica.it

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui