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La Repubblica Rassegna Stampa
22.10.2021 La Gomorra d'Israele in mano alle gang arabe
Commento di Sharon Nizza

Testata: La Repubblica
Data: 22 ottobre 2021
Pagina: 17
Autore: Sharon Nizza
Titolo: «Nella Gomorra d’Israele in mano alle gang arabe: 'Siamo in guerra'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 22/10/2021, a pag. 17, l'analisi di Sharon Nizza dal titolo "Nella Gomorra d’Israele in mano alle gang arabe: 'Siamo in guerra' ".

A destra: una donna del "Forum Madri per la Vita"
 
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Sharon Nizza

Per Kifah Aghbariah è la sesta volta in due anni che siede a lutto nella tradizionale tenda. Khalil Ja’u, 25 anni, è l’ultimo parente freddato martedì in pieno giorno a Umm al-Fahm, capoluogo del Triangolo, il sovraffollato distretto dove vive una grande fetta della minoranza araba che rappresenta il 21% della popolazione d’Israele. Le strade sono semideserte per lo sciopero convocato per rispetto del macabro conteggio: 104 morti in dieci mesi (113 nel 2020); 8 figli di questa città e per loro, finora nessun arresto. Le statistiche indicano che solo il 20% degli omicidi di cittadini arabi israeliani è risolto, a fronte del 60% tra i cittadini ebrei, e che il coinvolgimento degli arabi in crimini come omicidi con armi da fuoco ed estorsioni supera il 40%, il doppio della loro percentuale demografica. Una realtà che già aveva ritratto con efficacia l’acclamato film Ajami , candidato all’Oscar nel 2009: auto di lusso, musica a tutto volume, droga, sparatorie in pieno giorno, regolamenti di conti, il tutto in un quartiere a tre chilometri dal cuore della “Start up Nation”, ribattezzato allora la “Gomorra” del Medioriente.

Nella Gomorra d'Israele in mano alle gang arabe: "Siamo in guerra" - la  Repubblica
Il premier Naftali Bennett


«Siamo in guerra», ha detto il ministro della Giustizia Gideon Saar al gabinetto speciale per il contrasto della criminalità nella società araba. È una delle sfide principali della variegata coalizione del premier Naftali Bennett, che per la prima volta comprende un partito islamico, Ra’am di Mansour Abbas, che ha fatto dello sradicamento del fenomeno la sua promessa elettorale. Kifah Aghbariah è una delle donne coraggiose che ha aderito al “Forum Madri per la Vita”, nato l’anno scorso quando Mona Khalil, il cui unico figlio è rimasto vittima di un omicidio ancora irrisolto, ha percorso a piedi i 145 chilometri che separano Haifa da Gerusalemme per chiedere giustizia. Oggi fanno parte del Forum 20 madri: manifestano senza sosta in tutto il Paese, sensibilizzano l’opinione pubblica, incalzano i politici per chiedere soluzioni concrete «per restituire la sicurezza personale ai cittadini arabi, che si sentono abbandonati dallo Stato», ci spiega Maysan Jaljuli, tra le fondatrici. «Ci siamo rivolte a tante famiglie, molte rifiutano. I criminali sono ancora in circolazione, c’è paura di ritorsioni». La mancanza di cooperazione con la polizia, a detta degli inquirenti, è una delle sfide principali alla risoluzione dei casi. Ma si tratta solo di uno degli ostacoli. «Bisogna andare a fondo: questo è il risultato di anni di negligenza verso la minoranza araba da parte delle istituzioni ». Il 40% dei cittadini musulmani tra i 18 e i 23 anni è considerato “nullafacente”: l’esenzione dal servizio militare e civile, la bassa percentuale di accesso all’istruzione accademica, la mancanza di opportunità lavorative sono fattori che creano quel bacino ideale per le organizzazioni criminali che offrono ai giovani soldi facili e l’illusione di un riscatto sociale, spiega Jaljuli. «La maggior parte della criminalità è innescata da fattori economici: il basso tasso di prestiti concessi dalle banche ai cittadini arabi fa sì che in molti si rivolgano al mercato nero».

Un altro campo fertile per la criminalità organizzata è quello della “protezione” – il pizzo – per cui non manca giorno che in Galilea non vada in fiamme un business. «Dopo decenni di assenza dello Stato, solo nel 2007, quando era in trattativa per l’ingresso all’Ocse, ha iniziato a fare investimenti significativi nel settore arabo, creando l’Autorità per lo sviluppo economico delle minoranze», ci dice Jalal Banna, editorialista di Israel Hayom . «La riduzione del divario sociale è necessaria per contrastare il crimine, ma richiede tempo. Nell’immediato va inferto il colpo di grazia alle organizzazioni criminali, così come è stato fatto con i boss ebrei». (Nei primi anni 2000 un’ingente operazione di polizia ha sradicato la malavita ebraica che deteneva il primato del racket locale. Il vuoto è stato occupato dalle famiglie arabe che fino ad allora erano principalmente gli esecutori del lavoro sporco). Il governo mercoledì ha approvato un piano interministeriale per il contrasto del fenomeno su più fronti, che si aggiunge all’allocazione di 30 miliardi di Nis (circa 8 miliardi di euro) a beneficio della minoranza araba (in primis infrastrutture, educazione e penuria abitativa). Alcune misure legali approvate hanno diviso il pubblico, ma ottenuto l’approvazione degli esponenti arabi nel governo: perquisizioni senza mandato, tecnologia dello Shabak (l’intelligence interna, raramente usata tra i civili) per localizzare centinaia di migliaia di armi illegali, per la maggior parte rubate dalle basi militari del Negev. Il film Ajami voleva essere un campanello d’allarme contro l’indifferenza – ci dice oggi Shahir Kabaha, che ne era protagonista. «Invece, dodici anni dopo, le cose sono solo peggiorate».

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